Autore: laioarts

  • Lettere dall’Himalaya

    Lettere dall’Himalaya

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    di Ercole Giammarco

    “…sii prudente, e abbi cura di te. Tua madre”

    Lettera a Reinhold Messner dalla madre, 27 giugno 1980

     

    È strano il destino di una persona che diventa un Mito: la leggenda si sostituisce alla sua vita di uomo, e se la mangia. Come riuscire a vedere Reinhold Messner, il più grande alpinista di tutti i tempi (sì, il più grande alpinista di sempre: c’è poco da discutere), semplicemente come uomo?

    L’essere umano che per primo ha scalato tutte le quattordici cime del pianeta che superano gli 8000 metri sul livello del mare, spesso da versanti o in condizioni di eccezionale difficoltà, e facendolo senza utilizzare ausili esterni (equipaggiamento minimo e leggero, senza portatori, né ossigeno: una filosofia alpinistica volta “a non invadere le montagne, ma solamente a scalarle”).

    Un ragazzo di 26 anni che durante una discesa dal Nanga Parbat perde il fratello che muore sotto una valanga, perde le prime falangi di tutte le dita dei piedi, e dopo sei giorni riesce ad arrivare, vivo, a un villaggio sul versante opposto della montagna da cui era salito, dove viene gli vengono prestati i primi soccorsi.

    Un uomo che con i piedi parzialmente amputati continuerà a scrivere pagine straordinarie di alpinismo fatte di carne e non di tecnologia. Uno scrittore che descrive in pagine indimenticabili le sue illuminazioni mistiche quando solo, stremato, con la morte davanti, non smette di sfidare se stesso sulle cime più impervie del pianeta Terra. Un operatore culturale e un politico che per primo parla in modo radicale di salvaguardia del Pianeta, e trasforma una serie di castelli altoatesini in uno straordinario network di musei della Montagna.

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    Reinhold Messner, campo base Gasherbrum

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    Come si fa a capire l’uomo Messner, imprigionato dentro la sua ingombrante mitologia?

    Lettere dall’Himalaya ci aiuta a farlo. Fra i tanti libri usciti da Messner e su Messner questo, pubblicato da Mondadori Electa a marchio Rizzoli e in libreria dal 25 maggio, è forse l’unico che ci suggerisce una “via”, diretta ed elegante, per scalare questo monumento dell’alpinismo mondiale e raggiungere la vetta del suo essere uomo.

    Scrive l’8 febbraio del 2020, in volo dal Bhutan al Nepal, a Diane Schumacher, la donna che qualche mese dopo sarebbe diventata la sua terza moglie (quaranta anni lei, settantasette lui: evidentemente il Nostro ama la vita spericolata anche oltre le cime): “Non posso più donarti la vetta del Nanga, come Mummery promise a sua moglie nel 1895, ma posso raccontarti molte cose sull’Himalaya. Il tuo Reinhold”.

    La cifra di questo splendido libro (davvero splendido, credetemi) è tutto in questa frase: Messner racconta il suo Himalaya a parenti, amici, amanti e nella filigrana di queste lettere si torna a vedere, oltre il Mito, l’uomo.

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    Reinhold Messner, Sahara

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    Prendo brani a caso, sfogliando il volume che ho sulla scrivania.

    Ci sono pagine dove riflette sull’essenza del suo mestiere, e sulle cose che quel mestiere gli ha insegnato:
    “… Non preoccupatevi, non sono un incosciente totale e non mi interessano i percorsi oggettivamente pericolosi, Sono un alpinista, esattamente come potrei essere un contadino o un ingegnere. Cerco la via con il mio istinto, con la mia esperienza; la percorro con la mia forza, con le mie passioni, con la mia volontà […] Durante i miei viaggi, spedizioni ed esplorazioni in montagna ho imparato che il nostro stile di vita non è scontato e unico, anzi, è solo uno fra i tanti. Ho acquisito la sicurezza necessaria per poter fare a meno di tutte le conquiste moderne e i comfort dell’era tecnica. Ma soprattutto ho imparato a distinguere ciò che è importante e ciò che non lo è: spesso era qualche sorso d’acqua, a volte un riparo dove bivaccare, o il ritorno alla mia vita civile”.
    Lettera dal campo base del Manaslu 8163 m, 28 marzo 1972

    C’è l’emozione, quasi piccolo-borghese, di un incontro ufficiale importante:
    “Fresco di doccia e con i capelli tagliati, sono in trepida attesa. Fra un’ora sarò dal Re…”
    Lettera da Kathmandu, 14 aprile 1983

    E vi troviamo anche il buonsenso venato di ironia di un contadino della val di Funes:
    “Trascorrere un’estate relativamente calda spostandosi come un nomade da un pascolo all’altro, passare le notti nella grande tenda nera in pelo di yak, stare tutto il giorno a badare agli animali: un’idea romantica, certo, ma per noi mitteleuropei sarebbe un incubo”.
    Lettera da Qiangtang, 28 febbraio 2014

    Lascio a voi il piacere di continuare la lettura, che è come incontrare davanti a un buon bicchiere di Lagrein Reinhold Messner, la grande leggenda dei quattordici Ottomila oltre che della storia dell’alpinismo tutta.

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    Lettere dall’Himalaya, Mondadori Electa a marchio Rizzoli

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  • Pirati (al pesto)

    Pirati (al pesto)

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    di Ercole Giammarco

    “Due sono i mondi in cui gli uomini si ritrovano messi a nudo, tutte le facciate spariscono, in modo che è possibile vedere il loro nocciolo duro. Il primo è il campo di battaglia; l’altro è la prigione”

    Edward Bunker

     

    Quando parliamo di corsari e pirati immaginiamo atmosfere antillane, isole vergini perse nell’Oceano e, per chi ha letto Salgari, selvagge foreste malesiane. Insomma, un pirata che dica belìn proprio non ce lo immaginiamo. Eppure…

    Eppure in Liguria un pirata c’era, e di quelli tosti: Giovan Battista Cavigioli, nome di battaglia  Bacicio do Tin (non chiedetemi cosa voglia dire). La sua incredibile storia è raccontata da Alberto Cavanna, in un libro edito da Mursia vent’anni fa e appena ripubblicato Bacicio do Tin. Corsaro dell’imperatore e pirata in Alto Tirreno.

    Giovan Battista nasce a Portovenere nel 1785, da una famiglia di marinai che lo portano in mare a lavorare da quando aveva otto anni. Impara tutto del Mar Ligure e del golfo di La Spezia che alla fine del XVIII secolo era un po’ la terra di nessuno, dove i piemontesi si contendono lo sbocco sul mare con i genovesi e dove inglesi e francesi se le danno di santa ragione.

    Era un ragazzotto goffo, introverso, scorbutico ma dimostra subito che in fatto di navi e di mare è un tipo sveglio. Ancora bambino impara a conoscere ogni anfratto di costa, chiama per nome ogni vento e refolo del Tirreno. E ruba, lavorando nei cantieri, i segreti degli scafi fatti veramente bene.

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    Isola di Palmaria

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    Nel 1800 il gozzo di famiglia viene attaccato e affondato da una fregata inglese. Muoiono tutti, ma lui, dodicenne, sopravvive, errore che agli inglesi costerà molto caro. Durante la sua futura carriera di corsaro, al soldo di Napoleone, Bacicio preda 43 navi dell’impero britannico, e causerà la morte di 1035 soldati.

    Napoleone in quegli anni recluta ovunque navi e marinai per contrastare l’azione delle flotte inglesi e impiega poco a notare e coinvolgere quell’ombroso e geniale ragazzotto, le cui doti di marinaio e carpentiere erano già diventate note in tutta la Liguria.

    I grandi Stati nazionali in quel periodo “era risaputo che proteggessero o finanziassero più o meno apertamente il naviglio corsaro: i francesi contro inglesi e Savoia, i Savoia contro genovesi e francesi, i genovesi contro chiunque purché qualcuno pagasse; gli inglesi contro tutti (nel rispetto della libertà del mercato)”.

    E così, assieme al Giastéma, uno spezzino che gli rimane amico e compagno di ventura per il resto della vita, comincia il cursum honorum corsaro al soldo dei francesi su uno sciabecco dalle linee filanti e aggressive in cerca di conquiste nel Mare Nostrum, da Napoli alla Corsica, da Marsiglia alle Baleari e più in là, oltre le colonne d’Ercole, in Atlantico, combattendo le navi della Union Jack e quelle portoghesi, e depredando i mercantili di supporto alla marina militare britannica.

    Presto l’intelligenza del Nostro e le sue straordinarie capacità marinaresche lo posizionano fra gli “irregolari” più stimati della flotta napoleonica, portandolo a combattere nella battaglia marina più famosa dell’epoca moderna, la battaglia di Trafalgar.

    In quell’occasione l’Inghilterra dimostrò alla Francia l’inattaccabilità della sua supremazia marittima. I francesi persero ventidue navi, gli inglesi nessuna.

    Non sappiamo se Bacicio vide l’Ammiraglio Nelson (che in quella battaglia perse la vita), ma la morte negli occhi la vide di sicuro: fu ferito a una mano e miracolosamente tratto in salvo, più fortunato di tutti i suoi compagni di equipaggio, e di buona parte dei marinai della flotta franco-spagnola. Aveva appena vent’anni.

    Due anni dopo, finanziandosi con piccole scorrerie e con l’aiuto dei funzionari napoleonici, arma la Lanpo, legno divenuto leggendario assieme al suo comandante e che resterà legato al suo nome fino alla fine di entrambi.

    48 metri fuori tutto, 2,55 metri di pescaggio, un baglio di poco più di 8 metri ed una superficie velica di quasi 700 metri quadri, con un albero maestro alto più di 22 metri. Il nome Lanpo la dice lunga sulla velocità e versatilità di quella barca.

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    Sciabecco a vela Lanpo

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    Il profilo psicologico del personaggio è già chiaro: intelligenza superiore, talento per una vita vissuta e non riflettuta (cioè, intelligentissimo ma non intellettuale), capacità di navigare dentro al suo destino senza illudersi di poterlo pianificare ma con la volontà ferrea di non perdere un goccio del succo pieno della vita.

    Di porto in porto, fra guerre e viaggi in Mediterraneo e in Atlantico, Bacicio scrive pagine di avventura eccezionali, fatte di vittorie miracolose, astuzie e strategie che diventano leggendarie (e che il libro ricostruisce con una maniacale precisione, basandosi su fonti dell’epoca).

    Lo stesso Napoleone ne è ammirato, e lo avrebbe nominato Ammiraglio della flotta del Mediterraneo se i suoi consiglieri, credo opportunamente, non lo avessero fatto desistere: Bacicio era un uomo di mare eccezionale ma non aveva le caratteristiche politiche di mediazione e riflessività che il capo di un esercito deve avere.

    Era fatto per combattere, per vivere intensamente e drogarsi di adrenalina, non per comandare.

    Non diventa ammiraglio, ma Il 20 aprile 1809 diventa Conte per Decreto Imperiale: “Son Excellence Jean Baptiste de Cavisol, Premier Comte du Rhin, Capitaine de la Marine Imperiale et Corsaire de Sa Majestè Napoleòn I, Empereur des Françaises”.  

    Aveva 29 anni, ed era diventato già cosi ricco con le sue scorrerie da potersi permettere l’acquisto dell’isola del Tino, al largo di porto Venere.

    La ricchezza può diventare un veleno per le anime randagie, che non trovano più, nell’opulenza, le ragioni del proprio vagabondare. E infatti Bacicio non si gode le sue fortune, e non interrompe le sue scorrerie ma, dopo la disfatta dell’impero napoleonico, continua a farle non più al servizio di uno Stato, ma per conto suo. Era un mercenario, diventa un bandito (infatti il popolo comincia a chiamarlo “Bacicio o ladrùn”).

    Secondo le stime presentate dall’accusa al processo che si svolte nel 1817 a Genova, predò 86 bastimenti di varia nazionalità e dimensione, uccidendo 575 civili.

    La sua folle corsa si interrompe il 24 dicembre 1816: dopo tre settimane di inseguimenti la Lanpo viene affondata davanti alla costa di La Spezia. Bacicio fu arrestato e impiccato la mattina del 9 marzo 1817 a Portovenere.

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    Ma chi era Bacicio? Sostanzialmente, un anarchico, se diamo al termine il significato che gli dà un altro grande ligure, Fabrizio De Andrè, “l’anarchia, prima ancora che un’appartenenza, è un modo di essere”, essere fuori dalle leggi sociali, fuori dal coro delle pecore tutte ordinate ma tutte uguali. Non perdere tempo a chiedersi perché si sta al mondo ma mangiarselo, il mondo, a morsi, contro tutto e contro tutti, fino a perdersi.

    Perché se pensi di importi al mondo e alle sue regole sarai pure un grande, ma perdi. Sempre.

    Chi lo avesse incontrato nei suoi ultimi anni di vita difficilmente avrebbe riconosciuto in lui il ragazzo goffo, vivace e curioso dei tempi del gozzo genovese di famiglia. Aveva un viso segnato dalle scelleratezze che commise per sfuggire alle autorità, per mantenere le sue ricchezze. Ingrassato, sciatto e trasandato: silenzioso e sornione, diffidente di tutti e sempre ubriaco. Ricercato dalla polizia di 6 nazioni.

    Il pirata Bacicio ha perso la sua sfida con la vita, come tutti coloro che sfidano la vita e le sue regole. Ma nella sua sconfitta c’è tutta la strana bellezza della sua ribellione e di un’esistenza vissuta in versi, e non in prosa.

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    Copertina Bacicio do Tin, Mursia Editore e copia del libro di bordo dello sciabecco a vela Lanpo

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  • Partita a scacchi sul K2

    Partita a scacchi sul K2

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    di Alessandro Gogna

     

    Le regole dell’alpinismo non sono rigide come quelle del gioco degli scacchi. Non lo sono mai state in 235 anni né, c’è da augurarcelo, lo saranno mai, pena la sua fine. Questo non significa che chi lo pratica o anche chi ne è semplice osservatore non rincorra una sorta di classifica, anzi più classifiche, nel più classico meccanismo degli sport dichiaratamente agonistici. Da sempre la nostra letteratura è piena zeppa di aggettivi numerali ordinali, in genere riferiti a un’ascensione e dunque espressi nella loro forma femminile. Tra questi, l’aggettivo “prima” è il più rincorso e venerato.

    Abbiamo avuto e abbiamo la prima ascensione, la prima invernale, la prima solitaria, la prima ripetizione, la prima femminile, la prima senza guida, la prima italiana (francese, spagnola, ecc.), la prima senza ossigeno, la prima in stile alpino, la prima senza bivacco, la prima rotpunkt, la prima onsight, perfino la prima stagionale… e l’elenco è ben lontano dall’essere completo. Ad accentuare il carattere sportivo delle varie discipline si è aggiunto anche il cronometro, tipo la prima sotto le due ore, ecc. Altre varianti: il primo uomo ad aver salito tutti gli Ottomila, il primo concatenamento di X e Y, e così via.

    Nulla in contrario all’ansia classificatrice che sembra pervadere ogni aspetto dell’alpinismo e delle varie discipline ad esso collegate. In questo campo ci si avvicina alla perfezione quando si tratta di una competizione di arrampicata su terreno fisso indoor, tipo le tre discipline ammesse alle prossime Olimpiadi. Per tutto il resto però dobbiamo rassegnarci a un notevole, a volte notevolissimo, tasso di imprecisione: fonte di discussioni a non finire, anche perché in alpinismo non c’è alcuna moviola che possa dirimerle.

    Questo è il quadro generale in cui si è svolta anche la corsa al K2 invernale, dopo decenni di tentativi. Grazie all’odierna tecnologia abbiamo potuto seguire quasi in tempo reale le vicende che il 16 gennaio 2021 hanno portato dieci grandi alpinisti nepalesi al successo di quest’agognata meta.

    Ciò che ha meravigliato il grande pubblico è stato soprattutto il fatto che si trattasse appunto di sherpa, ovvero coloro che, nel comune sapere superficiale, sono ritenuti uomini al servizio dei grandi alpinisti occidentali, niente più che forti gregari. Bene, questa volta i gregari ci hanno dato una lezione stupenda. Di organizzazione, di lavoro di gruppo, di solidarietà (erano due gruppi diversi), di forza, di volontà, di resilienza. E questo è stato infatti l’aspetto della loro impresa che più ha colpito gli esperti e gli addetti ai lavori.

    Nel frattempo anche altri avevano lo stesso obiettivo e purtroppo ci sono stati cinque morti dovuti alle cause più varie: Sergi Mingote (spagnolo, 16 gennaio), Atanas Skatov (bulgaro, 5 febbraio), John Snorri Sigurjónsson (islandese), Juan Pablo Mohr (cileno), Muhammad Ali Sadpara (pakistano) dispersi dal 5 febbraio e dichiarati morti il 18 febbraio 2021.

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    photo Mingma G, K2

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    In contemporanea con l’ammirazione mondiale all’arrivo fulmineo in vetta, la presenza di altri gruppi di “competitors”, spettatori ma anche un po’ “giudici”, alcuni certamente sconvolti per la perdita dei compagni, nonché il concomitante effetto morboso nell’opinione pubblica per il tragico bilancio delle cinque vittime, hanno favorito lo scatenarsi di polemiche che forse sarebbero nate comunque ma certamente con minor vigore e vita più breve.

    Cosa viene imputato ai nostri dieci eroi? Essenzialmente due cose, l’attrezzatura pressoché totale a corde fisse e l’uso dell’ossigeno. Ma vediamo in dettaglio.

    Durante le salite estive, l’attrezzatura del K2 a corde fisse è sempre stata “normale” fino al 2008, ma questa non superava mai i 7300-7400 m di quota. Di solito si arrestava alla fine della Piramide Nera, più o meno in corrispondenza del Campo 3. Oltre si proseguiva senza, mettendo un Campo 4 a 8000 m sulla Spalla e poi facendo il tentativo alla vetta. Dal 2008 in poi si è incominciato anche ad attrezzare, almeno parzialmente, anche il tratto al di sopra della Spalla, più precisamente il cosiddetto Collo di Bottiglia e la successiva traversata in diagonale a sinistra. Questo perché sono incominciate le prime spedizioni “commerciali” anche sul K2.
    Le corde fisse ovviamente non sono mai state rimosse, e sappiamo bene quanto siano utili anche gli spezzoni più o meno danneggiati. Ci si deve fare attenzione, ma servono.

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    photo © Lakpa Dendi Sherpa, K2

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]Per un’invernale tutto questo è amplificato. Questa volta sono state fissate corde per tutto lo Sperone degli Abruzzi, messe bandierine segnaletiche anche nei punti più facili e senza crepacci per raggiungere la Spalla, e poi ancora corde fino al Collo di Bottiglia e sulla traversata, vale a dire più o meno fino a quota 8400. Se consideriamo che l’inizio delle difficoltà è situato più o meno a 5500 metri, e assumendo che la via per arrivare alla vetta di 8611 m valga 3100 m di dislivello, almeno 2900 metri sono stati attrezzati a corde fisse e segnaletica, cioè il 93% del totale.

    Tutto il faticoso trasporto dell’attrezzatura necessaria, la meticolosa sistemazione delle corde e la pignola verifica periodica per la manutenzione non sarebbero stati possibili in così breve lasso di tempo senza che i “lavoratori” potessero usare le bombole ad ossigeno.

    Dunque ossigeno a manetta per nove di loro, con l’unica eccezione di Nirmal Purja che in effetti non l’ha usato.

    Qualcuno si è spinto perfino a dire che l’invernale senza ossigeno di Nirmal non sia stata in realtà una grande impresa perché mai sarebbe stata possibile se lui fosse stato accompagnato esclusivamente da alpinisti che non ne facevano uso!

    Quest’osservazione è proprio assai velenosa, ma facilmente rintuzzabile. Se ci mettiamo a fare anche questo genere di distinzioni, allora sarebbero decine e decine gli exploit del passato ad essere messi in discussione. Basti per esempio pensare che, quando Peter Habeler e Reinhold Messner salirono l’Everest senza ossigeno nel 1978 nessuno disse nulla sul fatto che invece i loro compagni di spedizione (che attrezzavano l’Ice Fall, ma anche i tratti duri sopra e sotto il Colle Sud) fossero muniti di bombole! Con questo genere di obiezione, la prima senza ossigeno dell’Everest sarebbe comunque di Messner, ma posticipata a due anni dopo, 1980, quando lui lo salì in solitaria dal versante tibetano.

    Se ci si addentra in questioni così spinose si sa quando si incomincia ma mai si sa dove si può arrivare. Ecco perché dicevo all’inizio che l’alpinismo non è il gioco degli scacchi.

    E in ogni caso, bypassando le polemiche che più sterili non potrebbero essere, rimane la meravigliosa emozione che i dieci nepalesi ci hanno regalato: l’arrivo contemporaneo, a braccetto filmato a selfie, in vetta: di Dawa Temba Sherpa, Dawa Tenjin Sherpa, Geljen Sherpa, Kilu Pemba Sherpa, Nirmal Purja (Nims Dai), Mingma David Sherpa, Mingma Gyalje Sherpa, Mingma Tenzing Sherpa, Pem Chiri Sherpa, Sona Sherpa.[/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2021/04/Schermata-2021-04-27-alle-15.50.08.png” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo Mingma G, K2

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  • È tempo di Reel Rock

    È tempo di Reel Rock

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    di Alessandra Raggio

     

    Con la primavera arriva ancora più forte la voglia e l’esigenza di spingersi outdoor, uscire dalla routine alla quale questi mesi ci hanno abituato, forzati e rinchiusi all’ombra di un arcobaleno che riesce a vestirsi solo delle tonalità più calde del rosso e dell’arancione, fino a spingersi al giallo che in natura arricchisce il verde dei primi prati in fiore.

    E arriva anche il tempo per andare ad arrampicare, quando anche la roccia comincia a scaldarsi, ad offrirsi con le sue linee di eleganza a chi è rimasto curioso e creativo, capace di allineare con pazienza movimenti e slanci in sequenze ideate e disegnate da sognatori e visionari come una vera forma d’arte.

    Curare e organizzare rassegne di cinema è il nostro mestiere, lo facciamo con passione da quasi un decennio per offrire agli outdoor lovers storie di avventura capaci di ispirare, stimolare e divertire. E con il tempo abbiamo creato una vera community di persone che si riconosce attorno agli stessi valori e interessi, nel rispetto per la natura, con la curiosità e l’audacia che sono alla base delle piccole e grandi imprese di tutti i tempi.

    In attesa di poter incontrarci di nuovo nelle vostre città, sono felice di annunciare il prossimo appuntamento su itacaondemnad.it per la première italiana del Reel Rock 15, la rassegna cinematografica internazionale dedicata al mondo dell’arrampicata.

    Reel Rock 15 arriva in Italia, in esclusiva streaming su ITACA on Demand con un evento di soli tre giorni, dal 22 al 24 marzo 2021.

    Da vedere e gustare comodamente da casa, sorseggiando una birretta 🙂

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    photo tratta da Black Ice, Reel Rock 15

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    Quattro nuovi film sul fascino dell’arrampicata Outdoor: uno sguardo unico sulla continua sfida tra l’uomo e la roccia, in grado di appassionare migliaia di persone e spingere atleti in tutto il mondo a spostare sempre più in alto gli obiettivi da raggiungere.

    Sarà un viaggio di oltre 2 ore in giro per il mondo, dalla Mongolia con Hazel Findlay e Madeleine Cope alle cascate di ghiaccio in Montana con Conrad Anker, dallo Yosemite con Lonnie Kauk figlio del leggendario Stonemaster Ron Kauk, fino al Frankejura in Germania per la prima femminile di Action Directe con Melissa Le Nevé.

    La mitica via di Wolfgang Güllich che dà il nome uno dei 4 film del programma REEL ROCK 15, Action Directe, ha visto protagonisti negli anni anche tre climber connazionali, Gabriele Moroni nel 2010, Stefano Carnati nel 2016 e Stefan Scarperi – ambassador La Sportiva – il terzo italiano ad averla salita, nel 2018.

    A Stefan abbiamo voluto chiedere qualche piccola curiosità e soprattutto raccogliere le emozioni di questa avventura.

    Come e quando è nata l’idea di salire Action Directe?

    Penso che sia nata con il tempo e anche con il fascino che ha il Frankenjura. È uno dei posti più belli per scalare su quel stile corto e molto intenso. Dato che è la storia dell’arrampicata era un must per me!

    Quanta dedizione e tempo ti ha richiesto questo progetto?

    Non troppo tempo dato che è molto il mio stile. Nel 2017 l’ho provata per un paio di giorni e ho subito visto che era fattibile poi nel 2018 sono tornato per farla e in quel viaggio l’ho provata per 5 giorni quindi una decina di giorni in tutto.

    25mo al mondo ad averla salita e terzo in Italia, a 27 anni dalla prima salita di Wolfgang Güllich nel 1991. Come ti sei confrontato con il peso della storia di questa via?

    Dato che è stata liberata nel 1991 quando io sono nato, è sempre stato sempre il mio sogno salire Action Directe. La storia dell’arrampicata mi affascina e salire queste vie storiche e sempre una bella sfida!

    Se e cosa è cambiato per te dopo Action Directe?

    Non è cambiato nulla. Al giorno d’oggi salire un 9a non ha molta importanza dato che ci sono migliaia di persone al mondo che fanno il 9a.

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    photo Stefan Scarperi, Action Directe

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    Tu vedi delle cose e ti chiedi perché? Ma io sogno di cose che non ci sono mai state, e che forse non ci saranno mai, e dico: perche no?!

    Wolfgang Güllich

    Se volete saperne di più su questa via e su chi l’ha liberata e salita per la prima volta nel 1991, vi suggerisco la lettura di Wolfgang Güllich-Action Directe edito da Versante Sud – partner di Reel Rock Italia. Il libro racconta la storia di Wolfang Güllich, un uomo potente e riflessivo che amava l’arrampicata in tutte le sue espressioni, facendone uno stile di vita prima che una pratica sportiva. Un libro da non perdere e a cui ispirarsi.

    A tutti gli acquirenti di REEL ROCK 15 è riservato uno sconto speciale del 30% sull’acquisto del libro tramite un codice univoco che sarà spedito via email al termine dell’evento in streaming su itacaondemand.it.

    Buona visione e buona lettura!

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    Wolfgang Güllich – Action Directe, Tilmann Hepp, Versante Sud

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  • The Last Mountain

    The Last Mountain

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    di Alessandro Gogna

     

    Chi dice che alla cinematografia di montagna occorra sempre una grande vittoria per avere successo di solito sbaglia: e ancora una volta ne sia prova The Last Mountain, il racconto della spedizione invernale del 2017-2018 al K2, allora l’ultima vetta tra gli Ottomila a dover essere ancora scalata nella stagione fredda. Alla sua guida era il polacco Krzysztof Wielicki, una vera leggenda dell’alpinismo in Himalaya che nel 1980, assieme a Leszeck Chichy, salì l’Everest per la prima invernale (e prima in assoluto a un Ottomila). Quella narrata in Ostatnia góra (titolo in lingua originale) è la storia di un generoso tentativo di una dozzina di fortissimi alpinisti polacchi assieme al fuoriclasse russo Denis Urubko.

    La spedizione, forte dell’esperienza dei tentativi degli anni precedenti, sia dal versante pakistano che da quello cinese, assume fin da subito il carattere di un team tradizionale: è chiaro a tutti i membri che non si sale mai da soli, o senza una radio, e soprattutto non si fanno puntate in quota senza avere il sussidio delle corde fisse. Queste devono essere sistemate in continuità, senza alcuna interruzione, fino ai quasi 8000 metri della Spalla, per poter assicurare un ritorno delle cordate privo di incertezze anche nelle condizioni meteo più disperate. Dimenticarsi perciò di qualunque forma di stile alpino.

    I dialoghi del film precisano questo concetto con molto puntiglio, mentre al contrario, come vedremo tra poco, sono un po’ carenti di spiegazioni a quegli spettatori che non hanno almeno un’infarinatura di ciò che è successo e di ciò che significa l’avventura a 8000 metri d’inverno.

    Era previsto che il gruppo non iniziasse le operazioni di assedio sul classico Sperone degli Abruzzi, bensì sulla via Česen, un po’ più “nevosa” della via normale e ben visibile dal campo base in tutto il suo sviluppo fino alla Spalla. Questo perché sulla carta quell’itinerario sembrava più adatto a una salita invernale, soprattutto per la sua probabile minore esposizione al vento.

    I vari gruppi si avvicendano sullo sperone Česen, ma lamentano subito una forte esposizione a caduta sassi. Parecchi sono infatti i piccoli ma significativi incidenti, pietre che colpiscono i singoli, con vario grado di fortuna. Mentre il film ci racconta di queste vicissitudini, con splendide immagini di arrampicata, l’azione viene interrotta dal soccorso alla francese Élisabeth Revol, reduce dall’aver salito la vetta del Nanga Parbat per la cosiddetta via Messner con il compagno polacco Tomasz Mackiewicz. Un elicottero preleva quattro membri della spedizione e li deposita a 4800 metri alla base dello sperone Kinshofer del Nanga Parbat, via per la quale si sa che la Revol stava cercando di scendere, ormai però bloccata per sfinimento a 6200 metri e psicologicamente distrutta dal forzato abbandono del compagno a 7400 m.

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    photo tratta dal film The Last Mountain

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    Una delle scene più emozionanti del film è la salita in tempi forzati che Denis Urubko e Adam Bielecki intraprendono per raggiungere la francese: nell’arco del pomeriggio e delle prime ore di buio riescono a salire fino ai 6200 m, sfruttando la propria energia, le pile frontali e le inaffidabili corde fisse estive della Kinshofer: dove in effetti trovano la donna cosciente nella sua tendina ma in grave stato di ipotermia e debolezza generale.

    Nell’assistere a quelle sequenze, e a quelle successive della notte passata in bianco a idratare la Revol e della mattinata seguente a scendere lentamente assieme a lei, stupisce che non ci sia alcuna voce narrante che spieghi ciò che invece (e purtroppo) si suppone ogni spettatore sappia già. Urubko e Bielecki portano a buon fine un soccorso come mai nella storia fu neppure concepito e tentato, qualcosa di davvero straordinario.

    Rientrati i quattro al campo base del K2, le operazioni proseguono, fino a che una gigantesca valanga che spazza via l’intero canalone contiguo alla linea seguita dalla spedizione non li convince che quell’itinerario è troppo pericoloso. Il film allora ci racconta come arrivano alla decisione di proseguire il tentativo seguendo il ben più noto Sperone degli Abruzzi, sfruttando ovviamente le corde fisse estive che devono con fatica estrarre dal ghiaccio verificandone eventuali danneggiamenti. Alternandosi tra loro, le varie squadre salgono fino al campo 2, finendo di attrezzare la via. Bielecki e Urubko arrivano fino ai 7300 m del campo 3 e il giorno dopo proseguono fino a 7400 m, in condizioni atmosferiche proibitive. La discesa è inevitabile. Peccato che del tratto tra campo 2 e campo 3, cioè la salita della famosa Piramide Nera, si veda poco e niente, ma è del tutto comprensibile.

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    photo tratta dal film The Last Mountain

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    La spedizione ha già voltato la boa del cinquantesimo giorno e purtroppo si sta avvicinando a quel 28 febbraio che per Urubko è il termine dell’inverno, quando invece tutti gli altri pensano che la fine di questa stagione sia il classico 21 marzo. Anche questa differenza di opinioni non è spiegata a sufficienza nel film, occorre saperlo già… Ma è un peccato veniale della sceneggiatura di Dariusz Zaluski (che è anche il regista) e di Anna Filipow. Urubko preme per partire in modo che si possa fare l’attacco alla vetta proprio il 28 febbraio, cerca di convincere l’amico Bielecki, senza successo. Ha tutti contro, così si risolve a partire da solo e senza dire nulla a nessuno.

    Qui il film è davvero avvincente, con la ripresa in diretta dei dialoghi via radio tra il capo-spedizione e i due che in quel momento sono al campo 1. Urubko si rifiuta di parlare con Wielicki, respinge l’offerta dell’apparecchio radio e continua a salire verso l’alto. Le scene ci lasciano un po’ in sospeso per mostrarci infine il ritorno dai due che lo hanno aspettato di un Urubko un po’ barcollante. Racconta di essere arrivato sulla Spalla in condizioni meteo disastrose e di essere anche caduto in un piccolo crepaccio.

    La scena dopo è la partenza di Urubko dal campo base, a piedi verso il ghiacciaio del Baltoro e Skardu. I saluti sono calorosi con tutti, ma la sanzione dell’ostracismo è ugualmente dura.

    L’amico Bielecki così riassumerà: “Credo che per lui sia stata una situazione difficile. Tutti i membri della spedizione si conoscevano già, parlavano polacco, ridevano insieme la campo base. Lui era un outsider, fin dall’inizio. A fianco di questo c’è da aggiungere che è fortissimo e che è super-motivato, tutte cose che non hanno reso la situazione più semplice”.

    La spedizione continua, ma ormai la motivazione va decisamente scemando, fino all’abbandono finale.

    Un film grandioso dunque, a prescindere dai lievi appunti che mi sono permesso di fare. E che ribadisco anche al riguardo di una delle più belle e commoventi scene, il festeggiamento al capo-spedizione che i compagni gli riservano il 17 febbraio in occasione dell’anniversario della sua conquista invernale dell’Everest (38 anni prima!). Wielicki chiede al cuoco hunza quanti anni ha e, alla sua risposta, ridendo gli dice che, quando lui saliva l’Everest d’inverno quello non era ancora nato!

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    photo tratta dal film The Last Mountain

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  • Il primo giorno del resto della tua vita

    Il primo giorno del resto della tua vita

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    di Ercole Giammarco

     

    In un bel passaggio di Verdi colline d’Africa Ernest Hemingway scrive “vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni”. Avevo diciassette anni quando ho letto quel libro, la vita per me era un sogno a colori, e non conoscevo ancora quella sua maledetta forza di gravità che tende a schiacciarti verso giorni tutti uguali e senza senso se smetti di essere vigile e non ti sforzi, ogni mattina, a pensare “bene, oggi è il primo giorno del resto della mia vita, diamoci da fare, e non sprechiamolo”.

    Quarant’anni dopo averla letta (quaranta: wow!) quella frase mi torna in mente subito dopo aver visto Piano to Zanskar, un film proposto da ITACA on Demand all’interno del programma streaming BANFF 2021 che prevede una selezione di film tra i finalisti al Banff Mountain Film Festival.

    La storia si racconta in poche righe: Desmond O’Keeffe è un liutaio londinese di 65 anni che da 40 aggiusta pianoforti. “Il lavoro più noioso del mondo. Tanto noioso che è noioso persino pensare a tutti gli anni che ho speso in quel lavoro”.

    Poi arriva una richiesta singolare: consegnare un pianoforte Broadwood and Sons a Lingshed, nella regione dello Zanskar (Ladakh), una terra racchiusa tra le imponenti catene montuose dell’Himalaya e del Karakorum a oltre 4.000 metri. È un villaggio tra i più isolati al mondo e ancora oggi raggiungibile solo a piedi, ma solo otto mesi l’anno, quando la neve dell’inverno si è sciolta.

    La richiesta viene da una cooperatrice allo sviluppo tedesca, che ha deciso di andare a lavorare per un anno, come insegnante di musica, a bambini che non sanno neanche cosa sia o come sia fatto un pianoforte.

    Desmond è alle soglie della pensione, la sua prospettiva sarebbe di passarla “seduto su una sedia a sdraio mangiando torta al limone” ma fa una scelta diversa: decide di consegnarlo, quel pianoforte, nonostante l’impresa sembri folle, o forse proprio per questo. Il momento in cui parla della sua decisione è uno dei più intensi del film: non riflette sul come sarà possibile farlo, non si chiede perché farlo. Semplicemente decide di farlo, con la stessa naturalezza con la quale per quarant’anni ha deciso che andava cambiata una corda, o che il telaio di un pianoforte andava ristrutturato.

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    photo © Jarek Kotomski, Piano to Zanskar

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    E per il Ladakh parte davvero, con una sua giovane assistente (pianista e piuttosto freak), con un altro giovane musicista che aveva deciso di prendere un anno sabbatico per riflettere sulla sua vita (decisamente “alternativo” anche lui), e con un piano di 90 chili smontato e imballato per portarlo in giro sui sentieri impossibili dello Zanskar.

    Insieme al pianoforte Desmond O’Keeffe porta in Ladakh i suoi 65 anni e il suo corpo curvo e appesantito da una vita intera spesa dietro un tavolo da lavoro, a stringere viti e martellare tasselli. Ma porta con sé anche un sorriso malinconico e dolce che si è aperto al sogno di fare una cosa bella, impossibile e poetica: portare un pianoforte in un villaggio dove solo un vento senza fine suona la sua musica.

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    photo © Jarek Kotomski, Piano to Zanskar

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    photo © Jarek Kotomski, Piano to Zanskar

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    Epilogo.

    Per scrivere l’articolo mi sono informato sui protagonisti del documentario. E ho scoperto che Desmond “Gentle” O’Keeffe, come lo chiamavano i suoi amici, è morto nel 2108, pochi mesi dopo il ritorno dal suo viaggio, che ha scelto di affrontare come se avesse saputo che sarebbe stato l’ultimo: da vero saggio, di quelli che vivono come se ogni giorno fosse il  primo giorno del resto della loro vita, ma sanno soprattutto che “Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso.”

    Respect, Mr Desmond, respect!

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    photo © Jarek Kotomski, Piano to Zanskar

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    photo © Jarek Kotomski, Piano to Zanskar

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  • Che cosa si cela dietro l’immagine simbolo del BANFF 2021?

    Che cosa si cela dietro l’immagine simbolo del BANFF 2021?

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    di Alessandra Raggio

    Ogni anno il Banff Center Mountain Film and Book Festival seleziona l’immagine simbolo che rappresenterà il Festival in tutto il mondo, in oltre 45 paesi. Una selezione che passa attraverso numerose candidature di fotografie di montagna e di avventura.

    Quest’anno, il  45mo Festival e World Tour del Banff vede protagonista l’immagine del fotografo americano Christian Pondella che ritrae gli alpinisti Hilaree Nelson e Jim Morrison.

    L’immagine scelta per l’edizione 2020-2021 è uno scatto della primavera del 2018 che li ritrae in salita durante una delle uscite di allenamento sui 4.000 metri della Sierra Nevada in California, in preparazione alla spedizione al Lhotse che culmina con la straordinaria prima discesa con gli sci del Lhotse Couloir il 30 settembre di quello stesso anno.

    Sono volti noti anche in Italia. Hilaree e Jim sono i protagonisti del film Lhotse, presentato in occasione della 8a edizione del World Tour nel 2020, che racconta proprio la storia di questa impresa in una stagione – quella autunnale post-monsonica – dove, oltre alle condizioni perfette del Couloir, i due hanno ritrovato anche una dimensione più vera di quei luoghi.

    Fotografo oltre che esperto alpinista, ghiacciatore, climber e sciatore estremo, Christian Pondella riunisce in sé il talento e l’esperienza dell’atleta a una sensibilità e una capacità di visione capaci di cogliere la giusta inquadratura, alla ricerca di una prospettiva unica, personale e sempre innovativa.

    Con questa sua meravigliosa immagine che trasmette la bellezza della natura incontaminata si apre il sipario della nuova stagione del BANFF 2021. In attesa di poterci ritrovare in sala, siamo entusiasti di annunciare che la 9a edizione vedrà un doppio programma di film.

    Si parte con un ciclo di film in esclusiva streaming su Itaca On Demand, scelti tra i finalisti all’omonimo Festival canadese, che va ad aggiungersi alla tradizionale programmazione per il grande schermo, come una sorta di accompagnamento al momento in cui ripartiremo con il tour in Italia.

    Una serie di appuntamenti che prevedono 5 speciali, per un totale di 18 film che, grazie a una durata complessiva di oltre 7 ore di proiezione, vi offriranno uno spaccato esaustivo ed emozionante di ciò che il mondo della natura, della montagna e della vita all’aria aperta sa e può offrire.

    Le 11 pellicole che andranno poi a comporre il Tour 2021 del Banff Centre Mountain Film Festival World Tour saranno annunciate in un secondo momento insieme alle date e alle relative città che lo ospiteranno.

    Nel frattempo, vi aspettiamo in streaming su itacaondemand.it

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    photo tratta dal film Mother Earth

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    photo tratta dal film Running the Roof

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    photo tratta dal film Ocean to Asgard

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    photo tratta dal film Cholitas

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    photo tratta​ dal film Piano to Zanskar

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  • Nomadi, anatomia dell’irrequietezza

    Nomadi, anatomia dell’irrequietezza

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    di Ercole Giammarco

    “Nella terra degli sherpa ogni pista è contrassegnata da cumuli di sassi e bandiere da preghiere, messi lì a rammentare che la vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la Strada, e che la vita stessa è un viaggio da fare a piedi”.
    Bruce Chatwin

     

    Se avete letto e amato i libri di Bruce Chatwin e visto con passione i film di Werner Herzog è molto probabile che siate tipi inquieti, e che la vita stanziale a volte vi sia stretta. E se siete tipi inquieti e la vita stanziale a volte vi sta stretta vi consiglio di vedere tutti i film di Herzog e leggere tutti i libri di Chatwin, nel malaugurato caso non l’abbiate già fatto.

    A cominciare da Nomad – In cammino con Bruce Chatwin l’ultimo lavoro di Wener Herzog, che il cineasta tedesco ha dedicato ad uno dei suoi amici più cari. Potete vederlo fino su ITACA on Demand. È un film lento come un viaggio a piedi, dove la dimensione che premia non è la durata, ma la profondità dell’esperienza. Vi consiglio di non perderlo. E quando inizia prendetevela con calma.

    Quei due uomini, Herzog e Chatwin, non potevano non incontrarsi. Entrambi grandi viaggiatori e instancabili camminatori, entrambi con una vita spesa a cercare il senso profondo dell’Uomo, fuori dai confini protettivi della propria casa e dalla comfort zone della stanzialità nella quale ci siamo rifugiati da quando da cacciatori – raccoglitori (nomadi) siamo diventati contadini (stanziali), più di cinquemila anni fa.

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    Werner Herzog e Bruce Chatwin

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    Il viaggio come ricerca di se stessi ma anche come modalità immersiva ed estrema di scoprire e capire il mondo.

    Scrive Rober Byron, autore de La via per l’Oxiana (una Bibbia per ogni scrittore di viaggio, Chatwin compreso): “Certo ci sono altri modi per fare la conoscenza del mondo. Ma il viaggiatore è uno schiavo dei propri sensi; la sua presa su un fatto può essere completa solamente quando è rafforzata dalla prova sensoriale; egli può conoscere davvero il mondo soltanto quando lo vede, lo sente e lo annusa.”

    Capire il mondo vedendolo, sentendolo e annusandolo: è uno stile di ricerca che costringe ad immergersi dentro il suo oggetto, ad esporsi a sollecitazioni che non sono guidate dal nostro pensiero, ma che in qualche modo subiamo nella loro imprevedibilità e nella loro forza.

    Cercare viaggiando (…e farlo a piedi) richiede il coraggio di esporsi ad un destino che abbiamo deciso di non governare più, di non condizionare con i nostri tempi, le nostre necessità, i nostri progetti. Quando iniziamo un vero viaggio accettiamo di essere in balia delle cose che accadono lungo la strada. Vale lo stesso per la nostra vita, che diventa un vero viaggio solo quando gettiamo la spugna del controllo e accettiamo gli imprevisti come un dono della strada. e non come ostacoli che si frappongono alla nostra Meta.

    Anche questo spiega il particolare fascino che l’idea del viaggio ha sull’uomo moderno, che da un lato vuole controllare il mondo e il proprio destino (e si illude di poterlo fare), ma dall’altro ha nostalgia del Fato (il Mistero, per i cristiani), che è sale della vita, e si chiama anche Libertà.

    ​

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    Tratta dal film Nomad – In cammino con Bruce Chatwin

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    Tutti i personaggi dei film e dei documentari di Herzog sono uomini che cercano un altrove, spesso estremo, rispetto ad una vita tranquilla, prevedibile, sicura ma morta come l’acqua di una pozzanghera. Da Grizzly Man, la storia vera (che non finisce bene) di un americano che decide di vivere tre mesi all’anno insieme a un branco di grizzly giganti; a La grande estasi dell’intagliatore Steiner l’incredibile storia del campione svizzero di volo con gli sci, fino a Fitzcarraldo, l’epopea folle e romantica dell’uomo che, fra ottocento e novecento, decise di costruire un teatro lirico nel cuore dell’Amazzonia. L’elenco consideratelo semplificativo ma non esaustivo: Herzog di pellicole ne ha prodotte più di cinquanta…

    Anche Chatwin, in tutti i suoi libri, cerca di rispondere a una sola domanda che darà il titolo al suo ultimo libro Che ci faccio qui?

    Viaggia in tutto il mondo, sempre a piedi, nell’Australia degli aborigeni, nelle pianure della Patagonia, nelle antiche terre d’Europa e nelle steppe dell’Asia centrale. E poi Africa, Cina, Estremo Oriente. Durante i suoi viaggi, soprattutto in Africa, incontrò le ultime popolazioni nomadi sopravvissute al progresso, e rimase affascinato dal loro distacco rispetto ai beni materiali, e dalla libertà e gioia che questo procurava loro.

    I suoi appunti di viaggio (tutti scritti su block notes Moleskine, azienda che ha fondato la sua fortuna proprio sul mito di Bruce Chatwin) non sono accurati, scientificamente rigorosi. L’occhio dello scrittore prende il mondo che gli scorre davanti mentre è in cammino e lo deposita ai piedi della sua anima, che lo trasfigura, lo ricostruisce e lo rende esperienza soggettiva.

    Con buona pace dei suoi detrattori, io adoro quel suo modo “poco oggettivo” di scrivere: “Così il giorno dopo, mentre l’autobus attraversava il deserto, guardavo assonnato i brandelli di nuvole d’argento che si spostavano in cielo, e il mare grigioverde di sterpaglia spinosa sparsa sulle ondulazioni del terreno e la polvere bianca che il vento sollevava dalle saline e, all’orizzonte, la terra e il cielo che si fondevano, mescolando e annullando i loro colori”. 

    Più che la descrizione di un paesaggio australiano, è la descrizione di un paesaggio interiore. Per questo è un grande scrittore.

     

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    Nomad – In cammino con Bruce Chatwin

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    NB. Qualche suggerimento, su Herzog e su Chatwin.

    Del grande regista tedesco comincerei proprio con Nomad – In cammino con Bruce Chatwin che è una bellissima storia di amicizia, un ritratto commosso e affettuoso di uno degli scrittori più noti del secolo scorso, e il tentativo di studiare le radici dell’inquietudine che porta i grandi viaggiatori ad essere costantemente altrove.

    Poi andate avanti con Fitzcarraldo, di cui ho già parlato nelle pagine precedenti, che forse è il suo film più potente; Grido di Pietra (la storia di una sfida sul Cerro Torre fra un grande alpinista e un climber); e La grande estasi dell’intagliatore Steiner una riflessione profonda sulle ragioni che spingono alcuni uomini a superare i propri limiti umani.

    Ma Herzog ha scritto anche un paio di libri. Uno di questi è imperdibile. Naturalmente è un diario di viaggio, si intitola Sentieri di ghiaccio (Guanda) e racconta il suo viaggio a piedi, d’inverno, da Monaco a Parigi, per raggiungere il capezzale di una sua amica molto malata, dono votivo per salvarle la vita.

    Se non avete letto Chatwin vi consiglio di cominciare con Che ci faccio qui che è una antologia di suoi scritti sparsi, e contiene delle belle pagine sulla sua teoria del nomadismo, poco scientifica ma molto affascinante; poi continuerei con In Patagonia, che racconta il suo lungo viaggio in quella terra per ricostruirne storie, vere e leggendarie, che aveva cominciato a raccogliere in Patria. E, ancora, La via dei canti, secondo me l’unico suo libro in cui la sua tendenza a trasfigurare la realtà è poco coerente con gli obiettivi di quel lavoro che voleva essere uno studio di antropologia culturale. Ma se lo leggete come fosse un romanzo, ne resterete abbagliati.
    E se leggerete il primo, temo che continuerete con tutti gli altri titoli che vi ho consigliato perché Bruce Chatwin fa parte della razza di scrittori ipnotici che portano irrimediabilmente alla dipendenza

     

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    Edizioni Adelphi

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  • Kílian Jornet i Burgada

    Kílian Jornet i Burgada

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    di Alessandro Gogna

     

    Intorno alle 2 del mattino del 28 maggio 2017, Kílian Jornet era sulla parete nord del Monte Everest, da solo, in delirio, a circa 8100 metri e fuori via. Stava scendendo dalla vetta di 8848 metri, che aveva salito per la seconda volta senza ossigeno in sette giorni. Ma ora si era perso e non riusciva a capire come poteva essersi sbagliato. Nevicava, e nel gelo della notte il pendio diventava sempre più precario a ogni passo. Ormai era evidente che doveva aspettare l’alba per poter continuare.

    Alle prime luci del giorno valutò d’essersi allontanato per più di mezzo miglio dalla cresta nord, cioè dalla via che avrebbe dovuto seguire per raggiungere il Colle Nord e poi il campo base avanzato (Advanced Base Camp, ABC), a circa 6400 m. Non aveva radio o telefono satellitare e non aveva modo di allertare il suo compagno, il regista Sébastien Montaz-Rosset, e gli altri amici. All’ABC con un cannocchiale scrutavano con ansia alla sua ricerca, perché ormai in ritardo da ore. È qui che nel film The Path to Everest viene pronunciata con preoccupazione la famosa frase: “12 ore di ritardo per Kílian Jornet vogliono dire 3-4 giorni di ritardo per i normali alpinisti!”.

    Il catalano Kílian Jornet i Burgada nacque a Sabadell il 27 ottobre 1987. È stato cresciuto a Cap del Rec, un rifugio a 2000 metri, gestito dalla sua famiglia in quel di Lles de Cerdanya. I suoi genitori, grandi appassionati di sport e di montagna, sin da bambino l’hanno coinvolto in parecchie ascensioni, anche in quota; a cinque anni Jornet i Burgada aveva già toccato i suoi primi tremila e quattromila.

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    photo © Path to Everest

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Ma vediamo un po’ di quali record prestigiosi il nostro si può vantare. Il 17 giugno del 2009 batté in 32h 54’ il primato del percorso GR 20, che attraversa l’intera isola della Corsica, riducendo di quasi quattro ore il record precedente detenuto dall’italiano Piero Santucci. Sono 200 km e 12.000 metri di dislivello. Il 9 giugno 2010 portò a termine la traversata dei Pirenei (830 km, 40.000 m di dislivello) in otto giorni e tre ore. Il 28 settembre dello stesso anno stabilì, in 7h 14′, il nuovo primato di velocità di salita e discesa del Kilimanjaro.

    L’Everest era il culmine del progetto Summits of My Life, che Jornet aveva iniziato nel 2012 nel tentativo di stabilire record di velocità su una manciata di vette simbolo, tra cui il Monte Bianco (11 luglio 2013, 4h57’40” da Chamonix a Chamonix), il Cervino (21 agosto 2013, 2h52’2” Cervinia-Cervinia, circa 22’ in meno del record di Bruno Brunod dell’agosto 1995), l’Elbrus, il Denali (7 giugno 2014, 11h48’) e l’Aconcagua (23 dicembre 2014, 12h49′). Il Monte Bianco lo aveva visto protagonista anche per la traversata Courmayeur-Chamonix: da solo per la via dell’Innominata in appena 8h42’57” secondi. Partito martedì 18 settembre 2012 alle 3.53 del mattino dalla chiesa di Courmayeur, alle 10.15 arrivò in cima a 4810 m, per poi scendere in 2h19’ minuti, arrivando a Chamonix lungo la voie Royale.

    Nel 2014 esce il suo film Déjame Vivir, un bellissimo lungometraggio in cui racconta le imprese compiute su Monte Bianco, Elbrus e Cervino.

    Sull’origine dell’idea di Summits of My Life (che poi è anche il titolo del suo libro di maggiore successo) Jornet racconta: “Tutto inizia con una foto del Cervino presente nella mia cameretta quando ero bambino… Un giorno, nel 2011, tornato da un allenamento rividi quella foto… Avevo avuto la fortuna di incontrare persone come Marino Giacometti, padre dello sky running, che aveva scalato vette mitiche con materiale molto leggero. Aveva insegnato a corridori come Fabio Meraldi o Bruno Brunod a stabilire record di velocità su e giù per il Monte Bianco, l’Aconcagua, il Cervino… Il mio cuore batteva all’impazzata e ho capito che era ora di iniziare i Summits della mia vita”.

    A quel punto, all’età di 24 anni, le corse per lui avevano perso un po’ del loro significato. Continuava a competere, ma aveva già vinto tutto quello che c’era da vincere, spesso più volte, anche le gare più pazzesche come il Colorado’s Hardrock 100, l’Ultra Trail du Mont Blanc (UTMB) e la breve ma brutale Mount Marathon dell’Alaska.

    Dopo un inizio tragico in cui, sul Monte Bianco, dovette assistere impotente alla morte del compagno Stéphane Brosse per il crollo di una cornice di neve, Jornet ha continuato a sfrecciare su e giù, stabilendo record e producendo una documentazione impressionante di ogni impresa: foto, post su blog, diversi filmati. Quando è andato all’Everest nel 2017, la sua terza spedizione a quella vetta in tre anni, era uno degli atleti più conosciuti negli sport d’avventura, con un solido seguito sui social media, di cui quasi 250.000 su Twitter e oltre mezzo milione su Instagram.

    Molte persone si erano sintonizzate sui suoi feed durante la spedizione all’Everest, ma solo per trovarli un po’ reticenti. Quando è esplosa la notizia, il 28 maggio, che Jornet aveva scalato l’Everest non una ma due volte in una sola settimana e che stava rivendicando un nuovo record di velocità, è sembrato straordinario al punto da far dubitare. Due salite, una dietro l’altra? Senza ossigeno? Da solo? Stando ai dati che il ricercatore Eberhard Jurgalski ha raccolto su 8000ers.com, solo 21 alpinisti hanno scalato l’Everest più di una volta senza ossigeno. La metà di loro sono sherpa, mentre l’altra metà presenta nomi illustri come Reinhold Messner (1978 e 1980), Marc Batard (1988 e 1990), Òscar Cadiach (1985 e 1993), Anatolij Bukreev (1995 e 1996) ), Ed Viesturs (1990 e 1996), Iván Vallejo (1999 e 2001) o Silvio Mondinelli (2001 e 2010).

    Reinhold Messner ha inaugurato la lista, il 20 agosto 1980, due anni e tre mesi dopo aver fatto la prima montagna senza ossigeno l’8 maggio 1978. Nel 1985, il record di Messner è stato superato da Sherpa Ang Rita (che detiene il record per aver scalato l’Everest dieci volte senza ossigeno), dopo aver raggiunto la vetta il 15 ottobre 1984 e il 29 aprile 1985, sei mesi e mezzo dopo. Il record di Ang Rita ha tenuto per 14 anni, fino a quando il suo connazionale Babu Chiri lo ha battuto alla sua terza vetta dell’Everest senza ossigeno (la prima era stata nel 1996). Nella primavera del 1999, Babu Chiri ha raggiunto la sua vetta per la prima volta il 6 maggio e si è ripetuto 20 giorni dopo, il 26 maggio dello stesso anno.

    Vediamo di capire cosa ha fatto Kílian Jornet, allora trentenne. C’era già stato lo sherpa Pemba Dorje che nel 2004 aveva stupito con la salita più veloce della storia dell’Everest: con ossigeno, era salito dal versante nepalese in 8h10’. Poi, nel 2007, Pemba Dorje ha raggiunto la vetta dell’Everest due volte senza ossigeno, a soli 7 giorni di distanza: la prima l’8 maggio e la seconda il 15 maggio.

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    photo © Path to Everest

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    Il mondo della grande informazione fece risaltare che Kílian Jornet aveva “strappato” il record agli sherpa, dopo aver completato i suoi due Everest senza ossigeno in soli 6 giorni. Reinhold Messner (lo si vede anche nel film) liquidò l’impresa come una semplice corsa, non come alpinismo, aggiungendo che “avrebbe cominciato a riconsiderare la figura di Jornet solo quando questi avesse smesso di misurare con il cronometro le proprie salite, per poter realizzare invece prime ascensioni dove trionfasse la sua creatività”. Se agli addetti la doppia impresa di Jornet sembrava da marziani, inutile dire quanto clamore suscitò nel pubblico più ampio.

    Quell’estate, Jornet continuò a registrare una serie di successi incredibili. Due settimane dopo l’Everest fermò il tempo a 1h30” in una mezza maratona su strada in Norvegia con un dislivello di 1600 metri. Ad agosto aveva vinto l’Hardrock, la Marathon du Mont Blanc, l’ultracompetitiva svizzera Sierre-Zinal e la gara di trail Glen Coe Skyline. Si è piazzato secondo solo all’UTMB, all’inizio di settembre, a 15 minuti dal suo compagno di squadra François D’Haene.

    Intanto le due imprese all’Everest iniziavano a essere esaminate. Dov’erano le prove, chiedevano i critici: le foto della vetta, la traccia GPS, i testimoni? Perché il suo più grande successo, in una carriera disseminata di risultati meticolosamente documentati, era rimasto così nebuloso?

    Nell’avventura (ma anche nello sport, basti pensare a Lance Armstrong) se ne sono viste di cose, ombre che gettano buio su imprese che dovrebbero far sognare. E purtroppo l’eccellenza ha uno svantaggio: quello di invitare allo scetticismo. Lo sapeva bene anche lui, già dal 2008, all’età di 21 anni, quando si presentò al suo primo UTMB non avendo mai gareggiato in niente di più lungo che una maratona. Al km 64 era andato in fuga, distanziando i più anziani ed esperti. Gli organizzatori francesi non erano contenti. A una quindicina di km dal traguardo, all’ultimo posto di blocco, lo trattennero per più di un’ora. Era sospettato di fare da pacer (e non era vero), lo accusarono di non portare l’attrezzatura obbligatoria (che invece aveva). Nonostante il ritardo tagliò per primo il traguardo, con più di un’ora di vantaggio, ma non fu dichiarato vincitore fino al giorno successivo.

    “Stavo solo per salire in macchina e tornare a casa” ricorda Jornet. “Ero nel mood del tipo fanculo, fanculo la gara e tutto il resto“.

    Kílian nel 2015, assieme alla fidanzata, l’ultrarunner svedese Emelie Forsberg, si era trasferito a Romsdal sulla costa occidentale della Norvegia per sfuggire al casino di Les Houches, nella valle di Chamonix, dove risiedevano in precedenza ed erano grandi celebrità. Ora c’è anche la figlia Maj. Sempre nel 2015 aveva iniziato a collaborare per salite occasionali con Ueli Steck, di certo una partnership assai naturale. Steck era uno scalatore di sovrumano talento che poteva affrontare in velocità le vie estremamente tecniche. Jornet era il mostro aerobico che poteva macinare metri senza cibo né acqua. Assieme hanno scalato la Nord dell’Eiger in quattro ore, meno di dieci ore da casa a casa.

    Nell’aprile 2017 Jornet era sul Cho Oyu quando Steck morì sul Nuptse, non così distante. Oltre a perdere un amico, Jornet aveva perso un collega speciale con cui poteva relazionarsi. “Abbiamo parlato molto di cosa significa muoversi in montagna” confidò Jornet “Ueli proveniva da un background super tecnico – come la pura difficoltà – e io provenivo dalla resistenza. Stavamo entrambi cercando di imparare l’uno dall’altro“.

    Anche Steck era stato vittima di una grossa polemica su quella che senza dubbio era la sua più grande conquista: la salita in solitaria in 28 ore della pazzesca parete sud dell’Annapurna. Steck non produsse foto della vetta affermando che la sua macchina fotografica gli era stata fatta cadere di mano da una valanga, né consegnò dati GPS perché non ne aveva registrati. Tuttavia, grazie alla credibilità guadagnata con le precedenti imprese, Steck fu insignito del Piolet d’Or, la più alta onorificenza dell’alpinismo, per la sua salita dell’Annapurna.

    Il caso sollevato contro le scalate consecutive all’Everest di Jornet è similare: mancanza di documentazione che attesti il risultato storico. La disputa è stata avviata da Dan Howitt, uno scalatore di Portland, Oregon. Costui produsse e diffuse un documento di 19 pagine che esaminava, nei minimi dettagli, l’ascensione di Jornet al Cho Oyu, all’inizio di maggio, ed entrambe le sue scalate all’Everest più tardi nello stesso mese.

    Il caso di Howitt contro Jornet si concentra su due punti principali: nessuna immagine della vetta convincente e dati GPS discutibili. Non appena fu pubblicato integralmente dall’autorevole sito web britannico Mount Everest the British Story, nell’estate del 2017, il rapporto suscitò un ampio dibattito. Molti si arrabbiarono, difendendo Jornet: a tal punto che il fondatore del sito, Colin Wallace, si convinse a rimuovere l’articolo.

    Il rapporto di Howitt solleva domande legittime, ma fornisce principalmente incertezza, non una prova che Jornet abbia mentito. E questo è un fenomeno abbastanza comune nella nostra era digitale. Jornet rimaneva per lo più in silenzio mentre il suo accusatore continuava la sua campagna mediatica. Rispose alle accuse a dicembre, affermando che il suo GPS aveva funzionato male e che foto e video non erano stati pubblicati per valorizzare l’uscita, la primavera dopo, del film The Path To Everest. 

    In tutto Jornet trascorse meno di un mese in Tibet, i primi dieci giorni sul Cho Oyu 8188 m dove, accompagnato fino a un certo punto da Emelie, aveva raggiunto l’altopiano sommitale ma non la vetta. Kílian si era allenato per un mese su una cyclette respirando ossigeno ridotto attraverso una maschera facciale. Sembrava funzionare.

    Poi la piccola squadra si è spostata al campo base dell’Everest, ai piedi del ghiacciaio Rongbuk. Oltre a Kílian, altre due persone: Sebastian Seb Montaz-Rosset e il cuoco nepalese Sitaram. Era un quartier generale comicamente minuscolo: una tenda mensa e tre piccole tende monoposto. Il 18 maggio, dopo una sosta di una notte all’ABC a 6400 m, Jornet fece una salita di prova fino a 8380 m alla media di 300 metri all’ora. “Ho fatto uno stupido sprint sulla cresta nord” raccontò. La vetta luccicava allettante a 470 metri di dislivello: Jornet si sentiva benissimo ma rimase fedele al suo piano: scendere al campo base, recuperare e fare un vero tentativo un paio di giorni dopo.

    Il 20 maggio partì dal campo base alle 22. Quando raggiunse il Colle Nord, a 7000 m, si sentiva malissimo e iniziò a lottare con problemi di stomaco. Salì la cresta in condizioni decisamente diverse dalla volta precedente. Arrivò in vetta nel cuore della notte. C’è una foto finale scarsamente illuminata sulla cresta e poi un video del suo viso nell’oscurità, illuminato dalla piccola lampadina della GoPro. Nella clip è seduto, respirando affannosamente. Sopra la sua spalla, catturando brevemente la luce dalla sua macchina fotografica, si intravedono bandiere di preghiera, l’unica prova che è in vetta. “Era difficile filmare” dice Jornet “Era l’ultima cosa a cui stavo pensando“.

    Nella sua seconda salita, quella dove poi in discesa si è perso sulla parete nord, il tempo era peggiore, ventoso e freddo, ma si sentiva meglio e si muoveva più rapidamente: di nuovo in vetta al buio. C’è un’altra clip, ma solo della sua faccia, nessuna bandiera questa volta. Indossa una maschera e sembra profondamente stanco. In tutti i filmati delle imprese di Kílian quella è la prima volta dove appare letteralmente esausto. Non ha mai rivendicato un record di velocità. L’onore del FKT (Fast Known Time) resta a Christian Stangl, che effettuò la salita nel 2006 in 16h42’, circa 18 minuti più veloce di Jornet.)

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    photo © Path to Everest

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    Forse c’è una spiegazione molto semplice per questa doppietta all’Everest, e ce la fornisce nientemeno che Steve House, il quale ritiene che Jornet sia l’esempio di ciò che accade quando si registra una media di quasi 1.000 ore di corsa in montagna all’anno per 17 anni: “Tutto questo volume gli permette di fare una vasta gamma di cose, e di farle bene”.

    Anche un successivo rapporto prodotto da Kílian non fu esaustivo, ma di certo rimane l’argomentazione più convincente che abbia mai fatto, delineando le complessità del tracciamento GPS che aiutano a spiegare perché le sue rotte alla vetta non siano allineate a quelle di Adrian Ballinger. In ogni caso Jornet sembra rassegnato al fatto che la totale chiarezza possa essere impossibile. “Penso che ci saranno sempre fan, e ci saranno quelli che dubitano” ha detto “Non voglio perdere tempo con gli hater, ma capisco la necessità delle prove“.

    Jornet è stato l’ideatore della Fondazione Kílian Jornet la cui missione principale è quella di preservare le montagne e il loro ambiente. Essa opera con azioni dirette (creazione e finanziamento di progetti volti a risolvere i problemi ambientali in montagna come la pulizia di aree contaminate o l’installazione di infrastrutture sostenibili per ridurre l’impatto umano), ma è anche focalizzata sull’educazione e sulla sensibilizzazione, come pure sull’investire in studi e servizi di monitoraggio per comprendere meglio gli effetti dei cambiamenti climatici sugli ambienti montani e stabilire i migliori strumenti possibili per affrontarli.

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    photo © Path to Everest

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  • Zweig incontra Magellano

    Zweig incontra Magellano

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    di Ercole Giammarco

    “La vera creazione è sempre l’opera del singolo”
    Stefan Zweig

     

    Lo stretto di Magellano prende il nome dell’esploratore che lo scoprì nel 1521. Ferdinando Magellano, ammiraglio dell’esercito coloniale portoghese, aveva un’idea fissa: raggiungere le Indie dall’Europa navigando da ovest verso est, passando quindi dall’oceano Atlantico all’oceano Pacifico, fino alle Molucche, “le isole delle spezie”, un arcipelago indonesiano, nodo commerciale strategico per L’Europa di quel periodo.

    Alle Molucche in realtà era possibile arrivare anche navigando verso oriente, ma bisognava costeggiare l’intero continente africano. La strada individuata dal navigatore portoghese, oltre a disegnare la prima circumnavigazione dell’intero globo terraqueo, era molto più breve e dette all’impero spagnolo, che gli finanziò la spedizione, un vantaggio competitivo commerciale colossale (sì, Magellano, portoghese, fu finanziato dalla corona spagnola. Ci arriveremo: è una storia un po’ complicata).

    Esattamente 500 anni dopo Stefan Zweig, uno dei più famosi scrittori europei della prima metà del ‘900, scrive la biografia di questo grande navigatore. Non è un caso se il biografo di Amerigo, Maria Antonietta, Erasmo da Rotterdam e Balzac decide di mettere mano a questa storia: aveva una trama da best seller già tutta scritta: complotti, fallimenti, eroismo, trame politiche, fortuna, personaggi indimenticabili (sia “buoni” che “cattivi”).

    Non sarò io a raccontarvi questa storia nei dettagli, perché leggere Magellano è un piacere che non consente alcuna scorciatoia.

    Mi limiterò a elencarne gli ingredienti.

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    photo © Prima edizione, A.Mondadori, 1938 Milano 

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    Magellano scova una vecchia mappa nella quale è riportato un passaggio dall’oceano Atlantico verso l’oceano Pacifico attraverso il Rio de La Plata. Decide, seguendo quella mappa, di tentare la prima circumnavigazione del globo. Non riesce a farsi finanziare dal re di Portogallo, influenzato da un ambiente di corte ostile al navigatore, e senza farsi scrupoli va in Spagna, il Grande Nemico, e convince Carlo V a mettergli 5 navi a disposizione e un equipaggio di 265 uomini (ne torneranno a casa 18).

    Il viaggio inizia a Siviglia il 10 agosto 1519. Dopo una serie di peripezie (fra cui l’inseguimento di 4 navi da guerra dell’impero portoghese e un primo ammutinamento) finalmente la flotta arriva a navigare nella zona indicata dalla mappa, ma… la mappa era sbagliata! Cioè: non esisteva alcun passaggio verso il Pacifico all’altezza del Rio de la Plata.

    Una persona sensata sarebbe tornata indietro ma Magellano non era una “persona sensata”. E, mentre l’inverno australe stringe in una morsa di ghiaccio le sue navi e il loro equipaggio, inizia una via crucis che lo porta a esplorare qualsiasi braccio di mare che si insinuasse nella terra ferma, qualsiasi foce di fiume, con una testardaggine che rasenta la follia, per capire se “sbucassero” dall’altra parte del continente americano.

    Durante questi tentativi molti marinai muoiono di freddo e di stenti. Scoppia un secondo, comprensibile, ammutinamento (soppresso nel sangue) contro quell’ammiraglio silenzioso, testardo, animato da una ossessione che sembra nascondere il fuoco della follia.

    Ma quel maledetto passaggio Magellano alla fine lo trova. Lo trova contraddicendo il buon senso e la volontà di tutto il suo equipaggio, con una determinazione basata su niente, anzi su una mappa che si era già rivelata sbagliata.

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    photo © Monumento alle Scoperte, Lisbona

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    Poi (la faccio molto breve): scorbuto, tempeste, guerre con gli indigeni, altri ammutinamenti.  Magellano in Europa non riuscì a tornare. Fu ucciso durante una battaglia con una tribù delle Molucche. Quella scaramuccia letale poteva evitarsela: si era intestardito a evangelizzare una piccola comunità di indigeni incontrata lungo la strada. Evidentemente gli indigeni non la pensavano nello stesso modo.

    La storia di Magellano sarebbe un boccone ghiotto per molti scrittori. Ma perché (come è evidente leggendo il libro) Stefan Zweig subisce una fascinazione così forte da quella storia, anzi, da quell’uomo che si intestardisce su un errore, continua a perseguirlo contro ogni principio di realtà e alla fine riesce a raggiungere il suo obiettivo quasi fosse creato dalla forza della sua determinazione?

    Per capirlo dobbiamo sbirciare dentro la biografia dello scrittore austriaco. Zweig nasce a Vienna nel 1881. Cosmopolita, coltissimo, strinse amicizia con molti grandi intellettuali d’Europa. La sua casa era frequentata abitualmente da personaggi che hanno costruito la Cultura del novecento europeo: Freud, Rilke, Von Hofmannsthal, Richard Strauss, Hesse… 

    In realtà prima della Grande Guerra l’intera città di Vienna era un salotto culturale. Nei caffè la gente si nutriva di arte, di filosofia, di letteratura e di musica oltre che di sacher, torte e caffè (e avevano il buon senso di mettere tutto sullo stesso livello).

    La forza della Ragione, cosmopolita, raffinata, tollerante, dominava incontrastata. Niente sembrava poter turbare il grande Rinascimento austriaco. Poi, quasi senza un motivo preciso o comunque convincente, nel 1914 l’Austria entra in guerra. E dopo una terribile sconfitta pochi anni dopo arriva Hitler, e l’annessione alla Germania. La Ragione si addormenta, e da quel sonno vengono generati i peggiori mostri in duemila anni di civiltà occidentale.

    Zweig, ebreo, è costretto a fuggire dalla sua patria. Vagherà per il mondo, esule, fino al 1941, quando si toglie la vita in un albergo di Petropolis, in Brasile.
    Accanto al suo corpo un biglietto, con questa frase: “Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba! Io che sono troppo impaziente, li precedo. (…) Penso sia meglio concludere in tempo e in piedi una vita in cui il lavoro intellettuale significava la più pura gioia e la libertà personale il bene più alto sulla Terra.”

    Il mondo di ieri è l’ultimo libro del grande intellettuale viennese, il suo più bello, e racconta il tramonto repentino e imprevedibile di quel mondo.

    Cosa lega, quindi, la drammatica vita di questo scrittore a un personaggio come Magellano? La risposta, forse, può trovarsi in una parola: carisma.
    Stefan Zweig credeva che la Storia fosse fatta da pochi, grandi uomini. Il resto dell’umanità, manovalanza.
    Magellano sembra confermare questa tesi: col suo grande carisma convince il re di una nazione straniera a finanziare una imponente spedizione sulla base di una vecchia mappa inaffidabile, tiene a bada quasi trecento marinai mentre li sottopone a fatiche immani e senza senso. Per poi dimostrare di aver ragione, contro ogni ragionevole dubbio e cambiare così gli equilibri geopolitici del suo secolo.

    Ma il biografo del grande navigatore vive in un periodo storico in cui ben altri personaggi sembrano dimostrare la stessa tesi: i leader dell’interventismo sono spesso intellettuali affascinanti e l’ascesa di Hitler e Stalin sembra confermare, stavolta drammaticamente, che “la Storia è fatta da pochi uomini”. 

    Magellano per Zweig rappresenta il modello del grande eroe che da solo riesce a cambiare il corso della storia. Ne è ammirato, affascinato, ma mentre scrive di lui capisce che esiste un terribile rovescio della stessa medaglia e che il carisma, le grandi leadership individuali sono armi a doppio taglio.

    Se leggete questo libro, e poi il suo potente affresco autobiografico, capirete meglio cosa sto cercando di dire.

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    Edizioni Frassinelli, Garzanti, Rizzoli

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