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  • Come le montagne conquistarono gli uomini

    Come le montagne conquistarono gli uomini

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    di Ercole Giammarco

     

    “(…)The tall forest towers;
    Its cloudy foliage lowers
    Ahead, shelf above shelf;
    Its silence I hear and obey
    That I may lose my way
    And myself.”

    Edward Thomas

     

    L’amore per la montagna è un sentimento recente nella storia dell’umanità. Fino a tre secoli fa rischiare la vita per scalare una vetta sarebbe stata considerata follia.
    I paesaggi alpini con le loro distese di ghiaccio e deserti di roccia provocavano repulsione, erano considerati ambienti ostili di un paesaggio che l’uomo non riusciva a dominare. Se possibile, se ne stava alla larga.

    Come le stesse caratteristiche che prima provocavano repulsione siano diventate gli ingredienti di una grande storia d’amore fra l’uomo e le montagne è la domanda a cui MacFarlane cerca di rispondere in un libro pubblicato in Italia ormai 15 anni fa e che resta un punto di riferimento irrinunciabile per noi che amiamo la montagna e la sua potente fascinazione che ci espone al rischio, alla paura ma anche alla contemplazione. E a volte all’estasi.

    Macfarlane affronta il rapporto complesso che, a partire dal Settecento, ha avvicinato sempre di più l’uomo alla montagna tracciando tre “vie”.
    Quella storica, dell’alpinismo occidentale, dagli esordi ottocenteschi fino alla grande ossessione himalayana, quella naturalistica, che proprio a partire dal diciottesimo secolo contribuisce a sviluppare una mutata percezione delle montagne (la geologia come “un’altra vertigine indotta dalla profondità del tempo che andava ad aggiungersi al più noto e consueto capogiro che si provava sui ripidi fianchi dei monti”). E la via intima, personalissima, del suo rapporto con le vette (dalle catene della Scozia del nord alle grandi cime alpine e dell’America del Nord).

    Nel corso degli ultimi tre secoli si è assistito a una grande rivoluzione nella percezione delle montagne da parte dell’uomo occidentale. Le caratteristiche che una volta le rendevano oggetto del rifiuto – verticalità, desolazione, pericolosità – sono oggi fra gli aspetti più apprezzati, e la scalata e la vetta sono diventate metafore di impegno, fatica e successo.

    L’inglese to peak significa raggiungere la vetta di una montagna ma anche raggiungere il punto culminante di un’impresa. In italiano invece “si scala il successo” e “si ha il mondo ai propri piedi”.

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    aquerello © Nicola Magrin, 2017

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    Il libro indaga anche le origini di un modo molto moderno di affrontare l’esperienza dell’altitudine, della vertigine e della paura, quella sorta di possessione che sbocca verso la ricerca a capofitto del pericolo e dell’emozione estrema, dove c’è gente che si lancia da una gru attaccata a un elastico, da una parte di neve strapiombante con una tavola sotto i piedi o che affronta gli ottocento metri di granito verticale di El Capitan senza protezioni.

    Come le montagne conquistarono gli uomini è stato il libro d’esordio di Robert Macfarlane, oggi edito Einaudi con il titolo Montagne della mente, la cui cover è stata illustrata da Nicola Magrin. Macfarlane ai tempi aveva 29 anni e ha mantenuto tutte le promesse di quello straordinario esordio letterario. Se vi siete persuasi a leggere questo libro (lo speriamo: vi sarete fatti un bel regalo) molto probabilmente avrete voglia di andare avanti. Allora proseguite con Le antiche vie. Un elogio del camminare (Einaudi, 2013). Il libro attacca con il primo passo di qualunque viaggiatore, il gesto più semplice: uscire di casa, e iniziare a camminare. A camminare e osservare, a osservare e raccontare.
    L’autore batte antichi sentieri dimenticati a due passi dalla sua città (Cambridge, che è una delle aree più urbanizzate del Regno Unito). Poi ci porta in Scozia, e in Spagna, lungo l’antico Camino di Santiago. E continuiamo a camminare con lui per le strade della Palestina costellate di checkpoint e muri di contenimento, lungo esoterici tracciati tibetani.
    Ma questo libro è anche il racconto degli straordinari personaggi incontrati, tra tutti il poeta inglese Edward Thomas e il pittore Eric Ravilious.

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    Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste (Einaudi, 2015) è l’ultimo suo lavoro pubblicato in Italia. Un libro poetico, molto spirituale, che ci insegna come la natura selvaggia, the wilderness, riposi su vette estreme, nelle brughiere deserte, ma anche nei boschi dimenticati alla periferia delle città.
    Ma questo libro ci racconta soprattutto che ogni viaggio a piedi svela corrispondenze segrete tra l’esterno e l’interno, tra l’anima del mondo e il mondo della nostra anima. Perché, come sa bene il vero camminatore, ogni viaggio a piedi è prima di tutto un viaggio interiore.

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  • Free Solo

    Free Solo

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    di Alessandro Gogna

     

    Alex Honnold, trentaduenne di Sacramento con la faccia da ragazzino e uno dei climber più forti oggi sulla scena mondiale, ha scelto la via Freerider, aperta nel 1998 dal tedesco Alex Huber sulla parete californiana di El Capitan, per compiere quella che è stata definita dal The New York Times “probabilmente la più grande impresa nella storia dell’arrampicata su roccia”: quasi mille metri di dislivello scalati in free solo, cioè senza corda e senza protezioni.
    Honnold ha effettuato l’ascensione sabato 3 giugno 2017, iniziando a salire alle 5.32 del mattino e raggiungendo la vetta in sole 3 ore e 56 minuti.
    Il film Free Solo non è soltanto un racconto per chi pratica attivamente l’arrampicata, ma è un ritratto intimo delle emozioni e delle motivazioni di un climber professionista che si prepara a realizzare il suo più grande sogno.

    Che cosa spinge un uomo a confrontarsi con i limiti di quanto è ritenuto possibile? Quale percorso deve compiere per raggiungere un simile risultato? A testimoniare le diverse fasi dell’impresa e i momenti più appassionanti sono i racconti della famiglia, della fidanzata, degli amici e del dream-team tecnico, inseriti tra le immagini più strepitose della straordinaria avventura.
    Free Solo ha vinto molti premi, fino all’Oscar nel 2019 come miglior documentario, con un successo di pubblico che stupisce per un’opera cinematografica sulla montagna, per quanto bella (chi frequenta il nostro Banff Festival lo sa bene, perché siamo stati noi a distribuire il film in Italia, con oltre 300 spettacoli in circa 100 città).

    Ma perché una pellicola su un’impresa così estrema riesce a parlare alla pancia di un pubblico così grande? Perché le emozioni che trasmette sono così trasversali?

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    La nostra società è immersa nel liquido amniotico appagante della sicurezza, così piacevole da illuderci di poter soddisfare qualunque nostro desiderio. Ma la sicurezza alla lunga sottrae carica a ciò che desideriamo, riuscendo a confondere le nostre capacità di godere il momento e di vivere appieno una tenace preparazione alle nostre realizzazioni, quelle che infatti non abbiamo la spinta necessaria per mettere in cantiere. La storia di Free Solo ci riporta alla realtà, alla dura esposizione, alla fatica necessarie per perseguire un vero obiettivo.

    Siamo in grado di mantenere l’autocontrollo, come ha fatto Alex per centinaia di metri, eseguendo complicate sequenze, durante le quali basta un dettaglio fuori posto a decidere tra la vita e la morte? Una buona parte della sua compostezza deriva senza dubbio dalla sua accurata preparazione, con allenamenti costanti e specifici, nonché dalla memorizzazione delle sequenze esatte di ogni passaggio. Ma tutti noi sappiamo che non può essere sufficiente, e questa si chiama paura, la migliore amica dei nostri desideri.
    Alex non doveva gestire solo le proprie paure e le difficoltà tecniche: quando si fa un film le esigenze di spettacolo possono diventare presenza assai ingombrante nei fantasmi del protagonista.

    Non sono pochi infatti coloro che criticano la disciplina del free solo, alcuni con una smorfia di perplessità dubbiosa altri con evidente aggressività. E non sono pochi neppure coloro che lo lodano incondizionatamente, dimostrando di comprendere nulla di ciò che realmente significhi e di esserne soltanto affascinati. Entrambe le categorie si situano nel mondo delle fazioni. Come se dividerci in giudizi contrapposti favorisse la comprensione del fenomeno.

    L’arrampicata e l’alpinismo solitari esistono da sempre, ma qui li viviamo in tempo reale. Si crede che una troupe di ripresa piazzata a pochi metri possa intervenire in caso di bisogno. Ma, se uno cade, in genere è d’improvviso e nessuno ha il tempo di aiutarlo. I movimenti imparati a memoria escludono che ce ne sia uno azzardato in modo tale da provocare quell’esitazione che permetterebbe alla troupe di lanciare una corda di soccorso. Dunque il free solo è davvero pericoloso, perché il minimo errore è fatale, senza alcuno sconto. Ne deriva che l’errore più imperdonabile è la confidenza.
    Di certo, in una grande impresa come quella su Freerider, Honnold non ha mai abbassato la guardia, la sua concentrazione è stata la sua migliore alleata. Essere vigili, concentrati e “freddi” costa tanta energia, il cui flusso regolare può essere garantito solo dall’alleanza tra la propria volontà e il proprio essere profondo, quello che alla fine determina non solo i nostri successi o insuccessi ma che è anche padrone della nostra reale voglia di vivere o di morire. Ripeto “reale”, perché tutti a parole vogliamo vivere, ma sbagliamo quando pensiamo che quel poco che riusciamo a vedere o pensare sia l’unica realtà che ci circondi e quando soprattutto riteniamo con convinzione che non ci sia nulla d’incognito nei nostri desideri.

    Il free solo richiede che questa alleanza sia rinnovata giorno per giorno, a proprio agio con le diverse componenti di se stessi, senza permettere intrusioni di noia, abitudine, fame di gloria o ego-inflazione. Molto nemica è la spensieratezza, quella che colpisce quando nessuno se lo aspetta.
    Il gestirsi bene di Honnold dovrà accettare se e quando non ci saranno più le condizioni effettive per un buon accordo interiore. Per fare questo, semplicità e understatement funzionano benissimo, purché appunto non siano ostacolati da noia, abitudine, fame di gloria o ego-inflazione.

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  • Una passione che viene da lontano

    Una passione che viene da lontano

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    di Ercole Giammarco

     

    Mi apre la porta dell’ufficio una donna minuta, capelli corti, sguardo fermo e intelligente. Il look semplice e il garbo naturale con cui mi saluta farebbe dire a un giornalista di moda che è una donna “chicchissima”. È Alessandra Raggio. Se vediamo i magnifici documentari di Banff anche in Italia lo dobbiamo a lei, che ha importato da noi il format dal Canada.

    Alessandra, tu frequenti la montagna da sempre, anche prima di importare Banff in Italia. Perché ami la montagna? In cosa ti arricchisce frequentare la Natura?

    In montagna mi portavano i miei genitori quando ero bambina anche se siamo di Genova, città di mare per antonomasia. Una volta imparata la strada non l’ho più dimenticata. Poi ho conosciuto Stefano Romanengo, super appassionato di montagna in tutte le sue declinazioni, e le montagne ho continuato a frequentarle tutta la vita. Come anche lui, che poi è diventato mio marito. Non so dirti perché me ne sono innamorata, forse perché solo lì riesco a trovare il Silenzio, quello vero. Quel silenzio e la bellezza sempre diversa che contiene creano un grande spazio mentale per liberare le energie creative che con la mia vita quotidiana,
essenzialmente sedentaria e molto intensa, finiscono
col restare sopite (temo non capiti solo a me…). 
E poi amo camminare, anche senza l’obiettivo di raggiungere una cima; e sciare, arrampicare. Insomma amo la montagna in tutte le stagioni e ho anche la fortuna di poterla raggiungere con facilità da Milano, dove vivo e lavoro.

    Quale percorso professionale ti ha portato a organizzare in Italia il Banff Mountain Film Festival World Tour?

    La mia è una storia a zig-zag, un po’ come un sentiero di montagna (…sorride). Mi sono laureata in Economia e Commercio a Genova senza troppa convinzione. Non riuscii ad appassionarmi a quello che studiavo, ma in compenso mi venne una voglia matta di andare a conoscere nuove realtà. Cosi mi metto in viaggio tra Londra e New York dove, tra l’altro, ho lavorato al Metropolitan Museum of Art come guida in lingua italiana. Con Economia e Commercio non c’entrava molto, ma è andata bene cosi.
    10 anni dopo torno in Italia, a Milano, e passo dall’editoria di libri d’arte a quella specializzata in montagna e alpinismo, come ufficio stampa, redattrice, photo editor e poi anche come autrice. Con un gruppo di amici, nel 2013 abbiamo fondato l’associazione culturale Alt(r)ispazi e, nel 2015, assieme ad Alessandro Gogna – alpinista e storico dell’alpinismo – lavoro sul progetto di una mostra dedicata al 150mo anniversario della prima ascensione del Cervino (1865-2015) per il Museo della Società Guide del Cervino. Poi arriva il Banff… E sia Stefano sia Alessandro mi accompagnano fin dalle prime battute di questo progetto. Quando penso alla mia storia professionale mi torna in mente quello che Steve Jobs diceva: unire i puntini guardando al passato. La creatività è anche questo, unire e dare una forma a tutti i puntini che abbiamo raccolto nella nostra vita.

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    photo © Matteo Bagnasacco

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    Insomma, nella vita ti guida la passione. E nella selezione dei film?

    Scegliamo film che riescono a creare una specie di triangolazione fra spettatore, montagna e vita outdoor, dove il racconto assume la prospettiva di un viaggio.
 Spesso le nostre storie si svolgono in luoghi remoti e selvaggi, sono viaggi in giro per il mondo ma anche viaggi interiori. Le storie che scegliamo possono essere lette a diversi livelli, secondo la sensibilità, le esperienze e le conoscenze di ciascuno di noi. 
Selezioniamo film capaci di mostrare le diverse facce di questi ambienti, ma soprattutto il modo in cui l’uomo è capace di interagirvi. E poi, naturalmente, cerchiamo anche di andare incontro ai gusti del pubblico, dando parecchio spazio a sci e arrampicata.
Altre volte scegliamo avventure più “creative”, altre ancora decidiamo di premiare la qualità delle immagini, come è accaduto con il film Tierra del Viento, la storia di un fotografo innamorato della Patagonia che vive per fotografarne gli incredibili scenari. Un film in qualche modo “meditativo” ma di grande suggestione.
Ci sono però anche dei film che scelgono noi, non viceversa. In qualche modo si impongono da soli, per l’originalità della storia raccontata, o per il carisma dei protagonisti. A volte sono avventure che si svolgono dietro casa, in contesti non “eroici” ed è anche questo lo spirito che ci piace promuovere, guardare ciò che ci sembra noto attraverso nuovi occhi. Non sempre questi sono i documentari di maggior successo, ma pensiamo che il Festival abbia anche il compito di educare il pubblico a modi nuovi di vedere il senso profondo di un’avventura, che è prima di tutto avventura interiore.

    È insolito che si crei una community di volontari intorno a un progetto profit. Come mai è successo al Banff in Italia?

    La capacità di creare relazioni è un elemento fondante di ogni progetto di successo. Il format del Banff, consolidato da oltre una ventina di anni nella formula del World Tour, si fonda appunto sulla relazione, cioè sull’idea di far incontrare persone appassionate di montagna, di avventura e di esplorazione, di discipline sportive outdoor, per condividere queste passioni e interessi comuni anche in città.
    Ogni tanto mi chiedo perché il successo del nostro format continua a crescere nonostante nel mondo dilaghi la fruizione online di contenuti simili. Forse perché ogni anno diamo occasione a persone unite dalla medesima passione di riunirsi in luoghi fisici per celebrare insieme il proprio amore per la montagna in quelli che sono diventati veri e propri appuntamenti irrinunciabili dove incontrare vecchi amici ma anche dove trovarne di nuovi.
    E poi inserire una nuova città-tappa al calendario del Banff (41 date per 35 città nel 2020 per la 8a edizione in Italia) vuol dire anche creare relazioni e sinergie con tutti gli operatori di settore a livello locale (associazioni sportive, palestre di arrampicata, store specializzati, luoghi di ritrovo ed eventi locali outdoor), uniti dall’obiettivo comune di diffondere la cultura e la conoscenza della montagna e dell’ambiente naturale, e la passione e la pratica delle attività outdoor.
    Ma questo non mi bastava, avevo bisogno di sentirmi più “a casa” anche nelle “città-tappa” diverse da Milano, avere un gruppo più ristretto di “amici” ai quali fare riferimento.
    Così sono nati i gruppi di volontari, gli “ambassador “del Banff. Sono circa 400 in Italia, circa una decina per ciascuna città, quasi tutti molto giovani. Condividono l’amore e il rispetto per la natura e gli sport outdoor e con il loro sorriso e il loro entusiasmo riescono sempre a conquistare il pubblico. Non sono solo un prezioso supporto e riferimento a livello locale, ma ci aiutano anche la sera dell’evento ad accogliere il pubblico e a dargli il benvenuto. È questo che li rende speciali per noi e infatti sono diventati parte integrante della nostra macchina organizzativa, ma soprattutto membri di quella grande “famiglia” che il Banff è diventato, una famiglia unita da valori e passioni. Stiamo infatti pensando a una… festa di famiglia, dove trovarci tutti insieme in un grande super evento outdoor.
 Non è un caso che il claim di Itaca, la società che abbiamo creato per produrre curare e organizzare il Banff, sia “The Outdoor Community” con l’invito a tutti – partner, volontari e pubblico – di esserne parte… #bepartofit!

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    photo © Amerigo Svavini

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    Il successo del tuo format e il fatto che documentari una volta di nicchia oggi vincano l’Oscar, diventando contenuti mainstream (mi riferisco a Free Solo), dimostrano che il desiderio di una vita più a contatto con la natura è sempre più forte e trasversale. Come lo spieghi?

    È semplice: la nostra vita nelle città è molto distaccata dalla natura, le nostre relazioni sono sempre più virtuali e meno reali. Questo mina nel profondo il nostro benessere. Ritrovare il contatto con la Natura, ristabilire un dialogo autentico e rispettoso è un’incredibile fonte di creatività, di benessere, e ci aiuta a trovare risposte che un motore di ricerca non riuscirà mai a darci.

    Hai appena lanciato un sito istituzionale, che non si riferisce agli eventi che produci, ma, trasversalmente, al mondo che essi rappresentano. Perché? E quali sono i nuovi progetti su cui stai lavorando?

    Dall’inizio di questa avventura nel 2013 sono cambiate tante cose. La risposta entusiasta del pubblico fin dalle prime edizioni mi ha portato prima a far crescere il Banff e, nel corso degli anni, ad affiancarlo ad altri progetti simili: Ocean Film Festival e Reel Rock Tour. Nel 2019 si è aggiunta un’altra grande sfida: la distribuzione in esclusiva in Italia del docu-film Free Solo, una produzione National Geographic, vincitore dell’Oscar 2019 come Miglior Documentario. I progetti si sono susseguiti uno via l’altro, tutti in crescita, per numero di tappe e numero di presenze. Facciamo quasi tutto in casa: dalla selezione alla traduzione dei film alla definizione del calendario, dalla logistica ed execution di ciascun evento alla comunicazione e promozione, alla ricerca e alla gestione degli sponsor, dei media partner e dei circa 70 partner locali.
 È una corsa appassionata che dura da 8 anni in cui dai 5 eventi presentati nel 2013 siamo passati ai 70 nel 2019 (ai quali si aggiungono gli oltre 300 spettacoli del film Free Solo)… Tanta roba, ma tutto è volato via in un soffio. È il miracolo di quando riesci a trasformare la tua passione in un lavoro.
Adesso però c’è bisogno di “mettere ordine in casa”: rivedere, riorganizzare e valorizzare il capitale che abbiamo raccolto, che è fatto soprattutto di relazioni umane che si sono consolidate negli anni, e di un fortissimo legame con la grande Tribù che ci segue. Per questo abbiamo sentito la necessità di comunicare che esiste una “casa” del Banff, dell’Ocean e del Reel Rock in Italia, che è la società di gestione che abbiamo chiamato Itaca…chissà perché (sorride).
 La realizzazione di un sito dedicato a Itaca è il primo passo di questo progetto. Oltre a informazioni sui nostri documentari ospiterà anche una sezione NEWS con contenuti trasversali rispetto ai temi trattati dai film, riflessioni sul mondo outdoor, sul mondo della montagna, dell’avventura e dell’esplorazione, e del carburante interiore che da sempre muove l’azione degli spiriti liberi.
Itaca, che è anche il nome del sito, sarà anche la piattaforma di lancio di nuovi progetti che abbiamo in cantiere di cui è prematuro fare adesso delle anticipazioni… seguiranno i fatti!

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    photo © Silvia Giussani

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