Autore: laioarts

  • Fotografia subacquea: 5 dritte per scatti indimenticabili

    Fotografia subacquea: 5 dritte per scatti indimenticabili

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    L’oceano è un regno di infinite meraviglie, brulicante di una vibrante vita marina, barriere coralline abbaglianti e affascinanti giochi di luci e ombre. Per gli amanti dell’oceano, catturare questi tesori sottomarini è un sogno che si avvera.
    Ma la fotografia subacquea non è paragonabile a quella terrestre: richiede tecnica, pazienza e l’attrezzatura giusta.
    Che tu sia alle prime armi o voglia perfezionare le tue abilità di fotografia subacquea, ecco cinque consigli per trasformare i tuoi scatti subacquei in immagini spettacolari.

    1. Strumenti indispensabili

    Il tuo viaggio nella fotografia subacquea inizia con la scelta dell’attrezzatura giusta. Ecco cosa non può mancare:

    • Una fotocamera impermeabile o una macchina racchiusa in custodia subacquea di alta qualità.
    • Apparecchiature di illuminazione (flash o luci video) per contrastare la perdita di colore e di luce in profondità.

    Le fotocamere compatte sono ideali per chi inizia, mentre reflex e mirrorless con custodie dedicate soddisfano le esigenze dei professionisti.

    Impara a usare la fotocamera prima di immergerti: sott’acqua dovrai già pensare a respirazione, assetto e sicurezza.

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    photo © “The Call”

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    2. Controllo dell’assetto principale

    Un assetto perfetto è un punto di svolta per la fotografia subacquea. Stare sospesi in aria in modo stabile consente di inquadrare gli scatti senza disturbare la vita marina o sollevare sedimenti, che possono rovinare lo scatto con una “tempesta di neve” di particelle.
    Segui un corso di assetto o esercitati costantemente finché non ti senti sicuro. Più controlli i tuoi movimenti, maggiore sarà la libertà creativa che avrai per comporre scatti straordinari.

    3. Avvicinati, poi avvicinati ancora di più

    L’acqua assorbe luce e colore, quindi è fondamentale ridurre al minimo la distanza tra te e il soggetto. Più sei vicino, più nitide e vivaci saranno le tue immagini.

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    photo ©Luke Keller, “Metropolis”

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    4. Gioca con l’illuminazione

    La luce naturale diminuisce man mano che si scende in profondità, quindi è fondamentale capire come usare la luce in modo efficace.

    • Acque basse: sfrutta la luce del sole che filtra attraverso l’acqua per ottenere effetti eterei.
    • Immersioni più profonde: utilizza luci artificiali per far risaltare i vivaci rossi, gialli e arancioni che si perdono oltre i 5-6 metri.

    Anche l’angolazione è importante. Posiziona i flash a ore 10 e ore 2 per ridurre la retrodiffusione (la luce riflessa dalle particelle nell’acqua) e creare ombre spettacolari che mettono in risalto texture e profondità.

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    photo © “Diving in to the darkness”

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    5. Rispetta l’oceano

    L’oceano è un ecosistema fragile e vitale. Sii consapevole di ciò che ti circonda:

    • Non toccare né disturbare la vita marina solo per ottenere una foto.
    • Evita di sollevare sabbia o danneggiare i coralli con le pinne.
    • Se stai fotografando specie elusive, mantieni le distanze e lascia che siano loro ad avvicinarsi.

    Le tue immagini possono ispirare gli altri ad apprezzare e proteggere il mondo sommerso, quindi cerca di catturarne la bellezza in modo responsabile.

    Immergiti e inizia a scattare!

    La fotografia subacquea è in egual misura arte e avventura. Con pratica, pazienza e questi cinque consigli, presto potrai costruire un portfolio capace di raccontare tutta la straordinaria bellezza dell’oceano. Quindi prepara la tua attrezzatura, tuffati e inizia a catturare la magia sotto le onde!

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  • Manta Ray Dance

    Manta Ray Dance

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    Una danza armoniosa tra una splendida manta e una donna: l’immagine simbolo dell’Ocean Film Festival 2024 ci immerge immediatamente nella magia delle acque e ci ricorda l’incanto di un rapporto armonico tra uomo e natura.

    Nelle profondità dell’oceano, dove i misteri abbondano e la vita assume forme surreali, esiste una creatura che incarna eleganza, intelligenza e pura grazia: la manta.
    Questi esseri maestosi hanno catturato il fascino degli appassionati di mare e degli scienziati.

    L’immagine protagonista dell’Ocean Film Festival 2024 è un momento unico congelato nel tempo, catturato dal talentuoso fotografo dell’Australia occidentale Andre Rerekura, che ritrae Anouska Freedman, la sua compagna, che danza con una manta, mostrando lo straordinario legame tra gli esseri umani e queste incredibili creature.

    La foto è stata scattata durante una spedizione di riprese a Coral Bay, sulla barriera corallina di Nyinggulu (Ningaloo), nel 2020. Andre Rerekura e Anouska Freedman erano in missione per documentare la danza di accoppiamento delle mante per il loro documentario “The Mating Game”. Questo spettacolo naturale coinvolge le mante femmine che vengono seguite da gruppi di maschi, a volte fino a 14, in un avvincente corteggiamento che a volte dura anche qualche giorno.

    Le ore trascorse in acqua, seguendo queste magnifiche creature, hanno portato a momenti di rara intimità. In apnea accanto alle mante, i registi hanno osservato da vicino i loro comportamenti e le loro interazioni, stringendo un legame profondo con il mondo marino.

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    Andre Rerekura e Anouska Freedman_photo ©Andre Rerekura

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    Chiamata anche diavolo di mare, pesce diavolo, vacca marina o razza cornuta per via delle lunghe appendici carnose ai lati della testa che sembrano due corna (i lobi cefalici), la manta è uno dei più grandi pesci pelagici e deve il suo nome al caratteristico aspetto del corpo, simile ad un grande mantello. Nel sedicesimo secolo, infatti, durante i grandi viaggi di esplorazione, i navigatori spagnoli che la videro per la prima volta la chiamarono così dal termine castigliano “manta”, che significa mantello: vista dall’alto, infatti, questo pesce sembra essere un teloche fluttua con grazia nell’acqua, portata dalla corrente.

    Le mante hanno grandi pinne pettorali triangolari che assomigliano ad ali; la loro apertura alare può superare anche i 7 metri e permette loro di scivolare senza sforzo nell’acqua con una grazia quasi eterea.

    Sono animali filtratori che si nutrono principalmente di plancton e piccoli pesci. Per catturare le loro prede, le mante utilizzano speciali placche branchiali che formano un apparato filtrante.
    Spesso cercano il plancton di cui si nutrono in superficie: con esperti e rapidi movimenti delle pinne cefaliche, convogliano verso la bocca una vorticosa corrente d’acqua, intrappolando le particelle di cibo ed espellendo l’acqua filtrata attraverso le fessure branchiali.

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    ‘Manta Ray’_photo ©Andre Kaim

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    Le mante sono esseri senzienti dotati di elevate funzioni cognitive. Con il più grande rapporto cervello/corpo tra i pesci a sangue freddo, mostrano un’intelligenza simile a quella di delfini, primati ed elefanti. Alcuni studi suggeriscono che questi giganti gentili potrebbero persino riconoscersi negli specchi, un tratto indicativo di autocoscienza e di capacità cognitive complesse.

    Ogni manta ha un disegno unico di marcature sulla superficie ventrale, simile a un’impronta digitale. Queste macchie distintive consentono ai ricercatori di identificare e seguire le singole mante, fornendo preziose informazioni sul loro comportamento, sui modelli di migrazione e sulle dinamiche della popolazione.

    Mentre ci addentriamo nell’ipnotico mondo delle mante attraverso l’immagine simbolo dell’Ocean Film Festival World Tour, ci viene ricordato l’intricato legame tra l’uomo e la natura.

    Attraverso la comprensione, l’apprezzamento e gli sforzi di conservazione, possiamo garantire che questi leggiadri giganti continuino a scivolare nei nostri oceani, incantando le generazioni a venire.

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  • Il potere dell’arrampicata (al femminile)

    Il potere dell’arrampicata (al femminile)

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    Due donne, due atlete, un unico progetto.

    Tamara, classe 1986, italiana, ha sempre vissuto in montagna, sviluppando una passione per l’alpinismo che all’epoca l’ha portata ad essere la più giovane donna in vetta al Lhotse e la seconda donna italiana a scalare la vetta del K2… per dirne un paio. Negli anni ha partecipato a numerose spedizioni con diversi compagni di cordata, tra i quali Simone Moro.

    Wafaa, 27 anni, è nata nel piccolo villaggio di Aghur in provincia di Kalyobya in Egitto. A 9 anni è arrivata in Italia, dove ha conosciuto l’arrampicata, disciplina in cui eccelle e che le ha aperto nuovi orizzonti, cambiandole radicalmente la vita.

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    È bastata una videochiamata organizzata da La Sportiva, di cui sono entrambe ambassador, perché tra le due nascesse un’intesa speciale che le ha portate in Pakistan a condividere il progetto “Climbing for a Reason”, con lo scopo di dare un’occasione di futuro grazie all’arrampicata alle bambine e ai bambini della valle del Shigar, in Pakistan.

    A loro ci siamo rivolte per raccontare, in questo 8 marzo, la storia di due donne davvero speciali.

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    “Climbing for a Reason” _photo ©Wafaa Amer

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    D: “Esistono ancora sport da maschi e sport da femmine?”

    Tamara (T): Credo che non esista sport che non sia praticabile dalle donne, ma penso che a volte siano le donne a non sentirsi pronte ad affrontare certe difficoltà ed avventure. Ci sono sport e gare che vengono ancora visti come tipicamente maschili, come la Red Bull Dolomitenmann, che è stata aperta alle donne solo l’anno scorso (e a cui io ho partecipato). Ma il limite è solo nella nostra testa.

    Wafaa (W): Purtroppo ci sono persone che credono esistano ancora sport da donne o uomini. Per me esiste solo lo sport e ognuno di noi, uomo o donna che sia, deve essere libero di praticare quello che desidera.

    D: “Perché lo sport è così importante per te? Quali valori ti ha trasmesso? E qual è il tuo obiettivo?”

    T: Fare qualcosa col proprio corpo porta sempre un beneficio per corpo e anima. Grazie allo sport non solo stai meglio, ma crei anche una connessione maggiore con te stessa, capisci come collegare il cervello a tutto il tuo corpo. Lo sport outdoor, come l’alpinismo, ti insegna che bisogna lavorare duro per ottenere qualcosa, e impari il rispetto per la natura, la connessione con te stesso la perseveranza. Ho vissuto situazioni in cui sono stata vicino alla morte e ho scoperto che capire come “tu funzioni”, conoscere il proprio corpo, valga oro. La montagna è la maestra più grande della mia vita.

    W: Lo sport mi ha dato una famiglia, degli amici. Mi ha insegnato che non esistono limiti, ed io l’ho interpretato in tutti i sensi: da un punto di vista fisico, perché se ti alleni con dedizione puoi raggiungere e superare certi risultati, e da un punto di vista culturale. L’arrampicata mi ha fatto riflettere e mi ha spinto ad uscire dai limiti che la mia cultura mi imponeva in quanto femmina. A 15 anni ho scelto di scalare, contro la volontà di mio padre, perché ho realizzato che non stavo facendo nulla di male, e che avevo un recinto culturale costruito intorno a me, che bastava superare per entrare in un mondo dalle mille opportunità. Mia mamma mi ha sempre appoggiato nelle mie decisioni. Quando sono stata costretta a scegliere di andarmene di casa per evitare di dovere tornare in Egitto per restarci, mi ha comunque supportato anche se è stato un distacco doloroso anche per lei. Per quanto mi riguarda ho fatto un tuffo nel vuoto, ma non avevo alternative, e la scalata mi ha aiutato a farlo.

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    “Climbing for a Reason” _ photo ©Wafaa Amer

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    D: “Come ti sei avvicinata al tuo sport?”

    T: Sono cresciuta in montagna e papà scalava quando ero piccola. Lo accompagnavamo alle gare da semi professionista di arrampichino ed ero affascinata da quell’ambiente, dalle maglie degli sponsor, dalla festa. All’epoca era tutto più facile: mi ricordo che quando la mattina papà andava in bici al lavoro, la mamma gli metteva la carta del giornale Dolomiten sotto la maglietta perché non c’erano materiali tecnici. Era un’epoca che mi fa ancora illuminare gli occhi, per la sua semplicità. Papà non mi ha costretta a seguire il suo sport: noi dovevamo lottare per ottenere qualcosa e così è diventata ancora più una passione.

    W: A 15 anni ero abbastanza sola, l’unica amica che avevo era Erica. Un giorno a scuola arriva il prof. di ginnastica che ci propone l’arrampicata come attività sportiva extracurriculare. Erica arrampicava già, ed era entusiasta all’idea di farlo insieme. Io ero gasatissima, sono tornata a casa e ho chiesto subito a papà il permesso di aderire, ma lui si è rifiutato di firmarlo e di darmi i soldi per la palestra. A quel punto, Erica ed io abbiamo deciso: io ho falsificato la firma per l’autorizzazione, lei ha chiesto ai suoi i soldi per permettermi di farlo. Quando sono entrata in palestra ero felicissima, è stato come se fossi in un parco giochi, in cui peraltro non ero mai stata! L’arrampicata ha cambiato il mio essere donna: ho iniziato a fare cose che prima non facevo, all’inizio titubante. Quando hanno iniziato a dirmi che ero brava, che ero forte, ho continuato ad allenarmi di nascosto. Le altre ragazze scalavano in top, e io ho iniziato ad usarlo; gli altri uscivano in pizzeria ed io ho chiesto per la prima volta se potessi mangiare fuori a cena con amici, invece che stare con la famiglia… tante piccole cose che mi erano vietate ma che ho iniziato a fare. Piano piano mi sono accorta che non facevo nulla di sbagliato.

    D: “Cosa avresti fatto se non fossi diventata un’atleta?”

    T: È strano, ma da piccola ho sognato più volte che sarei stata un macellaio. Nei miei sogni i macellai erano forti, portavano mezzi maiali sulle spalle. Ancora mi chiedo perché li sognassi cosi spesso, era più un incubo, ma per me erano personalità dure, pure, tutta potenza, ed io volevo essere così.

    W: Quando ero bambina e vivevo in Egitto, passavo sempre davanti a una delle poche ville del mio villaggio, che era sempre chiusa. Una volta però il custode ha aperto il cancello e guardando dentro ho visto fiori e cespugli color lilla e poi una donna al volante in macchina. Quello spettacolo mi ha fatto pensare che nella mia vita avrei voluto diventare qualcosa. Non so cosa sarei diventata se non avessi conosciuto l’arrampicata. Ma so che avrei fatto QUALCOSA.

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    “Climbing for a Reason” _ photo © Tamara Lunger archive

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    D: “CLIMBING FOR A REASON, un progetto solidale per insegnare alle bambine del Pakistan ad arrampicare: come e perché avete aderito a questo progetto?”

    T: Tutto è nato a seguito della tragedia nel 2021 sul K2, in cui ha perso la vita il mio amico cileno Juan Pablo Mohr (JP).  Quando sono tornata alla civiltà ho conosciuto il cugino ed un amico di JP, e abbiamo deciso di realizzare il suo sogno: portare l’arrampicata tra le bambine e i bambini della valle del Shigar in Pakistan, per dare un’occasione di futuro alle nuove generazioni. Nel 2020, durante il “Tamara tour in Italia” avevo conosciuto Wafaa a Finale Ligure: quando si è trattato di organizzare la partenza per il Pakistan, ho pensato subito a lei, perché è una donna musulmana che può capire meglio quella cultura e perché non aveva mai fatto un viaggio del genere e poteva essere una esperienza che l’avrebbe fatta crescere.

    W: Quando nel 2020 La Sportiva mi ha proposto di incontrare Tamara che passava con il suo tour per la Liguria, è stata simpatia immediata: abbiamo subito sentito una connessione e una sintonia nel modo in cui intendiamo lo sport e la vita. A distanza di poco tempo, Tamara è tornata a trovarmi, abbiamo fatto gli zaini per scalare e arrivati in cima a Borgio Verezzi mi ha detto “Sei pronta ad andare in Pakistan?”. Io sono rimasta sorpresa ed eccitata, felice di poter portare la scalata in una cultura in cui le donne non possono essere sportive e sono limitate nella loro libertà. Non conoscevo JP, sapevo solo quanto fosse stato importante per Tamara e quanto Tamara tenesse a questo progetto, e sono felice di averne preso parte.

    D: “Come è stato l’incontro con questa cultura?”

    T: È stato difficile far partire il progetto: In Pakistan abbiamo incontrato molte resistenze nel primo villaggio, mentre nel secondo è stato più facile.
    Alla fine ce l’abbiamo fatta: le ragazze all’inizio erano intimidite, non ci parlavano. Nei villaggi non puoi vedere le donne, che si coprono e scappano via. Ho scoperto una cultura nuova: dai 9 anni una ragazza diventa donna e non può più fare certi movimenti come ad esempio le flessioni, perché si vedono le forme del corpo. Ho trovato la loro mentalità difficile. Da una parte mi faceva piacere entrare sempre più nella loro cultura, dall’altra un po’ mi rattristava.

    W: Pur conoscendo la religione musulmana, la scoperta della cultura pakistana è stata una bellissima sorpresa per me. A differenza di Tamara non ho faticato a capire certe loro tradizioni, come ad esempio la suddivisione tra uomini e donne. Molti loro aspetti culturali sono simili a quelli che ho conosciuto in Egitto, ma altre cose, da italiana, faticavo ad accettarle. Quando camminavamo verso la falesia passando davanti ai caffè pieni di uomini, abbiamo notato che le bimbe acceleravano: ho spiegato a Tamara che le ragazze erano imbarazzate e per questo aumentavano il passo. Faceva molto caldo ma le bimbe erano con la loro tunica e il velo, io facevo fatica a coprirmi pur sapendo che, come quando vado in Egitto a trovare i miei nonni, è corretto coprirsi per rispetto. Abbiamo anche dovuto ingegnarci per mettere loro l’imbrago. Era strano doversi “adattare” alla loro cultura, pur capendola.

    D: “Qual è il futuro del progetto?”

    T: Alla nostra partenza abbiamo cercato di garantire la presenza di qualcuno che portasse avanti il progetto, e quest’anno proverò a tornare per capire la situazione. Prima di partire abbiamo avvertito che non c’era piena volontà di continuare a far arrampicare le bambine, per cui inventavano scuse, dicendo che c’era la scuola, gli esami, che uno dei ragazzi scalatori di Islamabad che dovevano aiutarci non poteva venire perché aveva la barba e quindi poteva essere un talebano. Quando siamo andate via, le ragazze avevano le lacrime agli occhi, ci dicevano “dovete tornare, promettetelo”. Nonostante tutte le difficoltà culturali, ho percepito la loro voglia di “uscire”, ho visto che hanno desideri e obiettivi. Una ragazza mi ha anche detto di voler scalare il K2! Quando ero lì ho sentito la presenza di JP ogni giorno, sentivo la sua anima e voglio portar avanti il progetto per lui.

    W: Il mio intento è quello di tornare in breve tempo per non perdere quanto fatto. Sono andata via sperando che le bimbe e bimbi conosciuti possano aver capito che possono diventare quello che vogliono nella vita e fare qualcosa di diverso e sono certa che questa esperienza li abbia aiutati. L’arrampicata ti insegna che per superare un passaggio ostico devi provare e riprovare: ecco perché ne sono sicura.

     

    È bello pensare che queste due donne, così diverse per esperienza, provenienza e cultura, siano riuscite ad unirsi a supporto di altri: è il potere dell’arrampicata, al femminile.

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  • Climbing Radio: la prima web radio dedicata ai climber

    Climbing Radio: la prima web radio dedicata ai climber

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    di Ercole Giammarco

    Quando la redazione di Itaca Journal mi ha chiesto di intervistare il founder di Climbing Radio la prima cosa che mi sono chiesto (e che mi sono ripromesso di chiedere durante l’intervista) è stata: perché a una persona viene l’idea di creare non un magazine online, non una palestra, ma una radio dedicata a chi è appassionato di arrampicata?

    Ma andiamo per ordine. Climbing Radio nasce nel 2014 dall’iniziativa di Marco Pandocchi, appassionato climber, che la montagna l’ha respirata da sempre, visto che ci è nato, in Val Camonica, 53 anni fa.
    Si trasferisce a Brescia, studia ingegneria a Milano, e inizia il cursus honorum dell’uomo di marketing, prima come manager di società multinazionali e poi come consulente di aziende che sviluppano prodotti per il mondo del climbing.
    “È stato un passaggio fluido” – mi racconta – “ho voluto far convergere nel lavoro le mie competenze professionali e le mie passioni”.
    Che sarebbe un buon programma per qualunque giovane si avvicini al mondo del lavoro.

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    Intervista a Alex Honnold _ photo © Climbing Radio

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    …E arriviamo alla domanda: “Perché una climbing radio?” Immaginavo una risposta piena di visioni, passione, sogni, addirittura utopie che della passione e del sogno sono i figli legittimi.

    E invece Marco, che di passioni e visioni ne ha tante, ma ha anche la testa quadrata di un ingegnere gestionale, mi ha dato una risposta lucidissima, e anche molto convincente.
    “Da appassionato di arrampicata mi ero reso conto che mancava un collettore di informazioni che semplificasse la vita di chi deve organizzarsi per godersi questo sport… Poi avevo notato che nella maggior parte di palestre si arrampica con una colonna sonora che accompagna la performance, non è un semplice sottofondo musicale… E ho pensato: perché non creare un punto di riferimento per tutti i climber amatoriali italiani di cui la musica diventi per cosi dire un file rouge unificante?”

    E infatti l’ha creato, questo punto di riferimento, e funziona alla grande.
    La tecnologia, con la nascita di piattaforme per radio web, esisteva, così come si sviluppava in Italia una nuova sensibilità per la narrazione orale, quella dei podcast.

    Ma fare l’editore è un mestiere che Marco sa di non poter improvvisare (ricordiamoci: è un manager) e decide di chiamare come partner Versante Sud che quel mestiere lo fa da anni, e anche bene.

    È cosi che nasce Climbing Radio, la prima radio in Italia (e credo in Europa, ma forse anche al mondo) dedicata alla passione dell’arrampicare.

    “Un bilancio dopo 7 anni?”

    “Ci avevo visto giusto: abbiamo risposto a un bisogno inespresso ma molto presente, e lo abbiamo fatto con una narrazione che di lì a poco sarebbe diventata uno dei fenomeni mediatici più importanti degli ultimi 10 anni, il podcast. Ora, esattamente come in genere si comportano altre case editrici di podcast, vogliamo aumentare la possibilità di fruizione dei nostri contenuti caricando i nostri podcast anche su altre piattaforme oltre che su quella della nostra radio”.

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    Jim Bridwell _ photo © Climbing Radio

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    Ma Marco, ricordiamolo, non è solo un imprenditore lucido e innovativo, è anche un uomo che ama la montagna, e questo amore si coglie vividamente quando ne parla.

    “Se ti innamori di una persona ed è vero amore, questa persona la rispetti, profondamente. Vale anche per la montagna: amarla vuol dire anche rispettarla, e rispettarla vuol dire avvicinarla con delicatezza, senza la rapacità cafona di un approccio ‘consumistico’. Bisogna rispettarla anche nei suoi silenzi, entrare in punta di piedi in un ambiente naturale in cui sei ospite. È necessario sviluppare una educazione che porti più in là della sola consapevolezza di dover ‘riportare i rifiuti a casa’. Capire insomma che una parete di roccia non è una palestra di arrampicata ma un ecosistema delicato di cui possiamo far parte a patto di rispettarlo religiosamente.

    Ecco, adesso che ci penso la ragione più profonda per la quale ho creato Climbing Radio è proprio questa: contribuire a creare una cultura di relazione rispettosa ed equilibrata con la montagna”.

    Esiste un modo più “rispettoso” di arrampicare?

    “Credo di sì, e ha a che fare con gli obiettivi per cui decidi di scalare una parete. Credo che questa disciplina sportiva vada praticata senza troppa intensità, senza porsi necessariamente obiettivi eccezionali. Accontentarsi di quello che si è riusciti a fare, senza frustrazioni per quello che non si riesce a fare. Da bambino arrampicavo sui muri a secco, in campagna, per sentirmi “un grande”, poi arrampicavo sugli alberi per raccogliere ciliegie. Adesso arrampico in montagna non per il brivido di sfide estreme, ma perché è la mia strada per entrare più intensamente in rapporto con quell’ambiente meraviglioso”.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2023/12/studio_OK.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    studio _ photo © Climbing Radio

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    La parola “rispetto” viene dal verbo latino “respicere”, guardare indietro: il rispetto è il guardarsi indietro. Si procede, ed è avanti che si guarda, tutta avanti è la nostra attenzione. Il rispetto è quel momento di ricerca, di riflessione che ci ferma un attimo. Voltandoci, abbandonando un istante la prospettiva della nostra corsa, ci si apre tutto ciò che sta dietro, quell’enorme cattedrale di sentimento, di pensiero, di valore che non esiste se non fuori dal nostro ego. Perché davanti a noi c’è solo la nostra meta, dietro di noi c’è tutto il mondo che ci ha aiutato a raggiungerla, e di cui facciamo parte.

    È ecologia della mente, prima che ecologia ambientale. E un consiglio prezioso per chiunque voglia vivere nella Natura, come parte della Natura.

    Climbing Radio ci aiuta in questo esercizio: ci indica tante, fantastiche vie da arrampicare, e insieme ci suggerisce il modo giusto per approcciarle, che è fatto di amore e rispetto per la montagna, che esisteva prima di noi e continuerà ad esistere dopo il nostro passaggio su questa terra.

    Non ci resta che sintonizzarci.

    www.climbingradio.it 

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  • Vertical Love

    Vertical Love

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    di Ercole Giammarco

    “Non chiederti di cosa ha bisogno il mondo.
    Chiediti che cosa ti rende felice e poi fallo.
    Il mondo ha solo bisogno di persone felici”
    Antoine De Saint-Exupéry

     

    La Nameless Tower, in Pakistan, con i suoi 6521 metri di altezza sembra una gigantesca matita da carpentiere spuntata, usata da Dio per disegnare il mondo prima di abbandonarla in mezzo a una catena di montagne inaccessibili.

    Burning the Flame è il documentario, presente nella diciassettesima rassegna cinematografica Reel Rock, che racconta la salita della Nameless Tower di Jacopo Larcher e Barbara Zangerl, seguendo la magica linea di Eternal Flame. Barbara e Jacopo sono stati sei giorni in parete, dal 18 al 23 luglio 2022, per scalare in libera 1200 metri tra i più impegnativi al mondo in 24 “tiri”. Prima di Barbara Zangerl nessuna donna c’era riuscita prima.

    Ho voluto vedere Burning the Flame una seconda volta per cercare di capire come mai mi era piaciuto cosi tanto. Ok, le riprese erano spettacolari, l’eleganza con cui Barbara e Jacopo arrampicavano era suprema, il paesaggio era, letteralmente, mozzafiato. Cosi come l’audio in presa diretta e i close up sulle loro mani martoriate dopo 4 giorni di scaramucce con la roccia viva davano l’impressione di essere lì, insieme a loro.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2023/09/Burning-the-Flame.png” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Burning the Flame

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Ma non era quello il punto. Questo documentario ha qualcosa di diverso dagli altri: Jacopo e Barbara, nelle poche parole scambiate durante la salita, nei loro volti sorridenti anche nei momenti di massima concentrazione, nei loro gesti essenziali, precisi, trasferivano qualcosa che spesso manca all’alpinismo estremo: l’allegria della salita. L’alpinismo estremo spesso ha a che fare con il brivido di un dialogo con la morte, un brivido che gli toglie il sorriso e che tuttavia è la benzina di non pochi sportivi. Se avete letto libri come Il richiamo del silenzio di Joe Simpson o Memorie di un serial climber di Mark Twight avete capito di cosa sto parlando.

    Questo documentario, invece, è un’esplosione di gioia di vivere.

    Jacopo ha 33 anni e ha iniziato ad arrampicare a dieci anni, durante un corso del CAI a cui si era iscritto un po’ per caso. Da allora non ha più smesso. Quella cosa ce l’aveva dentro dalla nascita, e il destino lo ha solo aiutato a riconoscerla.
    Oggi arrampicare è diventata la sua vita e il suo lavoro.

    “Non so perché mi piaccia cosi tanto, forse perché mi da l’emozione della libertà assoluta, perché non ho mai pensato che arrampicare fosse una sfida contro la vita, ma piuttosto un modo per comprenderla, questa vita, e per conoscere il mondo”.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2023/09/Jacopo-Larcher.png” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Burning the Flame, Jacopo Larcher

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Le sue parole sono fresche, tranquille, controllate. Devo ricordarmi che sono al telefono con uno degli alpinisti più bravi in circolazione: la voce potrebbe essere quella di un dottorando del Politecnico di Milano. La serenità che mi trasmette quando parla è il ricordo più piacevole che mi resta di quella telefonata.

    Non si arrampica sulle parole, Jacopo Larcher: parla in modo semplice, perché semplici e lineari, cioè onesti, sono i suoi pensieri, le sue emozioni, i suoi sogni.
    “Arrampicare non è una sfida, è un obiettivo da raggiungere passo dopo passo. Le sfide a volte ci vengono incontro, non siamo noi a cercarle”.
    Tanto per togliere dalla narrazione dell’alpinismo certe incrostazioni retoriche e superomistiche che a volte l’appesantiscono.

    Poi continua, come per esplicitare un po’ di cose che in realtà mi aveva già fatto capire.
    “La qualità che preferisco è l’onestà, la trasparenza, il difetto peggiore l’egocentrismo, e la chiusura mentale”.

    Una domanda, tanto per non perdere l’occasione di essere mainstream, gliela faccio sul climate change. Ecco la risposta: “Sono molto spaventato ma sono anche egoista, perché con tutti i viaggi che affronto non posso avere uno stile di vita ecofriendly, e tuttavia non ci rinuncio: non mi sento nella posizione di parlare di questo tema in modo credibile”.

    A proposito di onestà.

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    photo © Burning the Flame, Barbara Zangerl

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    L’altra domanda obbligatoria, sulla gender equality, posso invece risparmiarmela: basta vedere nel film come si alternano da capocordata, lui uomo, lei donna, mentre affrontano quei tiri impossibili su Eternal Flame.

    Non vi ho detto ancora una cosa: fra Jacopo e Barbara non c’è solo un legame sportivo. Sono anche fidanzati.

    Si poteva cogliere, guardando la prima parte del film, come in controluce una complicità speciale, il piacere evidente di compiere quell’impresa insieme.
    E alla fine si sono dati un piccolo bacio sulle labbra. Un piccolo bacio a coronamento di 6 giorni passati in parete, fino a seimila metri, impegnati in un’ascensione semplicemente impossibile per quasi tutti gli umani. L’ho trovato un momento davvero commovente ed elegante, come sono sempre eleganti e commoventi le cose grandi appena sussurrate.

    Mettere gioia nei nostri giorni affrontando gli ostacoli quotidiani col sorriso. Non c’è bisogno di essere grandi climber, possiamo farlo anche noi.

    C’è un collegamento fra sorridere, amare ed essere liberi. E i visi di quei due ragazzi in cima alla Nameless Tower me lo hanno indicato.

    [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • Il senso di Omar per la neve

    Il senso di Omar per la neve

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    di Ercole Giammarco

     

    Omar Di Felice è un buon esempio di come per fare cose da matti bisogna essere persone equilibrate. Classe 1981, romanissimo, ha una faccia allegra che mi ricorda quella di Zerocalcare, ma lo sguardo di chi, al contrario del grande fumettista romano, un suo equilibrio di vita lo ha trovato, eccome.

    Omar è uno dei migliori ultracyclist in circolazione (nel mondo). La sua specialità è pedalare come non ci fosse un domani dove scarseggia l’ossigeno (fino al Campo Base dell’Everest, che è una delle sue ultime imprese) o in lande dove si è fortunati se il termometro non scende sotto i -20° (tra le altre, la Dalton Highway in Alaska, percorsa naturalmente d’inverno).

    Omar si innamora del ciclismo guardando le imprese di Pantani in TV (come dargli torto?) e con la sua prima bici da corsa (…mi sono dimenticato di chiedergli che bici era), a 13 anni inizia a gareggiare. Qualche anno dopo comincia la carriera professionistica, ma presto la abbandona perchè capisce che “nel ciclismo non sarei stato un protagonista e quindi era meglio dedicarmi ad altro”. Che, a proposito di equilibrio, è una saggia riflessione.

    In realtà forse capisce anche un’altra cosa, e cioè che la bici poteva dargli qualcosa di diverso che vincere o perdere una gara. La bici poteva diventare il compagno di viaggio di un percorso di conoscenza interiore, uno strumento per saggiare i propri confini e spostarli continuamente, un modo per vivere la complessa relazione fra te e il mondo che ti circonda, fra i tuoi limiti umani e la potenza senza limiti della Natura.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2023/05/DSC00395-copy-scaled.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Omar Di Felice

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Nel 2012 parte da Lourdes e pedala ininterrottamente 4 giorni per coprire i quasi 1300 km che lo separano da Santiago da Compostela. Con quel viaggio capisce definitivamente che è quello il modo in cui lui vuole pedalare.

    Chi ha fatto esperienze estreme di fatica sportiva sa bene che quando non ce ne è più per i muscoli si attivano risorse mentali che non si era consapevoli di possedere: il cervello stacca la spina da quella voce interiore monologante che è il nostro Io cosciente, se ne libera e si fonde col resto del mondo.

    Per usare termini mistici, si cessa di esistere nella propria individualità e si diventa parte di un tutto che ti annienta come soggetto, e ti illumina.

    Forse ho esagerato, ma in effetti santoni anacoreti e sciamani di ogni tempo e latitudine usano il superamento dei loro limiti fisici (col digiuno, la fatica, l’insonnia…) per raggiungere questo stato della percezione. Che si chiama estasi.

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    photo © Omar Di Felice

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    Ma Omar non è un mistico, almeno non un mistico di quel tipo: come ho detto prima è un uomo meravigliosamente equilibrato. E me lo ha dimostrato nella breve conversazione che abbiamo avuto.

    Una volta le avventure estreme erano il prezzo (salato) da pagare alla ricerca scientifica o alla esplorazione geografica. Adesso le sfide estreme sono diventate un fine e non un mezzo. Perchè? Cosa  spinge un uomo a performance ai limiti dell’umano?

    Non è cosi. Le avventure estreme restano un mezzo per continuare ad esplorare in un mondo in cui tutto sembra essere stato esplorato, dove non c’è più nulla da scoprire. E diventano strumento di scoperta di un paesaggio interiore non meno vertiginoso di quello che Sir Livingstone guardava per la prima volta avventurandosi fra i maestosi paesaggi dell’Africa Nera.

    È anche un modo per uscire dalla nostra sonnolenta zona di confort e riconnettersi al passato sportivo dei tempi eroici: le prime tappe del tour de France erano di 300 km con le lampade a petrolio sul manubrio della bici lungo strade quasi mai asfaltate…

    Insomma questo modo di pedalare è un modo per riappropriarsi della gioia della scoperta e dell’imprevisto per noi cittadini del terzo millennio, seduti sull’illusione di avere tutto a portata di mano, tutto sotto controllo.

    Faresti quello che fai se non ci fossero gli strumenti per condividerlo con il resto del mondo (social, video, libri…)? 

    Se non fossi mosso da una grande passione non farei quello che faccio. Ma quando la passione diventa lavoro, si aggiungono pezzi: la comunicazione è uno di questi pezzi e trasforma la mia esperienza, insieme ai progetti educativi e sociali che curo, in qualcosa di utile al prossimo. Credo che abbia un senso condividere con altri esperienze così personali, farle diventare patrimonio comune di esperienze.

    4 ingredienti senza i quali non riusciresti a fare quello che fai.

    Passione, conoscenza, capacità tecnica e capacità organizzativa (che sembra parte del decalogo di un architetto rinascimentale più che di un ultracyclist del terzo millennio n.d.r.)

    Il momento più bello e quello più brutto della tua vita di sportivo?

    Il momento o meglio il periodo più bello è stato quando ho capito, fra il 2017 e il 2018, che stavo riuscendo a trasformare la mia passione per la bici in un lavoro. Vivere della propria passione è il dono più bello che si possa ricevere dalla vita.

    Momenti ”brutti”? Ce ne sono stati molti, ma non li definirei “brutti”, piuttosto ”complicati”. Fanno parte anche loro della bellezza dell’avventura e sono il sale della libertà che mi godo pedalando.

     

    Come diceva Sir Ernest Henry Shackleton, leggendario esploratore del polo Sud (vedi qui) “le difficoltà sono solo cose da superare, dopo tutto”. Se non la pensi così il deserto dei Gobi in autosufficienza d’inverno non te lo fai in bicicletta. Ma neanche in macchina.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2023/05/54_LAlaska-Highway-Canada-scaled.jpeg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Omar Di Felice. L’Alaska Highway (Canada)

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  • La fotografia con Outdoor Photography Academy

    La fotografia con Outdoor Photography Academy

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]Abbiamo incontrato i ragazzi di OPA – Outdoor Photography Academy – e, ispirati dal loro progetto, abbiamo pensato di raccontarvi la loro storia.

    Nata dall’idea di Francesco Pierini insieme a quattro emergenti fotografi sportivi italiani, Alex Faedda, Samuele Cavicchi, Chiara Guglielmina, Giovanni Danieli, OPA è un’accademia di fotografia dedicata a chi desidera specializzarsi nel settore degli action sport in ambiente outdoor.

    OPA nasce da un bisogno, ovvero quello di imparare a fotografare in ambienti ostili e difficili. Che si tratti di arrampicata, di scialpinismo o di Mtb, OPA mette a disposizione alcuni tra i migliori fotografi italiani specializzati in queste discipline. Sono tantissimi i fotoamatori che amano scattare immagini durante le proprie avventure in montagna e tanti sono anche i professionisti che vogliono far parte di questa nicchia di mercato. OPA accoglie tutti, con piani di apprendimento basati sulle proprie capacità e sugli obiettivi che si vogliono raggiungere.
    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2023/04/Alex-Faedda3-scaled.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]photo © Alex Faedda
    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]Fotografare sportivi in parete, su un paio di sci o sulla cresta di una montagna, non è un’abilità che si apprende a un classico workshop di fotografia di paesaggio. Gli elementi in gioco sono moltissimi, la sicurezza in primis, ma anche la gestione del soggetto, della luce e delle condizioni ambientali. Anche noi di ITACA, lavorando tanto con il mondo delle riprese outdoor, siamo contenti di collaborare con questa giovane realtà che propone un approccio metodologico e di studio alla fotografia, frutto di un’esperienza appresa sul campo sia come fotografi che come sportivi.
    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2023/04/1-1.png” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]photo © OPA – Outdoor Photography Academy
    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    Nella scelta dei corsi, siamo rimasti colpiti dalla varietà delle attività sportive che coprono: hiking, trail tunning, arrampicata sportiva, MTB e discipline su neve e ghiaccio. Si passa dalle video lezioni registrate direttamente sul campo ai workshop in presenza in ambiente outdoor fino alle sessioni 1|1 di coaching personalizzate.

    OPA è una realtà giovane, dinamica che vuole essere un punto di incontro e di ispirazione per ogni mente creativa e che aiuta a trasformare i momenti in fotografie epiche.

    Andate, perdetevi nella magia del mondo outdoor e condividete i vostri scatti… il nostro tag è @itaca.theoutdoorcommunity.
    Saremo felici di ricondividerli!

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2023/04/3-1.png” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]photo © OPA – Outdoor Photography Academy
    [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • Insieme per la Patagonia

    Insieme per la Patagonia

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    Con l’edizione 2023 BANFF Italia lancia il suo progetto a sostegno dell’ambiente in collaborazione con zeroCO2, società Benefit che si occupa di riforestazione ad alto impatto sociale piantando alberi in diverse zone del mondo per contrastare la crisi climatica e supportare lo sviluppo di intere comunità contadine.

    L’iniziativa prevede la realizzazione di una “Foresta BANFF Italia” nel territorio della Patagonia, luogo che da anni è protagonista nei diversi documentari finalisti al BANFF Mountain Film Festival e che è stato tristemente colpito da deforestazione e incendi soprattutto negli ultimi 30 anni.

     

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2023/02/1675852501600.jpeg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    BANFF Italia adotterà 1 albero ogni 100 biglietti venduti, con l’ambizione di raggiungere 100 alberi entro il termine dell’edizione 2023 e contribuire alla riforestazione di questo ecosistema.

    Gli alberi saranno piantanti nell’area di Cholila, nella provincia Chubut, per recuperare i boschi argentini degradati e realizzare una transizione ecologica che renda protagoniste le comunità locali.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2023/02/2.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © zeroCO2

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    “Prevediamo di arrivare a 100 alberi adottati entro il termine del tour 2023, un risultato che renderà tutto il pubblico del BANFF protagonista di questa azione green nei confronti del pianeta. Grazie alla partnership con zeroCO2, i germogli cresceranno nel vivaio e poi verranno donati a una famiglia di contadini… e potremmo seguire online la crescita della foresta BANFF grazie al sistema di monitoraggio Chloe. Siamo entusiasti di questa iniziativa che racconteremo passo dopo passo sui nostri canali social” dichiara Alessandra Raggio, CEO Itaca the Outdoor Community.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2023/02/1.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © zeroCO2

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2023/02/1-1.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © zeroCO2

    [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • Nelle profondità dell’anima

    Nelle profondità dell’anima

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    di Ercole Giammarco

    “Dobbiamo trovare qualcuno con cui mangiare e bere
    prima di cercare qualcosa da mangiare e da bere,
    perché mangiare da solo significa fare la vita di un leone o di un lupo.”
    Epicuro

     

    Ha degli occhi da ragazzino sveglio e allegro, ma quando risponde alle mie domande lo sguardo diventa concentrato, e un pò malinconico. Mike Maric, classe ’73, prima leggenda mondiale dell’apnea agonistica e oggi coach del respiro per campioni olimpionici, è un uomo che parla sempre dopo aver pensato, mai prima.

    Dopo aver visto in anteprima il documentario Broken Breath, nel quale Mike si racconta sullo sfondo di immagini straordinariamente belle – è la prima produzione italiana entrata tra i finalisti dell’Ocean Film Festival World Tour e presentato in anteprima mondiale nel tour italiano – l’ho voluto intervistare perché le emozioni (e le riflessioni) che mi ha procurato chiedevano delle risposte, e le domande non potevo che farle direttamente a lui.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2022/10/1-1.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Mike Maric

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    La passione per il mare gliel’ha trasmessa il padre, che quando era ancora bambino gli regala una maschera e un boccaglio e lo fa giocare con le sue tute di neoprene. Poi il nuoto agonistico, e l’incontro, a 24 anni, con Umberto Pellizzari (detto “il Pelo”), leggenda dell’apnea, che intuisce il suo talento e lo porta nel 2004 a diventare campione del mondo di “Jump Blue”, una forma di apnea con la monopinna che prevede, dopo una discesa a 15 metri, di percorrere il maggior numero di volte possibile i lati di un ideale cubo. Ogni lato, 15 metri.

    Subito dopo porta a casa il record nazionale di apnea dinamica (profondità: 150 metri). Insomma, a trent’anni è uno degli apneisti agonisti più forti del mondo. La vita gli sorride. Ma per poco.

    L’anno dopo muore incomprensibilmente, durante una battuta di pesca subacquea, Filippo, il suo migliore amico, istruttore di apnea e anche il suo assistente più fidato durante le gare.

    La vita di Mike si ferma lì, all’improvviso, e comincia a calare a picco negli abissi della depressione. Dopo un anno tocca il fondo, e capisce che non saranno le performance dell’agonismo estremo a dargli le risposte di cui sente il bisogno. Decide di cercarle altrove. E le trova.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2022/10/5-1.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Mike Maric

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    A volte lo sport estremo è una forma di affermazione esasperata dell’ego. Si superano i propri limiti “contro” qualcosa: un deserto da percorrere a piedi, una cima inviolata da conquistare… L’agonismo diventa così lo specchio di quella ipertrofia dell’Io che secondo qualcuno (Papa Francesco, fra gli altri) è diventata la malattia mortale di questa nostra epoca.

    Ma Mike a trent’anni, quando di solito ci si sente immortali, nel pieno del successo e della fama, ormai personaggio noto in tutto il mondo, è inciampato sulla Morte.

    Non si è girato dall’altra parte. E il lutto atroce per la perdita di un amico si è trasformato in un dono capace di illuminare la bellezza della vita quando un uomo riesce a viverla in modo autentico.

    Scrive il Dalai Lama “quello che mi ha più sorpreso negli uomini dell’Occidente è che vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto”. Dialogare con Mike è come ascoltare un mistico orientale o un filosofo presocratico che però ha la faccia di un ragazzino sveglio e usa le parole semplici delle cose e non delle astrazioni.

    “L’apnea mi ha insegnato ad essere acqua nell’acqua” dice in un passaggio del documentario. E in fondo il suo percorso spirituale (lui non lo chiamerebbe mai “percorso spirituale”) parte da lì. Per capire questa frase bisogna guardare la scena in cui nuota in apnea con un branco di delfini. Sono vicinissimi, si sfiorano e giocano con una grazia incantevole. Quella scena mi ha toccato profondamente: non era la performance di un uomo protagonista di una danza con due delfini, ma lo spettacolo della Natura che danzava una danza in cui l’uomo, i delfini, l’acqua erano una cosa sola. Uno spettacolo meraviglioso.

    “La mia rinascita è cominciato da quell’esperienza a Miami, con un branco di delfini. Lì ho sentito che non esisto in quanto Io, ma solo come parte di un Noi: la Natura è un Noi, come è un Noi la famiglia nella quale sei nato, la squadra con la quale ti alleni…”

    Se “confrontarsi con la Natura è il modo più intenso per sentirsi vivi” (sono sempre parole sue), uscire dal proprio guscio e con-dividere la propria vita con gli altri, “dare importanza all’altruismo” (che espressione bella, semplice, antica!) è ciò che permette di avere una vita di senso. Mike parla, concretamente, di progetti comuni: contribuire come cittadini alla salute della Polis, allenare degli atleti mettendo a disposizione la propria esperienza, o fare la propria parte di lavoro per lasciare un mondo migliore di quello che si è trovato…  

    “È questo che regala amore, passione, energia, perché non sei più Tu e il tuo Progetto, ma sei parte di un progetto, insieme a tutti gli altri”.

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    photo © Mike Maric

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    Mike è partito da qui, e poi tutto il resto (un condensato di saggezza non dichiarata ma vissuta) è venuto via facile: se “si resta senza pelle” e si diventa permeabili al mondo, il mondo comincia a parlarci con parole autentiche e impari “che sono le cose più semplici quelle più importanti: respirare, mangiare, essere dentro la Natura. E capisci che dimenticarselo può anche ucciderti”. 

    Mike oggi ha quasi cinquant’anni.

    Pensi mai alla vecchiaia?

    Molto spesso, soprattutto da quando vedo invecchiare le persone che amo.

    E come vivi la prospettiva di invecchiare?

    Parto da una frase di Elvis, che è un mio Mito: fai sempre cose che ti piacerà ricordare. Così cerco di vivere una vita piena, e di godere i piccoli doni che ogni giorno ti regala, se sai vederli. Poi cerco di fare meno cose, ma di farle bene. E frequento meno persone, solo quelle che hanno cose vere da dirmi. Ora so che non è necessario fare grandi imprese per realizzarsi perché l’importante non è ciò che fai, ma quello che sei. La mia vera, grande impresa sarà riuscire a dare valore alla mia vita lasciando un posto migliore di quello che ho trovato, e nonostante i tempi orribili che stiamo vivendo, questa prospettiva mi dà forza, speranza, gioia, ottimismo.

    Mike Maric è noto in tutto il mondo, partecipa a trasmissioni televisive, rilascia interviste, scrive libri. Ma non è un personaggio. È una persona, una grande persona.

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    photo © Mike Maric

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  • Sea Sheperd, un movimento a difesa dei mari

    Sea Sheperd, un movimento a difesa dei mari

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    Partner storico di Ocean Film Festival in Italia, Sea Shepherd è un’organizzazione internazionale senza fini di lucro, la cui missione è fermare la distruzione dell’habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani del mondo intero, al fine di conservare e proteggere l’ecosistema.

    Da più di quarant’anni Sea Shepherd pratica la tattica dell’azione diretta per investigare, documentare e agire quando è necessario mostrare al mondo e impedire le attività illegali in alto mare. Sea Shepherd agisce per assicurarne la sopravvivenza per le generazioni future, grazie alla Flotta di Nettuno, composta da 12 navi e con la dedizione di migliaia di volontari.

    Per approfondire la conoscenza di questa importante realtà, vi riportiamo l’intervista a Enrico Salierno, membro del Consiglio di Amministrazione di Sea Shepherd Italia.

    Che cos’è Sea Shepherd? Come la si potrebbe raccontare a una persona che sente questo nome per la prima volta?

    Sea Shepherd vuol dire letteralmente “Pastore del Mare”; Il nostro gregge sono le creature marine, dal plancton alle balene più grandi, inclusi i loro habitat. Sea Shepherd si prende cura della loro conservazione e protezione per garantire il futuro degli ecosistemi oceanici, dai quali dipende la sopravvivenza delle specie che abitano la terra ferma e della stessa razza umana. Sea Shepherd è un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro la cui caratteristica specifica e distintiva è l’utilizzo di innovative tattiche di azione diretta per investigare, documentare e agire per fermare le attività illegali in alto mare.

    Sea Shepherd è nata nel 1977. Qual era l’emergenza allora, che ha spinto Paul Watson a fondare un’organizzazione come questa? E quali sono oggi le emergenze che rendono la vostra presenza importante per il nostro pianeta?

    Il Capitano Paul Watson ha fondato Sea Shepherd nel 1977 per dare una risposta efficace e determinata alle problematiche che minacciavano la fauna marina nel suo complesso, collegate al sovra sfruttamento delle diverse specie e alla carenza o insufficienza di regolamentazioni adeguate; Paul Watson è uno dei massimi esponenti dell’attivismo ambientalista moderno e la sua visione interventista basata sull’ “azione”, diametralmente opposta alla visione di mera protesta/denuncia tipica dell’ambientalismo ortodosso, è fondamento e giustificazione primaria della nascita di Sea Shepherd. Le emergenze ambientali degli anni ’70 erano già molte e riguardavano specie marine e di terra. Paul si è occupato di entrambe nella prima fase del suo attivismo, ma il massiccio sfruttamento su scala industriale della fauna marina, che già dagli anni ’30 aveva ridotto sull’orlo dell’estinzione molte specie di cetacei, tra i quali megattere, balene grigie, balene franche e capodogli, ha portato Paul Watson a una netta scelta di campo. Un episodio in particolare ha segnato questa scelta e il futuro di Paul: era il giugno del ’75 e Paul Watson si trovava con altri tre attivisti su un gommone, a circa 96 Km dalla costa della California, per opporsi alla caccia alle balene condotta dalle baleniere sovietiche. Un branco di meravigliosi capodogli era davanti a loro, la baleniera russa dopo aver ucciso una delle femmine del branco, spara un arpione esplosivo nella testa del grande maschio: “Il capodoglio ha sollevato la testa fuori dall’acqua proprio accanto alla nostra barca, con un’inclinazione che avrebbe portato il suo corpo a schiantarsi su di noi. Acqua salata gelida e sangue fumante ci si riversavano addosso. Ho visto allora il suo occhio davanti a me, così vicino da riflettermici dentro. Ed è stato in quel momento che è accaduto qualcosa, e la mia vita da allora non è stata più la stessa [..]Ecco, in quel singolo occhio ho visto intelligenza, e ho sentito che riusciva a capire, che la balena capiva che stavamo tentando di fare qualcosa. E, improvvisamente, sono stato testimone dello sforzo incredibile del capodoglio di fermare la sua caduta su di noi: i suoi muscoli serrati e l’angolazione del suo corpo era cambiata, così da cominciare ad affondare indietro nel mare anziché schiantarsi su di noi, sommergendoci. Avevo davanti il suo occhio mentre veniva risucchiato nel profondo blu del mare, fino a sparire e sapevo che sarei stato l’ultima cosa che avrebbe visto prima di morire”. Paul Watson ha visto in quell’occhio intelligenza, coscienza e compassione: “Da quel giorno ho dedicato la mia vita a difendere le balene dai progetti di morte della mia stessa specie. Quella balena aveva scelto di risparmiare la mia vita e io in cambio ho scelto di dedicare la mia vita stessa a proteggere tutte le balene dalla specie umana.”

    L’IWT nel 1986 ha imposto una moratoria sulla caccia ai grandi cetacei e il 31 marzo 2014 le attività di baleneria scientifica della flotta giapponese sono state dichiarate illegali. Oggi le piaghe che affliggono il mare sono ancora molte: la pesca industriale delle specie ittiche più richieste, la pesca illegale diffusa in tutto il mondo che minaccia le specie di apice, l’inquinamento chimico e da plastica, i test sismici, militari e le piattaforme off-shore per l’estrazione di gas o petrolio, sono le attuali minacce alla sopravvivenza della biodiversità e degli ecosistemi marini. Sea Shepherd negli anni è cresciuta e si è trasformata in un movimento globale che continua quotidianamente a lottare e ad agire direttamente per affrontare e fermare queste minacce.

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    photo © Sea Shepherd

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    So che per scelte interne non avete sedi operative. Come è strutturata quindi l’organizzazione sia a livello globale che italiano (suppongo rispecchi la stessa “geometria” organizzativa) e di quali numeri parliamo in termini di persone coinvolte?

    Le uniche sedi operative di Sea Shepherd sono: il Quartier Generale di Sea Shepherd USA a Friday Harbor, nello Stato di Washington, prima sede dell’Organizzazione dalla sua nascita nel 1977. Dopo gli attacchi legali da parte del Giappone al capitolo statunitense e a Paul Watson, Sea Shepherd ha stabilito una nuova sede operativa in Australia, a Williamstown, Melbourne,  per gestire le campagne antartiche e ospitare la flotta di Sea Shepherd. L’Organizzazione nel frattempo è cresciuta in tutto il mondo, sono nati nuovi capitoli e nuove campagne per la difesa dei nostri Oceani e delle varie specie. Sea Shepherd si è trasformata in un vero e proprio movimento globale e oggi Sea Shepherd Global ha il proprio Quartier Generale ad Amsterdam, in Olanda, che coordina tutti i capitoli europei dell’Organizzazione: inoltre, ha un ufficio stabile nelle Isole Galapagos, esempio di una virtuosa ed efficace collaborazione tra un’Organizzazione ambientalista e le autorità locali per la difesa di uno dei più importanti ecosistemi al mondo: il Parco Nazionale delle Isole Galapagos.

    Queste sedi rispondono a esigenze collegate alla gestione e alla vita dell’Organizzazione a livello globale. Come politica generale, Sea Shepherd ha scelto di basare le proprie attività sul volontariato puro e di non avere sedi di rappresentanza ovunque nel mondo per rispettare e ottimizzare le donazioni dei suoi sostenitori, unica forma di sostegno economico dell’Organizzazione; chi dona a Sea Shepherd sa che il denaro verrà impiegato per la manutenzione delle navi, per le campagne in corso o per le campagne a venire, per l’acquisto di materiali tecnici e attrezzature professionali per gli equipaggi e per tutto ciò che serve a salvare la vita dei nostri clienti (la fauna marina e i suoi habitat) e non per pagare affitti o stipendi.

    La struttura dell’Organizzazione è piramidale sia a livello globale che locale: da quando Paul Watson, a seguito dell’attacco legale giapponese, ha dovuto dimettersi dalla Presidenza, il Capitano Alex Cornelissen, CEO di Sea Shepherd Global, è il leader di Sea Shepherd. Il Capitano Peter Hammarstedt e la Presidente di Sea Shepherd Francia, Lamya Essemlali, fanno parte, assieme al Capitano Cornelissen, del Consiglio Direttivo di Sea Shepherd. A livello locale la struttura è la stessa e deve ovviamente rispettare le forme legali associative dello Stato di appartenenza. Il capitolo italiano dell’Organizzazione è strutturato come ONLUS,

    Sea Shepherd Italia ONLUS ha il suo Presidente (Coordinatore nazionale), ha un Consiglio Direttivo e soci tesserati. La distribuzione geografica dei volontari in Italia è strutturata in Coordinamenti di zona, con un Coordinatore che organizza le attività a livello locale. Inoltre esistono dei Dipartimenti che provvedono alla gestione quotidiana dell’associazione: Dipartimento Media (rapporti con la stampa), Dipartimento Social (gestione Social Network), Dipartimento Translate (gestione traduzioni), Dipartimento Supporter (gestione dei sostenitori e donatori), Dipartimento Scuole (gestione rapporti con le scuole) etc  Difficile fornire una valutazione numerica del numero dei volontari attivi a livello globale in una Organizzazione in costante crescita. In Italia per il momento contiamo circa un centinaio di volontari attivi.

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    photo © Sea Shepherd

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    In valore percentuale, nelle vostre attività (ma anche in un contesto più generale) che peso daresti alle azioni dirette sul campo piuttosto che alle campagne di advocacy e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica? Sono importanti allo stesso modo?

    Sea Shepherd è nata al servizio dell’azione diretta sul campo ed è parte fondamentale e imprescindibile della mission e dello “spirito” dell’Organizzazione; L’azione fa la differenza perché consente di ottenere risultati immediati in termini di vite salvate e di mancato guadagno per i bracconieri. Sea Shepherd misura i suoi successi proprio sulla base del numero di vite salvate e quindi di vita marina “conservata”; dieci anni di campagne antartiche hanno salvato la vita a più di 5000 balene e questo dato oggettivo ha di per sé un valore assoluto come successo in termini strettamente ambientalisti, al di là di qualsiasi altra conquista processuale successiva, copertura mediatica del tema o protesta pubblica in strada contro la baleneria. Questo non significa affatto che l’informazione e la sensibilizzazione abbiano un valore minore o residuale, significa semplicemente che l’azione diretta è imprescindibile per raggiungere risultati concreti e che l’informazione mediatica e la sensibilizzazione del pubblico attraverso tutti i media e social media a disposizione moltiplica la propria efficacia quando, oltre alla conoscenza del problema specifico, diffonde il messaggio e l’esempio dell’azione per combattere e risolvere il problema stesso. Paul Watson ricorda spesso un concetto importante: ciò che fa davvero la differenza non è l’azione dei governi, non sono le grandi organizzazioni, ma è la passione dei singoli individui. Questo significa che quando ognuno di noi viene a conoscenza di un determinato problema può sempre fare qualcosa per diventare parte della soluzione di quel problema.

    Sea Shepherd, assieme all’azione diretta, considera la documentazione foto/video un’altra “arma” fondamentale al servizio della propria mission; ogni campagna dell’Organizzazione, sia in mare che a terra, è documentata e ripresa da un Team Media di volontari e/o professionisti. In questo modo Sea Shepherd diffonde la conoscenza delle varie problematiche e delle proprie azioni di contrasto tra il pubblico, garantendo informazione, trasparenza e verifica immediata dei risultati. In questo modo le campagne sul campo diventano immediatamente anche campagne mediatiche che raggiungono il pubblico e lo rendono consapevole e informato. Whale Wars (Guerra alle Baleniere) ad esempio, il docu-reality girato da Animal Planet a bordo delle navi di Sea Shepherd durante le campagne antartiche, si è rivelato un veicolo molto efficace per la conoscenza della baleneria illegale condotta dalla flotta giapponese nel Santuario dei Cetacei in Oceano del Sud.

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    photo © Sea Shepherd

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    Ricollegandoci alla domanda sopra, credi che le persone siano davvero consapevoli di quello che gli succede intorno? Qual’è la vostra idea di inclusione sociale su questi temi? Ho paura che tirando le somme vinca sempre la logica “not in my backyard”…

    Purtroppo c’è molta pigrizia nel guardarsi attorno e soffermarsi sui problemi che affliggono il nostro Pianeta, anche se questi problemi sono direttamente connessi con il nostro futuro e quello dei nostri figli. Ognuno è concentrato sulla propria vita e sui suoi bisogni immediati e molti si dimenticano della priorità che tutti abbiamo in comune, indipendentemente dal nostro livello sociale, dal luogo in cui viviamo, dal tipo di cultura che abbiamo etc etc. La priorità assoluta è che tutti viviamo sullo stesso Pianeta e che la nostra vita e il nostro futuro dipendono dalla salute dello stesso Pianeta, la cui superficie è occupata per la maggior parte dall’acqua, o meglio, dagli Oceani. “Se gli Oceani muoiono, moriamo anche noi”, Paul Watson.

    Quello che possiamo fare per ricordare alle persone questa priorità è focalizzare l’attenzione del pubblico con testimonianze, immagini, documentazioni, esempi di azione efficaci e soprattutto mostrare i risultati ottenuti. Molte persone ad esempio sono tendenzialmente interessate a informarsi sui problemi ambientali ma a volte si scoraggiano perché su un piano generale è difficile orientarsi su chi stia facendo cosa e quali siano i progressi o i risultati ottenuti. Per questo Sea Shepherd mostra chiaramente e in tempo reale ciò che sta facendo, dove lo sta facendo, perché lo sta facendo attraverso il suo sito italiano e i siti internazionali, le sue pagine Facebook e Social Network e invia costantemente ai media comunicati stampa sulle proprie campagne e aggiornamenti documentati da materiale foto/video. Inoltre ogni capitolo di Sea Shepherd nel mondo organizza eventi sul territorio per incontrare direttamente il pubblico e dare informazioni sulle campagne in corso e sulle attività generali dell’Organizzazione a livello locale e internazionale. Alla base dell’informazione ci sono le stesse caratteristiche che guidano dal giorno della sua fondazione le attività di Sea Shepherd: determinazione e passione. Questo è ciò che arriva al cuore delle persone e ciò che stimola il loro interesse, la loro riflessione e dà loro motivazione per continuare a interessarsi e rimanere al nostro fianco, spesso anche come volontari.

    Come si compone la vostra flotta di navi e come si svolge il lavoro a bordo?

    Sea Shepherd ha una flotta composta da 8 navi e una flotta di 6 piccole imbarcazioni. Le navi di dimensioni più grandi hanno in dotazione un totale di 8 gommoni a chiglia rigida. Sea Shepherd ha a disposizione anche dei droni utilizza per attività di sorveglianza e documentazione e un elicottero. Le navi sono molto spartane e la disciplina a bordo è molto rigida. Ai volontari di bordo vengono assegnate mansioni corrispondenti o più vicine possibile alle loro competenze o specializzazioni. I dipartimenti in cui si suddivide la vita di bordo e le relative mansioni sono 4: Deck, marinai semplici; Bridge, ponte di comando; Galley, cucina; Engine,sala macchine.

    Ogni mattina i volontari di ogni settore partecipano a un briefing con i loro superiori dove vengono distribuiti i compiti da svolgere durante la giornata, istruzioni varie, informazioni, turni di lavoro per i settori che devono rimanere attivi 24 ore su 24 (come la sala macchine o il ponte di comando quando c’è una campagna in corso). Durante il mese che precede l’inizio di una campagna, tutto l’equipaggio partecipa a una serie di esercitazioni necessarie alla sicurezza in nave (antincendio, abbandono nave, allarme generico, controllo del danno, etc..) e a esercitazioni di carattere prettamente operativo specifiche per la missione, tra le quali la messa in acqua dei gommoni in diverse condizioni metereologiche. Le campagne in mare di Sea Shepherd generalmente durano vari mesi. In aree geografiche vicine alla costa è possibile occasionalmente effettuare un’alternanza o una sostituzione parziale dell’equipaggio, mentre in zone remote come l’Antartide gli equipaggi rimangono a bordo anche per 4 mesi consecutivi senza poter scendere a terra.

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    photo © Sea Shepherd

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    Vedete, dalla vostra, un’attenzione maggiore provenire da una certa “scena” musicale piuttosto che da altre? Forse per una questione storica, la scena hardcore/punk è più attenta di altre a temi quali animalismo o veganesimo. Voi con chi avete modo di rapportarvi e in che modo?

    Molti artisti in generale hanno deciso nel tempo di sostenere Sea Shepherd. Attori, registi, anchor man, pittori, musicisti e gruppi musicali. Il mondo dell’arte è il mondo della libera espressione, della creatività e anche della sensibilità e la natura è spesso fonte di ispirazione diretta o indiretta per gli artisti provenienti da qualsiasi settore. Nel settore musicale le band che hanno deciso spontaneamente di supportare Sea Shepherd abbracciano i generi più diversi. Molti gruppi del panorama musicale rock sostengono Sea Shepherd, incluso l’hard core/punk, ed è probabile che questo sia collegato all’atteggiamento critico che questi artisti hanno spesso nei confronti dello Status Quo.

    L’attivismo di Sea Shepherd basato sull’azione diretta è, quindi, considerato un valora aggiunto nell’ottica del cambiamento della società. In Italia ad esempio abbiamo i Carved (melodic death metal), i Linea77 (alternative metal), i To Kill (hardcore), gli Helia (metalcore), i King Mastino (garage rock), i Klogr (alternative rock/metal) e i For Perfect Killers (alternative rock). Ma abbiamo anche band e musicisti che provengono da generi completamente diversi come Stefano Ianne (compositore polistrumentista), gli Anima Caribe (roots reggae dub), i Cotton Candy (pop elettronico), Luca Bassanese (cantautore folk), gli Ottodix (elettro pop) e altri. A livello internazionale il sostegno a Sea Shepherd è ugualmente trasversale: partiamo dai Red Hot Chili Peppers (funk rock), Aerosmith (hard rock), Smashing Pumpkins (alternative rock), Metallica (heavy metal), Nickelback (rock), Jhon Butler (rock), Architects (metalcore), Mötley Crüe (heavy metal), Gojira (heavy metal), per arrivare poi a Xavier Rudd (cantautore polistrumentista folk), a Ysanne (violinista, compositrice), Chris Reitz (violinista), Jamie McDell (country pop), Louis Gaston (folk), gli Odezenne (hip-hop), gli Ska-P (ska-punk), i Tryo (reggae) e molti altri. La diversità è sempre una ricchezza e il sostegno di tutti questi artisti ci offre la grande opportunità di raggiungere un vasto pubblico, che include diverse fasce di età, estrazioni sociali e culture.

    A Sea Shepherd stanno soprattutto a cuore i giovani, perché sono gli adulti di domani e perché il futuro è loro. La musica è uno strumento potente per veicolare un messaggio importante come quello della conservazione marina e molti artisti riconoscono alla base della filosofia di Sea Shepherd le stesse motivazioni e “dinamiche” proprie della loro arte: passione, determinazione e azione. Questo è ciò che unisce mondi apparentemente così diversi.

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    photo © Sea Shepherd

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