Blog

  • Zweig incontra Magellano

    Zweig incontra Magellano

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    di Ercole Giammarco

    “La vera creazione è sempre l’opera del singolo”
    Stefan Zweig

     

    Lo stretto di Magellano prende il nome dell’esploratore che lo scoprì nel 1521. Ferdinando Magellano, ammiraglio dell’esercito coloniale portoghese, aveva un’idea fissa: raggiungere le Indie dall’Europa navigando da ovest verso est, passando quindi dall’oceano Atlantico all’oceano Pacifico, fino alle Molucche, “le isole delle spezie”, un arcipelago indonesiano, nodo commerciale strategico per L’Europa di quel periodo.

    Alle Molucche in realtà era possibile arrivare anche navigando verso oriente, ma bisognava costeggiare l’intero continente africano. La strada individuata dal navigatore portoghese, oltre a disegnare la prima circumnavigazione dell’intero globo terraqueo, era molto più breve e dette all’impero spagnolo, che gli finanziò la spedizione, un vantaggio competitivo commerciale colossale (sì, Magellano, portoghese, fu finanziato dalla corona spagnola. Ci arriveremo: è una storia un po’ complicata).

    Esattamente 500 anni dopo Stefan Zweig, uno dei più famosi scrittori europei della prima metà del ‘900, scrive la biografia di questo grande navigatore. Non è un caso se il biografo di Amerigo, Maria Antonietta, Erasmo da Rotterdam e Balzac decide di mettere mano a questa storia: aveva una trama da best seller già tutta scritta: complotti, fallimenti, eroismo, trame politiche, fortuna, personaggi indimenticabili (sia “buoni” che “cattivi”).

    Non sarò io a raccontarvi questa storia nei dettagli, perché leggere Magellano è un piacere che non consente alcuna scorciatoia.

    Mi limiterò a elencarne gli ingredienti.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/12/Copia-di-Senza-titolo.png” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Prima edizione, A.Mondadori, 1938 Milano 

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    Magellano scova una vecchia mappa nella quale è riportato un passaggio dall’oceano Atlantico verso l’oceano Pacifico attraverso il Rio de La Plata. Decide, seguendo quella mappa, di tentare la prima circumnavigazione del globo. Non riesce a farsi finanziare dal re di Portogallo, influenzato da un ambiente di corte ostile al navigatore, e senza farsi scrupoli va in Spagna, il Grande Nemico, e convince Carlo V a mettergli 5 navi a disposizione e un equipaggio di 265 uomini (ne torneranno a casa 18).

    Il viaggio inizia a Siviglia il 10 agosto 1519. Dopo una serie di peripezie (fra cui l’inseguimento di 4 navi da guerra dell’impero portoghese e un primo ammutinamento) finalmente la flotta arriva a navigare nella zona indicata dalla mappa, ma… la mappa era sbagliata! Cioè: non esisteva alcun passaggio verso il Pacifico all’altezza del Rio de la Plata.

    Una persona sensata sarebbe tornata indietro ma Magellano non era una “persona sensata”. E, mentre l’inverno australe stringe in una morsa di ghiaccio le sue navi e il loro equipaggio, inizia una via crucis che lo porta a esplorare qualsiasi braccio di mare che si insinuasse nella terra ferma, qualsiasi foce di fiume, con una testardaggine che rasenta la follia, per capire se “sbucassero” dall’altra parte del continente americano.

    Durante questi tentativi molti marinai muoiono di freddo e di stenti. Scoppia un secondo, comprensibile, ammutinamento (soppresso nel sangue) contro quell’ammiraglio silenzioso, testardo, animato da una ossessione che sembra nascondere il fuoco della follia.

    Ma quel maledetto passaggio Magellano alla fine lo trova. Lo trova contraddicendo il buon senso e la volontà di tutto il suo equipaggio, con una determinazione basata su niente, anzi su una mappa che si era già rivelata sbagliata.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/12/monument-discoveries-lisbon_63253-1267.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Monumento alle Scoperte, Lisbona

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    Poi (la faccio molto breve): scorbuto, tempeste, guerre con gli indigeni, altri ammutinamenti.  Magellano in Europa non riuscì a tornare. Fu ucciso durante una battaglia con una tribù delle Molucche. Quella scaramuccia letale poteva evitarsela: si era intestardito a evangelizzare una piccola comunità di indigeni incontrata lungo la strada. Evidentemente gli indigeni non la pensavano nello stesso modo.

    La storia di Magellano sarebbe un boccone ghiotto per molti scrittori. Ma perché (come è evidente leggendo il libro) Stefan Zweig subisce una fascinazione così forte da quella storia, anzi, da quell’uomo che si intestardisce su un errore, continua a perseguirlo contro ogni principio di realtà e alla fine riesce a raggiungere il suo obiettivo quasi fosse creato dalla forza della sua determinazione?

    Per capirlo dobbiamo sbirciare dentro la biografia dello scrittore austriaco. Zweig nasce a Vienna nel 1881. Cosmopolita, coltissimo, strinse amicizia con molti grandi intellettuali d’Europa. La sua casa era frequentata abitualmente da personaggi che hanno costruito la Cultura del novecento europeo: Freud, Rilke, Von Hofmannsthal, Richard Strauss, Hesse… 

    In realtà prima della Grande Guerra l’intera città di Vienna era un salotto culturale. Nei caffè la gente si nutriva di arte, di filosofia, di letteratura e di musica oltre che di sacher, torte e caffè (e avevano il buon senso di mettere tutto sullo stesso livello).

    La forza della Ragione, cosmopolita, raffinata, tollerante, dominava incontrastata. Niente sembrava poter turbare il grande Rinascimento austriaco. Poi, quasi senza un motivo preciso o comunque convincente, nel 1914 l’Austria entra in guerra. E dopo una terribile sconfitta pochi anni dopo arriva Hitler, e l’annessione alla Germania. La Ragione si addormenta, e da quel sonno vengono generati i peggiori mostri in duemila anni di civiltà occidentale.

    Zweig, ebreo, è costretto a fuggire dalla sua patria. Vagherà per il mondo, esule, fino al 1941, quando si toglie la vita in un albergo di Petropolis, in Brasile.
    Accanto al suo corpo un biglietto, con questa frase: “Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba! Io che sono troppo impaziente, li precedo. (…) Penso sia meglio concludere in tempo e in piedi una vita in cui il lavoro intellettuale significava la più pura gioia e la libertà personale il bene più alto sulla Terra.”

    Il mondo di ieri è l’ultimo libro del grande intellettuale viennese, il suo più bello, e racconta il tramonto repentino e imprevedibile di quel mondo.

    Cosa lega, quindi, la drammatica vita di questo scrittore a un personaggio come Magellano? La risposta, forse, può trovarsi in una parola: carisma.
    Stefan Zweig credeva che la Storia fosse fatta da pochi, grandi uomini. Il resto dell’umanità, manovalanza.
    Magellano sembra confermare questa tesi: col suo grande carisma convince il re di una nazione straniera a finanziare una imponente spedizione sulla base di una vecchia mappa inaffidabile, tiene a bada quasi trecento marinai mentre li sottopone a fatiche immani e senza senso. Per poi dimostrare di aver ragione, contro ogni ragionevole dubbio e cambiare così gli equilibri geopolitici del suo secolo.

    Ma il biografo del grande navigatore vive in un periodo storico in cui ben altri personaggi sembrano dimostrare la stessa tesi: i leader dell’interventismo sono spesso intellettuali affascinanti e l’ascesa di Hitler e Stalin sembra confermare, stavolta drammaticamente, che “la Storia è fatta da pochi uomini”. 

    Magellano per Zweig rappresenta il modello del grande eroe che da solo riesce a cambiare il corso della storia. Ne è ammirato, affascinato, ma mentre scrive di lui capisce che esiste un terribile rovescio della stessa medaglia e che il carisma, le grandi leadership individuali sono armi a doppio taglio.

    Se leggete questo libro, e poi il suo potente affresco autobiografico, capirete meglio cosa sto cercando di dire.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/12/Copia-di-1200×700-1.png” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    Edizioni Frassinelli, Garzanti, Rizzoli

    [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • Psycho Vertical

    Psycho Vertical

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    di Alessandro Gogna

    La personalità alpinistica di Andy Kirkpatrick, essendo molto anomala, è assai complessa. In primo luogo, leggendo il suo primo libro, o sentendolo raccontarsi nel suo film (il nome, Psycho Vertical, è lo stesso…), vediamo un uomo che non bada molto ai primati essendo assai più interessato a conoscersi: “Non ho scalato l’Everest, non ho sciato fino ai poli, né ho navigato da solo in giro per il mondo. Gli obiettivi che mi ero prefissato di raggiungere non sono facilmente misurabili o quantificati da record mondiali o ‘primati’. Le ragioni per cui arrampico, e le salite che faccio, sono qualcosa di più della distanza o dell’altitudine, riguardano il rompere le barriere dentro me stesso“.

    Ma, a dispetto di questo, John Humphrys (della BBC) lo ha definito “il Ranulph Fiennes dell’alpinismo britannico”. E diciamo “a dispetto” perché sir Ranulph Fiennes è stato considerato il più grande esploratore vivente, con una lista di guinness da fare paura.

    In secondo luogo, se analizziamo la sua stupefacente attività, lo vediamo brillare in due specialità che assai raramente abbiamo visto convivere in altri grandi uomini d’avventura. Anche se di certo Kirkpatrick può essere definito comunque polivalente, i suoi campi d’azione sono l’alpinismo estremo (su terreno alpino invernale oppure in quello d’avventura nelle terre più remote) e l’arrampicata estrema in artificiale e solitaria su big wall.

    Abbiamo visto molti polivalenti, ma in genere le specialità sono l’arrampicata libera, l’arrampicata sportiva, l’alpinismo da spedizione variamente mescolati assieme, talvolta con l’aggiunta del free solo. Difficilmente l’avventura del grande alpinismo è combinata con il big wall solitario e artificiale. Gli uomini dell’A5 difficilmente amano le scalate di sofferenza, fredde, remote, senza alcuna o quasi possibilità di aiuti esterni. Ebbene, Kirkpatrick invece ama proprio queste due cose.
    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/11/PsychoVertical_03.png” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Psycho Vertical

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    La rivista americana Climbing ha descritto Andy come uno scalatore con una “strana propensione per il lungo, il freddo e il difficile”, con la reputazione di “cercare vie dove il pericolo è reale, e il ritorno è discutibile, spingendosi su alcune delle pareti più dure delle Alpi e oltre, a volte con i partner e a volte da solo“.

    Ciò è chiaramente detto nel film Psycho Vertical: guardiamo Andy muoversi concentrato in auto-assicurazione, appeso per giorni a ganci, copperhead e altre schifezze da A5, così circospetto da farci star male; ma poi lo vediamo con quella faccia così gioviale e bonacciona che ci racconta se stesso, mescolando i sentimenti per il papà con le immagini delle sue grandi salite invernali nelle Alpi a -30° o delle sue incredibili salite in Antartide.

    Andy ha scalato l’El Capitan di Yosemite più di ventiquattro volte, comprese tre salite in solitaria e una in giornata (18 ore), oltre a farla con uno scalatore paraplegico, oppure con la figlia tredicenne o ancora con un amico cieco.

    Andy, nato a Hull il 24 giugno 1971, ha anche preso parte a molte spedizioni, comprese quattro spedizioni invernali in Patagonia e una traversata della Groenlandia.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/11/PsychoVertical_04.png” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Psycho Vertical

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    Ma come mai uno come Andy Kirkpatrick è diventato un alpinista? Ce l’aveva raccontato bene nel libro: ragazzo con problemi di dislessia diagnosticata in ritardo, adolescenza travagliata, una moglie e una figlia che gli ricordano le sue responsabilità alle quali invece sembra voglia sfuggire, praticando un alpinismo che di certo oggi è relegato a pochissimi individui. Mentre gli obiettivi fisicamente e psicologicamente scoraggianti che si impone rischiano costantemente di soffocarlo, Andy non si vergogna mai della paura e dei dubbi che sembrano accompagnare come un’ombra ogni sua mossa. Forse sono proprio la sua vitalità e il suo entusiasmo trascinante per l’arrampicata e per i luoghi totalmente inaccessibili, fino all’estrema scommessa, a rendere così avvincente la lettura del libro e la visione del film. Uno dei suoi maggiori punti di forza è la sua capacità di parlare della sua vita e delle sue scalate in un modo che è totalmente accessibile al non arrampicatore e consente al pubblico di sperimentare la tensione dell’arrampicata su big wall.

    Al riguardo del libro Chris Bonington ha detto: “Andy è uno dei più divertenti climber britannici e rappresenta quanto di meglio caratterizza l’arrampicata inglese contemporanea: audacia, innovazione, senso dell’umorismo, irriverenza, impegno e amore per il rischio”. Mentre Ed Douglas ha scritto: “Psycho Vertical è un diario potente ed intenso, ben scritto, a tratti brillante… Le descrizioni di arrampicata sono tra le migliori che abbia mai letto… Kirkpatrick sceglie le parole con la stessa attenzione con cui sceglie una corda”. E la motivazione del premio Gambrinus-Mazzotti, da lui vinto con il libro, recita: “In Psycho Vertical l’autore intreccia un autoritratto ironico e divertente, ma anche costellato di spunti introspettivi, con l’appassionante racconto della più estrema salita solitaria che attualmente si può immaginare (Reticent Wall). Ne scaturisce un libro originale che si legge d’un fiato e ispira simpatia per l’’uomo’, e non solo ammirazione per il ‘superuomo’ di turno”.

    Anche il film è uno studio crudo e commovente sulla vita complicata e sulle motivazioni dello scrittore ed eroe-alpinista più improbabile della Gran Bretagna: ma è intrecciato alla cronaca della salita in solitaria di South Seas (con continuazione su Sea of Dreams) su El Capitan, 24 lunghezze in 18 giorni.

    Le sue radici sono nella Hull degli anni ’70, lontano dai fermenti di Londra: Andy ha la testa tra le nuvole, piena di grandi idee per scoprire chi è e di cosa è fatto esattamente. Sebbene viva in povertà, dare la precedenza ai suoi sogni viene prima che il guadagnarsi da vivere. Padre orgoglioso, non può fare a meno di anteporre l’ambizione alla vita sicura, anche se questo significa rischiare la vita più e più volte. Perciò già alle sue prime conferenze, in mezzo a queste reali contraddizioni, sul palco riesce ad accartocciare il pubblico dalle risate.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/11/PsychoVertical_01.png” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Psycho Vertical

    [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • The show must go beyond

    The show must go beyond

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    di Alessandra Raggio

     

    È proprio vero, lo spettacolo non può fermarsi. Un principio che abbiamo vissuto e fatto nostro in questo anno intenso, ricco di imprevisti e cambiamenti. Nonostante le limitazioni e le restrizioni sulla capienza delle sale, siamo riusciti a terminare il tour del Banff 2020 che si era interrotto a marzo. Tornare in sala a settembre è uno sforzo che andava fatto per l’impegno che ci eravamo presi e per l’entusiasmo e la fiducia con cui il nostro pubblico e i nostri partner ci sostengono da anni. Una vera community che cresce e si rafforza ogni anno.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/11/Progetto-senza-titolo.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Silvia Giussani

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    I mesi di lockdown ci hanno dato il tempo e l’occasione di riflettere come i tempi difficili possano trasformarsi spesso e volentieri in opportunità. E così ci siamo interrogati su quale potesse essere la nostra. Come passo naturale, forti di una tradizione decennale in rassegne cinematografiche, abbiamo deciso di portare online la nostra passione per l’avventura e di affiancare il canale digitale agli eventi sul territorio. 

    Amiamo il cinema e il contatto con il pubblico, ma siamo anche appassionati di tecnologia e in questi mesi abbiamo lavorato con grande impegno per far vivere l’emozione del cinema anche sul piccolo schermo. Sono felice di annunciare che è nata ITACA on Demand, la prima piattaforma streaming in Italia interamente dedicata al mondo outdoor.

    Grazie a ITACA on Demand potrete finalmente godervi da casa i migliori film delle edizioni precedenti del BANFF Italia – le raccolte Best of BANFF e del Best of OCEAN – come sempre sottotitolati in italiano. A queste si è aggiunta questa settimana anche l’edizione integrale del Banff World Tour Italia 2020! Film e documentari on demand accuratamente selezionati dai migliori film festival internazionali, con il coinvolgimento delle più importanti case di produzione e dei registi di settore e non solo.

    Con lo stesso spirito che anima la scelta del programma per le edizioni italiane del Banff e dell’Ocean, vi proponiamo anche una selezione di film che raccontano storie di avventura ed esplorazione, in montagna, sopra e sotto le acque dei mari e degli oceani… parlano anche di natura, di wildlife, della bellezza dei luoghi remoti e incontaminati e di quanta ricchezza possano trasmetterci.

    Vi aspettiamo online per l’avventura. Sempre e ovunque 😀
    www.itacaondemand.it 

     

    [/et_pb_text][et_pb_video src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/11/PROMO-30sec_ITACAondemand_LOW-1.mp4″ _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_video][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • Mappe letterarie

    Mappe letterarie

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    di Ercole Giammarco

    Una carta geografica del mondo che non includa il paese di Utopia non è degna neanche di un’occhiata, poiché taglia fuori il solo Paese al quale l’umanità anela sempre ad approdare […]. Il progresso è la realizzazione di questa serie progressiva di utopie.

    Oscar Wilde

     

    Che cosa hanno in comune le mappe geografiche e i libri? È la domanda da cui parte un raffinato e coinvolgente libro pubblicato meno di un anno fa dalla casa editrice Salani – Le terre immaginate, un atlante di viaggi letterali – e che porta il curatore – Huw Lewis-Jones (storico, direttore editoriale, art director e instancabile viaggiatore) – a intraprendere un viaggio (è il caso di dirlo) fra le opere letterarie di grandi scrittori e fra le mappe con cui l’umanità ha descritto il mondo come era o come se lo immaginava.

    A questa domanda il libro risponde quasi subito: “Scopo principale di qualsiasi tipo di mappa è organizzare il caos dell’informazione in una forma efficiente scegliendo attentamente e con una finalità precisa ciò che va incluso. E ciò che va lasciato fuori. Ogni cartografia è una forma di compressione”.

    L’identica definizione può essere applicata a un libro, qualsiasi libro: le vicende dei personaggi di un romanzo, la descrizione di un periodo storico, una tesi di filosofia morale organizzano il caos della Vita e cercano di darle un senso efficiente e selettivo per riuscire a decifrarla.

    Poi, e qui cadiamo nella banalità – ma un giorno qualcuno scriverà un elogio della banalità – sia una mappa che un libro servono a intraprendere un viaggio.

    Terre immaginate compie il piccolo miracolo di portare il lettore contemporaneamente dentro un viaggio intellettuale e geografico. L’elegante apparato iconografico di mappe antiche e moderne dialoga con un disordinato carosello di libri, scrittori, citazioni letterarie: dalla prima mappa della storia  dell’uomo, quella del giardino dell’Eden, si salta disinvoltamente alla mappa del bosco dei Cento Acri, dove Christopher Robin incontra il suo amico Winnie the Pooh nella celeberrima saga per bambini di Alan Alexander Mine, o alla carta geografica che illustra il libro di Graham Greene, Viaggio senza mappa che è il diario (reale) dello scrittore sulle tracce del viaggio (immaginario) che Joseph Conrad fece fare al protagonista di Cuore di Tenebra (divenuto poi uno dei più vertiginosi viaggi cinematografici della storia di Hollywood, quello del capitano Benjamin Willard (Martin Sheen) in Apocalypse Now, che a quel libro si è ispirato).

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/10/copertina-still-.001.jpeg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Salani Editore, Le Terre Immaginate

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]È un volume che non va letto ordinatamente, dalla prima all’ultima pagina, perché si perderebbe quel senso rapsodico che lo anima e lo rende affascinante: cosi, spiluccando fra le sue pagine, ci imbattiamo in Jorge Luis Borges e in una sua vertiginosa riflessione proprio sulla necessità, per ogni forma d’arte, di essere sintetica, e non diventare un simulacro che cerchi di competere con l’originale: “L’Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa d’una sola provincia occupava tutta una Città […] Col tempo, codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei cartografi eressero una Mappa dell’Impero che uguagliava in grandezza l’impero […]. Le Generazioni successive compresero che quella vasta Mappa era inutile e non senza empietà la abbandonarono alle inclemenze del sole e degli inverni”.

    Accanto a questa piccola gemma trovi una splendida mappa cinquecentesca della Norvegia e di una parte della Russia. E continuando a passeggiare fra un particolare del grande Atlante Catalano (1375) e una riflessione di Umberto Eco, soffermandosi su una riflessione di Plutarco illustrata da una mappa giapponese del 1800 e passando con disinvoltura da Cime Tempestose di Emily Bronte ad Alice nel Pese delle meraviglie di Carroll Lewis si arriva alla tesi che sottotraccia percorre tutto il libro: “[Questo posto] non è segnato da nessuna carta: i luoghi veri non lo sono mai”. Chi poteva scriverlo se non Herman Melville, l’autore di Moby Dick?

    Post scriptum.

    Ci sono alcuni libri in cui mappe geografiche e mappe mentali coincidono, o meglio dalle prime scaturiscono le seconde. Ve ne segnalo qualcuno qualora voleste intraprendere grandi viaggi per i quali non avete bisogno dei vostri scarponi.

    A cominciare dall’Isola del tesoro di Louis Stevenson, un’avventura che si snoda proprio intorno a una Mappa del Tesoro. Se l’avete derubricato fra i “libri per ragazzi” vi consiglio di riclassificarlo e inserirlo alla voce “i cento libri più belli di sempre”.

    Poi mi viene in mente Strade Blu: il trentottenne Least Heat-Moon perde il suo lavoro di insegnante, il suo matrimonio fallisce e allora, rimasto senza soldi e senza donna, decide di andare a zonzo per l’America, accompagnato da tre libri: Alce Nero parla  di John Neihardt, Foglie d’erba di Walt Whitman… e un vecchio atlante dove le strade secondarie sono colorate, appunto, di blu e lo guidano nell’America interna e rurale che da sempre nasconde il volto autentico di quel Paese. E, saltando di palo in frasca, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, di Umberto Eco, una erudita e divertita scorribanda fra tutte le Terre mai esistite, dalla capanna dei sette nani ad Atlantide, dal tempio dei Thugs di Salgari all’Ultima Thule.

    A volte questi luoghi leggendari hanno stimolato esplorazioni reali e così, inseguendo un vecchio sogno, viaggiatori di ogni Paese si sono trovati a scoprire una nuova terra.[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • Mutazione genetica della prima ascensione

    Mutazione genetica della prima ascensione

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    di Alessandro Gogna

    Prendiamo ad esempio l’ultima grande salita dolomitica, la prima ascensione di Space Vertigo sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo.

    I primi salitori, le tre guide alpine Alessandro Baù, Claudio Migliorini e Nicola Tondini, ne dettero notizia a fine settembre 2019, dichiarando apertamente che non avrebbero considerato chiusa la loro avventura fino a che non fossero riusciti a salire tutte le 21 lunghezze di corda in arrampicata libera: fino a che cioè non si potesse affermare che Space Vertigo fosse stata salita in redpoint. Eppure la loro impresa chiudeva degnamente una lunga serie di tentativi, di su e giù per la parete, compiuti nelle estati tra il 2016 e il 2019.

    Una salita che possiamo definire, pur nella sua spettacolare modernità, di ordine classico, realizzata con un’apertura rigorosamente dal basso, senza l’uso di spit se non alle soste, bensì con i soli mezzi trad, cioè chiodi, nut e friend. Una salita che si affianca del tutto autonoma a itinerari storici come la via in ricordo di Jean Couzy, la Alpenliebe (con la quale ha in comune una sosta) e la via degli Svizzeri: condividendo con queste il vuoto più spaziale.

    I tre primi salitori erano così sicuri della loro etica che non dettero neppure un nome al loro itinerario. O per lo meno non lo resero pubblico.

    La loro perseveranza e la loro bravura sono state premiate il 12 settembre 2020, quando i tre hanno raggiunto la vetta della Cima Ovest dopo quattro giorni di salita continua, bivaccando in portaledge e riuscendo appunto a salire in libera tutte le lunghezze, con difficoltà di IX e IX+ su sette tiri, e di X- su una lunghezza. Solo cinque tiri sono sull’ordine del VI, mentre per il resto si parla di parecchi tiri sull’ordine dell’VIII/VIII+ e di uno di IX-. Solo l’ultima lunghezza, dopo la sosta in comune con la via Cassin, è di IV+.

    Il primo giorno (9 settembre 2020) è stato caratterizzato da un inizio piuttosto difficoltoso, a causa dell’altissima umidità e dell’assenza totale di aderenza che li ha costretti a scendere dopo soli tre tiri liberati. Il giorno seguente però sono ripartiti e, con due notti passate in portaledge, sono riusciti nella libera dell’intera via: ogni tiro è stato salito in libera da capocordata da almeno uno dei tre. Solo in cima hanno battezzato la loro via, Space Vertigo.

    Questa grande impresa porta a profonde riflessioni su come si siano evoluti l’alpinismo e l’arrampicata in generale. Probabilmente le giovani generazioni non vedono questi grandi cambiamenti: per loro è normale che non si possa e non si debba parlare di prima ascensione fino a che l’itinerario non sia salito interamente in libera. Ma per chi, come me e tanti altri, ha vissuto addirittura l’esperienza degli anni Sessanta, tutto ciò è decisamente rivoluzionario.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/10/c_di-matteo-pavana.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Matteo Pavana. Da sinistra Nicola Tondini, Alessandro Baù e Claudio Migliorini in vetta

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Anche se il primo a parlare di limitazione della tecnica e del materiale fu Albert Frederick Mummery ancora nel lontano fine Ottocento, il suo by fair means non è che sia sempre stato applicato, anzi. Fino a quasi tutti gli anni Sessanta non si badava ai mezzi, si era concentrati sul successo, sulla “vittoria” sulla parete: la prima ascensione c’era nel momento in cui si metteva piede in vetta, non importava quanti mezzi artificiali fossero stati usati.

    I primi a ribellarsi a questa prassi furono indiscutibilmente Reinhold Messner ed Enzo Cozzolino, anche se molti alpinisti li seguirono subito e ne rafforzarono le tesi con scritti e opere. Sarebbe troppo lungo qui raccontare come e qualmente allora si cominciasse a parlare di assassinio dell’impossibile per l’uso eccessivo di chiodi e soprattutto di chiodi a pressione. Mi limito a osservare che fu in quel momento che la prima ascensione tradizionale cominciò a offuscarsi nei suoi valori di conquista, per focalizzarsi invece sul come questa venisse compiuta. Da quel momento, nei successivi cinquanta anni, cominciò un processo per il quale oggi non esiste quasi più itinerario storico, anche difficilissimo, che non sia stato salito in libera totale. Le notizie di prime RP (rotpunkt) hanno affollato le cronache alpinistiche: nel contempo si sviluppava l’arrampicata sportiva, una disciplina nella quale l’attaccarsi a una protezione era ed è considerata “fallimento”. L’alpinismo e l’arrampicata multpitch, arricchiti da questa nuova etica, proseguivano il loro cammino trionfale verso sempre nuove avventure. E, a sottolineare ancor più questa tendenza, ecco che l’arrampicata artificiale ha un’evoluzione tale da distanziarla in modo definitivo dall’alpinismo classico: sull’A5 e sull’A5+ non si parla neppure di libera!

    È dell’inizio del nostro secolo XXI la tendenza a non considerare “aperta” una via se non dopo la sua salita in libera (rotpunkt o redpoint). Nel clima, spesso di competizione, delle élite gli apritori spesso hanno taciuto l’avvenuto termine dei loro lavori su un itinerario, per la paura che qualcuno soffiasse loro la “prima ascensione” precedendoli in una salita tutta in libera!

    E questo dà la misura definitiva di quanto ormai la “prima ascensione” sia mutata geneticamente. Un cambiamento certamente positivo, che fa ben sperare nell’evoluzione ulteriore del gioco-alpinismo.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/10/Space_Vertigo_2.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Gabriele Donati. Durante l’apertura di Space Vertigo

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/10/Space_Vertigo_1.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Giovanni Danieli. La parete nord della Cima Ovest di Lavaredo con alcune delle vie presenti. In rosso Space Vertigo; in verde Alpenliebe; in viola, via in ricordo di Jean Couzy; in arancio, via degli Svizzeri; in bianco, via Cassin-Ratti.​

    [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • Alicudi, nel verde dipinto di blu

    Alicudi, nel verde dipinto di blu

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    di Ercole Giammarco

     

    All’estremo ovest dell’arcipelago delle Eolie c’è una piccola isola, non la più piccola ma certamente la più appartata delle sette che lo compongono.

    Molti milioni di anni fa i movimenti tettonici della crosta terrestre l’hanno destinata a un completo isolamento: 34 miglia marine da Lipari, quasi 60 dalla costa siciliana.

    È Alicudi, 5 km quadrati di terra con coste ripide ed aspre che è la parte emersa dai 1500 m di profondità del fondo del mare fino ai 675 m s.l.m. il  punto culminante di un vulcano spento.

    Alicudi è immersa e prigioniera in un mare blu che così blu ce ne sono pochi al mondo. Non stupisce che ci vivano poco più di 100 persone, che diminuiscono in inverno, e aumentano d’estate con un turismo che resta però di nicchia: non ci sono discoteche, né stilosi lounge bar vista mare, né movida. Ad Alicudi c’è solo la forza di una Natura primitiva, dove l’uomo è ospite, non padrone. Una terra dura che non regala niente se non emozioni profonde, potenti e inquietanti come quel mare che sembra non abbia un fondo.

    La storia che vogliamo raccontarvi è quella di un uomo e di una donna la cui vita è stata trasformata da quell’isola, un uomo e una donna che a loro volta hanno trasformato il destino di quell’isola.

    Lei si chiama Mar Aumente, una ballerina di flamenco spagnola, lui Aldo di Nora, un imprenditore vicentino. Si conoscono nel 2002, per lavoro, proprio ad Alicudi, che Aldo già frequentava dal 1976 per vacanza, e che Mar non aveva mai visto. Lì si innamorano, e lì, nel 2004, decidono di andare a vivere insieme.

    Fondano una casa editrice Arbatus (“la casa editrice più piccola del mondo”, amano ripetere con un certo orgoglio) che nasce dal loro amore per tutte le isole dell’arcipelago e capitalizza la profonda conoscenza di quelle terre, soprattutto del loro entroterra.

    Riscoprono e segnano vecchie mulattiere, mappano percorsi ormai dimenticati (o mai esistiti) e con il loro infaticabile lavoro pubblicano sette guide, una per ogni isola, rovesciando il “vissuto” di quelle terre spingendo i turisti a vederle non dal mare, ma “da dentro”. Vivono lì tutto l’anno, Mar e Aldo, una scelta che, intervistandoli, si comprende essere stata una scelta felice.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/10/IMG_3868-2-scaled.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Alessandra Raggio, Alicudi

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Cosa ci fa un veneto in una delle isole siciliane più selvagge d’Italia, e non solo?

    A cinquant’anni sentivo di aver concluso la prima parte della mia vita: figli grandi, un lavoro di successo, immerso nella vita dinamica e stressante di una delle province più produttive d’Italia.

    Ma già molto prima, quando di anni ne avevo pochi più di venti la lettura di un articolo di Carlo Mauri mi aveva fatto scoprire Alicudi, che allora era un luogo del tutto sconosciuto.

    Era il 1976 quando la visitai la prima volta e ne rimasi subito affascinato. Il silenzio, lo scorrere dei giorni ritmato dalle albe e dai tramonti (allora non c’era luce elettrica, come non c’è ora), mi faceva sentire come defilato dal mio destino: in quell’isola capivo che ero un ospite di passaggio su questa terra, che era esistita prima di me e avrebbe continuato ad esistere dopo di me, la sua bellezza magnifica e indifferente.

    Poi tornavo a Vicenza a lavorare, ma dentro mi restava il sentimento della relatività di ogni nostra scelta, e del destino che decidiamo di vivere.  Cosi, quando l’amore per un’isola si è congiunta all’amore per una donna, ho fatto di Alicudi la mia nuova casa, il mio nuovo destino.Ma l’amore deve essere anche manifestato con i fatti, e così, con la mia compagna, mi sono adoperato per promuovere questo arcipelago andando nelle fiere di settore, invitando giornalisti e fotografi a casa mia in cambio di articoli che parlavano delle nostre isole e del nostro lavoro.

    Cosa ci faccio ad Alicudi? Ci lavoro, e ci lavoro sodo!

    Di inverno si fa promozione mandando mail a gruppi di trekking, agenzie di viaggio o associazione sportive di tutto il mondo e i risultati si vedono e come. Alicudi lavora con gruppi di trekking fuori stagione da marzo a giugno e da settembre a novembre, cosa impensabile prima che pubblicassimo i nostri itinerari di trekking.

    Poi c’è il lavoro dentro la comunità arcudara, con i problemi dell’Italia, di una regione come la Sicilia e di un’isola che è l’estremo confine di quella regione…

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/10/c_IMG_3816-scaled.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Alessandra Raggio, Alicudi

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Come è la vita quotidiana in un’isola senza strade né luce elettrica, dove l’uomo non è riuscito a imporre la “sua” civiltà?

    La nostra vita è cadenzata dalle ore di luce. Ci alziamo all’alba e trascorriamo la nostra giornata tra il lavoro al computer e il lavoro della terra. Abbiamo 6000 metri quadrati di terreno da curare: qualche albero di ulivo, un piccolo orto per il fabbisogno personale… abbiamo anche cominciato a fare del sapone naturale con le essenze del nostro giardino; aloe, rosmarino, salvia, limone.

    Stiamo cercando di essere autosufficienti, e cosi abbiamo in cantiere un piccolo forno per il pane, la piantumazione di piante di capperi, alberi da frutta…

    È l’isola che ci porta a vivere in questo modo, a contatto con la terra, con la natura, non astratte posizioni ideologiche.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/10/IMG_3921-scaled.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Alessandra Raggio, Alicudi

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Se si pensa alle Eolie si pensa al mare, uno dei mari più belli d’Italia. E l’entroterra? Cosa mi dici dell’entroterra?

    Noi vogliamo fare scoprire questo arcipelago da dentro. Le isole sono frequentate per il suo mare ma sono sempre di più quelli che durante la loro vacanza estiva decidono di mettersi gli scarponi, si alzano all’alba e vanno alla scoperta del cuore dell’isola. Le emozioni che si provano sono uniche percorrendo le antiche mulattiere, salendo strade fatte di gradini. Qui le distanze si misurano “a gradini”: 754 gradini per raggiungere l’antica chiesa di San Bartolo, 918 per la “casa del tramonto”, un vecchio rudere attorniato da piante di capperi e vegetazione spontanea che ricopre l’intera zona invadendo gli antichi terrazzamenti. È l’unico punto dell’isola da cui è possibile vedere il tramonto durante l’estate. Oggi è uno dei sentieri più battuti dell’isola ma prima della pubblicazione della nostra mappa non ci andava nessuno.

    Questo è il nostro scopo: regalare emozioni a chi vuole conoscere i segreti della nostra isola.

    4 aggettivi per descrivere Alicudi.

    Difficile rispondere a questa domanda, come sarebbe difficile descrivere in 4 aggettivi una donna di cui ti sei appena innamorato e che ti ha incendiato il cuore.

    Le ore che passi con lei non sono mai abbastanza, non ti stanchi mai di guardarla, non vorresti mai starle lontano, e comincia a mancarti anche solo quando pensi che devi andare. Così è quest’isola, un’isola che ti strega, la Circe di Ulisse. Può sembrare scontrosa quando la guardi per la prima volta, difficile da esplorare con tutti quei gradini da salire, così selvaggia, così silenziosa, ma è uno scrigno di emozioni che ti fa sognare, è il mio luogo dell’anima, la mia anima gemella, il mio grande amore.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/10/c_IMG_4010.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Alessandra Raggio, Alicudi

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    A tutti è venuta la tentazione (soprattutto dopo una vacanza) di “mollare tutto”, e di aprire un chiringuito o un agriturismo. Tu lo hai fatto. Hai voglia di raccontarci il bilancio di questa tua scelta?

    Il bilancio cambia a seconda dei punti di vista, quello razionale o quello emotivo.

    Dal punto di vista razionale la mia scelta è stata una follia, abbiamo fatto un lavoro pazzesco. In due abbiamo tirato su una casa editrice, le ore di lavoro non si possono contare, lo sforzo economico meglio dimenticarlo. Nessun aiuto da parte della Regione o del Comune: ci siamo aperti la strada da soli e il cammino da percorrere è ancora lungo.

    Pensa solo alla distribuzione dei nostri prodotti: in giro per tutte le isole dovendo viaggiare per mare e poi raggiungere tutti i punti vendita in zone dove non circolano automobili.

    Ma dal punto di vista emotivo la musica cambia, le soddisfazioni sono state tante, soprattutto (e mi dispiace dirlo) fuori dalle isole, dove il lavoro è stato più apprezzato. Gli articoli che hanno scritto su di noi, i siti internet che ci hanno dedicato dello spazio senza chiedere niente in cambio, i servizi televisivi, le persone che ci scrivono direttamente attraverso il nostro sito o i social. Sono queste cose che ci danno la carica per andare avanti, per stringere i denti, affrontare mille difficoltà.  

    Sai che hai fatto un dono a tutti quelli che attraverso di noi hanno scoperto la bellezza di queste isole, sai che stai aiutando lo sviluppo di questo territorio, e questo basta a dare un senso a una vita.

    Vivendo in un relativo isolamento l’uso dei social e di internet diventa ancora più irrinunciabile o si scopre che non è poi cosi necessario essere sempre “connessi”?

    Non amiamo molto questi canali di comunicazione… essere sempre rassicurati cercando la faccina felice, o i like, i commenti, vedere compulsivamente le condivisioni.

    I social li usiamo un po’ controvoglia, e solo quando è indispensabile per il nostro lavoro. Ma a volte sono indispensabili, e allora ringraziamo anche la tecnologia che ci fa restare connessi col mondo, se riusciamo a usarli senza diventare disconnessi da noi stessi.

    Abitando ad Alicudi ho imparato a capire quello che conta davvero e quello di cui puoi fare a meno (il tanto di cui puoi fare a meno) per essere comunque felici, anzi più felici. Su questo dovrei scrivere un libro.

    Scrivilo questo libro, Aldo, scrivilo…

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/10/IMG_3975-scaled.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Alessandra Raggio, Alicudi

    [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • Schakleton, un eroe tranquillo

    Schakleton, un eroe tranquillo

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    di Ercole Giammarco

     

    “Le difficoltà sono solo cose da superare, dopo tutto”
    Ernest Henry Shackleton

     

    Il 1° agosto 1914, tre giorni prima che l’Inghilterra dichiarasse guerra alla Germania, la nave Endurance, guidata dal capitano della Marina Mercantile Ernest Henry Shackleton, salpa dal porto di Plymouth per tentare la traversata del Polo Sud. Appena un mese prima l’esploratore norvegese  Roald Amundsen al Polo Sud era riuscito ad arrivarci a piedi, e la stessa avventura era stata portata a termine da  Robert Scott, connazionale di Shackleton. Ma Scott non riesce a tornare indietro. Muore di stenti insieme a tutti i componenti della spedizione, bloccato da una tempesta di neve a meno di un chilometro dal campo base. Il suo diario, trovato accanto al suo corpo congelato quasi un anno dopo, è uno dei grandi libri sulla stagione delle esplorazioni del ‘900 europeo, e una riflessione struggente sul senso del superamento dei propri limiti nell’affrontare la Natura. Ma questa è un’altra storia, e prima o poi avremo modo di raccontarvela.

    Quando l’Endurance lascia il porto di Londra nessuno avrebbe immaginato che sarebbe stato l’inizio dell’avventura perfetta.

    Ma quali sono gli ingredienti di una “avventura perfetta”? Proviamo ad elencarli: obiettivi estremi, imprevisti e difficoltà che piegherebbero chiunque, straordinaria capacità di comando (team building capacity, direbbe oggi un coach aziendale) e vittoria finale… Ma una vittoria strana, quella di Shackleton, che è tale anche se non raggiunge l’obiettivo prefissato: una grande vittoria che nasce dentro un grande fallimento. È questo ultimo ingrediente che rende perfetta la Grande Avventura dell’Endurance e del suo equipaggio. Vedremo come.

    Nel gotha dei grandi esploratori inglesi di quegli anni, Ernest era un outsider: niente titoli nobiliari, estrazioni marinaresche popolari (non era un uomo della blasonata Royal Navy, ma della più prosaica Marina Mercantile inglese) ma soprattutto era lontano dalla retorica militare dell’Impero Vittoriano, capace di conquistare ogni cosa, di farlo prima degli altri, meglio degli altri e a ogni costo.

    Supponenza che costò la vita a Scott e a i suoi uomini perché nell’organizzare la sua ultima spedizione antartica sottovalutò una cosa molto semplice e cioè che dei marinai, per quanto soldati del regio esercito britannico, non erano necessariamente buoni sciatori. Al contrario dell’antagonista norvegese Amundsen, che conosceva tutti i 99 modi in cui gli Inuit chiamavano la neve, e anche per questo raggiunse il Polo Sud impiegando una settimana meno di Scott, ma soprattutto riportò a casa la pelle sua e della sua crew.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/07/c_GA_Shack-1.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo Frank Hurley, L’Endurance sul pack nel febbraio 1915, tratto da Shackleton in Antartide

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    La filosofia di Shackleton era lontana anni luce da quella retorica: lui usava dire “better a live donkey than a dead lion”, e tuttavia l’infanzia passata in Irlanda nella fame più cupa durante la grande carestia del 1880 e il suo lavoro di mozzo già a 14 anni lo rese non meno tosto del più tosto degli ufficiali dell’esercito inglese.

    E forse proprio il buon senso e la tenacia popolare hanno fatto entrare quest’uomo nella leggenda.

    Prima della spedizione dell’Endurance (1914-1917), Shackleton aveva affrontato già due volte il continente antartico: nel 1902, insieme a Scott quando, colpito dallo scorbuto, venne rimpatriato, e nel 1908 quando dovette arrendersi a sole centotrentacinque miglia dal polo.

    Ma dopo che Amundsen conquista il polo nel 1911, lui progetta un’impresa ancora più estrema: traversare il continente da una costa all’altra.

    La missione prevedeva l’impegno di due navi. L’Endurance avrebbe attraversato il mare di Weddell fino alla Vahsel Bay dove una squadra di sei uomini avrebbe iniziato l’attraversata del continente antartico. Nel frattempo una seconda nave di supporto, l’Aurora, dall’altro lato del continente avrebbe provveduto e predisposto dei punti  di rifornimento fino al ghiacciaio Beardmore, per consentire al gruppo di Shackleton di completare il suo viaggio di 2900 km attraverso il luogo più inospitale della terra.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/07/c_GA_Shack3.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo Frank Hurley, L’equipaggio dell’Endurance, tratto da Shackleton in Antartide, 

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Ma a 80 miglia dalle coste del Polo Sud l’Endurance resta intrappolata nei ghiacci del mare di Weddell. Per dieci mesi (riflettete sui tempi di questa spedizione: non 10 giorni: dieci mesi!) l’equipaggio resta chiuso dentro la nave trascinata verso nord-ovest alla deriva nel pack, e il 21 novembre del 1915 la nave, non resistendo più alla costante pressione della banchisa si sbriciola e sprofonda nel ghiaccio. Per 5 mesi (ancora: non cinque giorni, cinque mesi!) vivono sul pack, a una temperatura fra i -22° e i -45° cioè su lastroni di ghiaccio in balia delle onde, nutrendosi di foche e pinguini, e scaldandosi usando il loro grasso come combustibile. Quando il pack inizia a sciogliersi per l’aumento della temperatura sono costretti a salire sulle tre scialuppe salvate dal naufragio per cercare di raggiungere Elephant Island nelle Shetland meridionali.

    Incredibilmente, ci riescono. Ma Shackleton non si ferma e, con cinque membri dell’equipaggio, riprende il mare alla guida di una scialuppa di sette metri per raggiungere una base baleniera nella Georgia del Sud.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/07/c_GA_Shack6.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo Frank Hurley, Partenza della James Caird, tratto da Shackleton in Antartide 

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    6 uomini, un sestante e un cronometro dentro una barchetta riescono incredibilmente a percorrere 1600 km e a raggiungere Grytviken attraversando uno dei mari più pericolosi e inospitali al mondo: l’Atlantico, al confronto, è una piscina per bambini.

    Da lì il Capitano organizza una spedizione di soccorso che solo molti mesi dopo, a causa delle continue tempeste, riesce a recuperare gli uomini rimasti ad attendere a Elephant Island.

    Sir Ernest Henry Shackleton riporterà a casa vivi tutti gli uomini dell’equipaggio. Tutti vivi.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/07/Drift_of_the_Endurance.png” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo Library of Congress, Geography and Map Division, La deriva dell’Endurance, fonte Wikipedia

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    È finita, direte voi. Non ancora…

    Anche l’equipaggio dell’Aurora (la nave d’appoggio, vi ricordate?) nel frattempo aveva affrontato situazioni altrettanto critiche. È una storia meno conosciuta ma più tragica di quella dell’Endurance. Dopo che una tempesta rompe gli ormeggi della nave, i dieci uomini dell’equipaggio già scesi a terra rimangono abbandonati al Polo Sud, con poche scorte di viveri, nessun vestito di ricambio e la prima terra abitata a più di 2000 chilometri. Restano lì dal 7 maggio 1915 fino al 10 gennaio 1917.

    E fu ancora Shackleton che, arrivato in Nuova Zelanda nel dicembre 1916 ed avvisato che il gruppo del mare di Ross si trovava ancora in Antartide, salpa per prestare loro soccorso. Una settimana dopo raggiunge Cape Evans dove i sette sopravvissuti dei 10 membri dell’equipaggio  sono recuperati e trasportati in salvo sino a Wellington.

    Di Shackleton, che era stato anche giornalista, ho letto Sud, il diario di quel viaggio ai confini della realtà. Un libro, potente, ipnotico, il migliore fra i tanti scritti su quella incredibile epopea e uno dei migliori libri in assoluto sulle grandi esplorazioni del ‘900.

    Arrivato alla parola “fine” ho voluto vedere la faccia di quell’uomo che aveva realizzato l’impossibile mettendo insieme, una a una, le poche risorse umane che disponeva, ma con una pazienza, tenacia e freddezza evidentemente sovrumane.

    Una faccia quadrata, due occhi corrucciati, un grande naso e una bocca larga dalle labbra serrate. La faccia di chi potrebbe sfondare un vetro antiproiettile con una testata.

    La faccia di uno che riesce a scrivere di se, dopo aver compiuto una delle imprese estreme più dure dai tempi di Ulisse: “Se non avessi un po’ di forza di volontà sarei un ubriacone di prima classe”.

     

    Si ringrazia Nutrimenti editore per le fotografie tratte da Shackleton in Antartide, 2012.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/07/cover-def.001.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • Vittorio Sella: gli occhi sulla montagna

    Vittorio Sella: gli occhi sulla montagna

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    di Ercole Giammarco

     

    “Se le tue foto non sono abbastanza buone,
    vuol dire che non sei abbastanza vicino”
    Robert Capa

     

    Per chi non è appassionato di cultura di montagna “sella” è il nome di un finimento per cavalcare. Per molti è anche il nome di una banca fondata nel 1886 a Biella e diventata dopo cento anni uno dei più importanti gruppi bancari in Italia. Ma per i cultori della fotografia di montagna Sella è il cognome di Vittorio, uno dei grandi maestri di fotografia di montagna.

    In realtà fra il noto istituto creditizio e il grande fotografo c’è meno di un grado di separazione: la banca fu fondata infatti da Gaudenzio Sella, fratello di Vittorio. Famiglia rimarchevole quella dei Sella: imprenditori, banchieri, alpinisti, artisti, fu una delle grandi famiglie borghesi del Nord Italia che traghettarono il nostro Paese da una diffusa condizione rurale e arcaica verso una dimensione moderna e industriale.

    Era, quella dei Sella, una famiglia dove il successo economico, il piacere dell’avventura e la coltivazione di valori spirituali e culturali partecipavano tutti insieme, e con la stessa dignità, a un unico progetto di uomo, un po’ come nel Rinascimento.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/06/AL-59bis.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Vittorio Sella, Sull’estrema vetta del Monte Bianco, da sinistra: Laurent Proment, Antonio Buscaglia, Erminio e Vittorio Sella e portatore, 17 luglio 1881

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    Che Vittorio diventi fotografo non desta stupore: suo zio Quintino era un grande alpinista e esploratore (è stato lui uno dei fondatori del Club Alpino Italiano: per raccontare le sue imprese non basterebbe un’enciclopedia) e la sua famiglia era provvista delle risorse necessarie per finanziare una passione che allora era molto costosa.

    Colpiscono invece gli ingredienti delle sue fotografie, da un lato “l’occhio fotografico” infallibile e il raffinatissimo senso dell’inquadratura, che sono il segno di un innato talento artistico, dall’altro la ricerca quasi paranoica della perfezione tecnica, presenti nel dna di un ingegnere (in questo ci ricorda un altro grande maestro dell’immagine nato quasi un secolo dopo, Stanley Kubrik).

    L’incisione e la profondità vertiginosa di certi ritratti di montagna sono dovuti all’uso di lastre fotografiche di 30×40 cm, nonostante le difficoltà che comportava il loro trasporto e quello del resto dell’equipaggiamento in luoghi remoti. Per poter effettuare questi trasporti in sicurezza disegnò un equipaggiamento apposito, comprese delle sacche da sella e degli zaini modificati. E mi torna ancora in mente Kubrick, che volle illuminare gli interni-notte di Barry Lindon solo con la luce naturale delle candele (“perché nel ’700 così si illuminavano le case”) e costrinse la Kodak a sviluppare una pellicola ad alta sensibilità e al produttore di creare una telecamera ad hoc capace di lavorare con quella poca luce.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/06/AL-308.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Vittorio Sella, Weisshorn, Rothorn e turisti (donne inglesi) dal Felikjoch, 6 agosto 1886

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    Ma c’è un terzo ingrediente che rende le fotografie di Vittorio Sella così autentiche, così intense, quasi spirituali: ogni suo scatto se lo conquistava, i suoi memorabili ritratti di montagne in Italia, nel Caucaso, in Alaska, al Ruwenzori in Uganda e al K2 erano il frutto di altrettante, memorabili spedizioni, e quegli scatti se li conquistò da grande alpinista, senza scorciatoie, sudando sognando e rischiando la vita come gli altri grandi alpinisti pionieri: e il frutto di un’esperienza autentica, è il caso di dirlo, lo riconosci “al primo sguardo”.

    Preferisco non dilungarmi più a lungo su questo personaggio perché penso sia meglio lasciar parlare qualcuna delle grandi immagini di questo grande biellese.

    Prima di salutarvi voglio però consigliarvi una visita alla Fondazione Sella, fondata dall’omonima famiglia nel 1980, a Biella, in memoria di Vittorio: la Fondazione contiene tutto il suo archivio fotografico, migliaia di lastre fotografiche di altri grandi fotografi di montagna e decine di migliaia di volumi di geografia, spedizioni scientifiche, esplorazioni. Vale un viaggio, vi assicuro…. .

     

    ___ photo © Fondazione Sella onlus, Biella

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/06/AL-1587.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Vittorio Sella, La prime travi fissate per la Capanna Regina Margherita sulla Punta Gnifetti, 15 settembre 1892

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/06/AL-1603.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Vittorio Sella, Seracchi e turisti in marcia presso il Naso del Lyskamm, 1893

    [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • Val d’Ultimo, una perla nascosta

    Val d’Ultimo, una perla nascosta

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    di Ercole Giammarco

     

    È stato un essere vivente 600 volte più piccolo del diametro di un capello a mettere in ginocchio l’Umanità. Attraverso il covid19 la Natura ha detto la sua sull’illusione della razza umana di poter dominare il mondo e di avere pieno controllo sul proprio destino.

    Anche per questo noi amiamo andare in montagna: le grandi cime e lo spettacolo potente della Natura ci ricordano quanto siamo piccoli e insignificanti. Eppure suscitano in noi anche un senso di stupore e gratitudine per la bellezza del Creato. Siamo un niente, ma un niente in grado di capire  la Grande Bellezza  del tutto.

    Così, oggi abbiamo deciso di parlarvi di una valle alpina che con la sua bellezza nascosta e ancora ignota ai più riesce davvero a stupire: vi regaliamo questa dritta in attesa di tempi migliori, che non tarderanno ad arrivare.

    È la Val d’Ultimo, 41 chilometri di boschi e alpeggi che risalgono il torrente Valsura fino alle sue sorgenti. È una tipica valle del Sud Tirolo: antichi masi, prati verdissimi, boschi fitti e sullo sfondo le cime del Gruppo dell’Ortles sud-orientale. La parte più alta della valle è nel territorio del Parco Nazionale dello Stelvio.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-06-at-16.37.34.jpeg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    photo © Flavio Zanella. San Nicolò

    [/et_pb_text][et_pb_text _builder_version=”4.0.7″]

    Rispetto alle altre valli del Sud Tirolo la Val d’Ultimo ha però una caratteristica che la rende unica e preziosa: qui il turismo di massa non è mai arrivato perché le montagne che la circondano non avevano le caratteristiche adatte per diventare un comprensorio sciistico e perché la parte alta della valle non comunica, attraverso un passo, con altre valli.

    Quindi poca gente, montagne incorrotte, paesi che non sono stati anabolizzati dalle esigenze di una ricezione turistica massiva e una cultura contadina ancora fortissima perché l’economia industriale, per la mancanza di collegamenti commerciali, non si è mai sviluppata.

    Tutto questo si respira passeggiando per i suoi paesi, fermandosi in un maso a comprare del formaggio, chiacchierando con un contadino incontrato durante un’escursione.

    Per pianificarci una vacanza non avete bisogno di noi, basta visitare il sito della Val d’Ultimo, fatto benissimo (come di solito è per tutti i siti informativi del Sud Tirolo).

    Quello che invece potrebbe farvi piacere è scambiare due chiacchiere con un simpatico sessantenne che li è nato e vissuto ed è considerato un punto di riferimento della Comunità di Ultimo. Me lo ha segnalato un funzionario del Comune di Ultimo, dove Elmar è assessore di agricoltura, foreste e malghe, tutela ambientale.

    Gli telefono nel primo pomeriggio ma deve andare in stalla ad accudire gli animali. Rimandiamo così la conversazione alle 9 di sera.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-06-at-16.41.29.jpeg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Flavio Zanella

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Elmar, quando parli viene fuori un grande amore per la tua terra. Perché ami così tanto questa valle?

    Io sono nato e ho sempre vissuto nel maso che è stato di mio padre, e prima del padre di mio padre. Amo questa terra perché un piccolo pezzo di questa terra è mia, e conserva il ricordo della mia famiglia, dei miei avi, delle loro storie di fatica e di lavoro. Vivere in un posto dove affondano le tue radici vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

    Passeggiando per la valle si respira un’aria unica: come se il tempo qui non si fosse fermato ma fosse andato più lento che nelle altre valli. Perché?

    La valle d´Ultimo – Ultental – fino al secondo dopoguerra era una delle valle più povere del Sudtirolo. I masi – in genere piccoli – dovevano nutrire famiglie numerose. E il lavoro del contadino di montagna si confronta con una Natura tanto bella quanto ostile.

    Le cose cambiarono dopo la seconda guerra mondiale: si cominciarono a costruire grandi impianti idroelettrici per fornire energia allo straordinario sviluppo industriale del resto del Tirolo. Tanti posti di lavoro, ma anche una catastrofe per una Natura che, fino a quel momento, era rimasta intatta. I grandi laghi artificiali si sono “mangiati” anche i masi più belli e più antichi.

    Poi, lentamente, tutto è tornato come prima, le ferite del paesaggio si sono rimarginate e dei laghi artificiali si è riappropriata la Natura, e oggi contribuiscono a creare l’idillio di questa valle.

    Di cosa vivono gli abitanti della valle?

    Allevamento e agricoltura, che hanno però conservato una dimensione familiare. Poi lavoriamo il legno, il bel legno scuro di cui sono ancora fatte molte delle nostre case. E c’è un fiorente piccolo artigianato che conserva la memoria di un’economia autosufficiente, basata sul baratto.

    Tre cose che chi visita la Val d’Ultimo non può mancare.

    Sintetica la tua domanda, altrettanto sintetica sarà la mia risposta.

    I larici millenari a Santa Gertrude: sono fra le piante più antiche al mondo (oggi patrimonio Unesco dell’Umanità); il Lago Lungo, un lago alpino a 2300 metri di altezza (è lì che nasce il torrente Valsura); il museo etnografico della valle, a Ulten, che conserva le memorie del nostro popolo. E il sentiero n.12. L’escursione può durare due o tre giorni e il percorso misura quasi 50 chilometri. Si parte da Pracupola (1145 m), si sale lungo il versante soleggiato della valle e si giunge fino al  Rifugio Canziani al Lago (2560 m). Da lì si prosegue verso il Rifugio Stella Alpina al Lago Corvo (2425 m) e poi lungo le montagne della Catena delle Maddalene per poi scendere a San Nicolò (1256 m). E’ uno dei tanti, magnifici sentieri panoramici della nostra valle, ma è quello che preferisco.

    Grazie Elmar, a  questo punto, appena sarà possibile, torno in Val d’Ultimo e passo a salutarti…

    Mi farà piacere. E ti cucino i Kaiserschmarren, il nostro pane fritto. Ma solo se riuscirai a pronunciarlo correttamente!

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-06-at-16.41.29-1.jpeg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Flavio Zanella

    [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • Ben Tibbetts: Into the Beauty

    Ben Tibbetts: Into the Beauty

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    di Ercole Giammarco

     

    Ben Tibbets è un uomo che a 37 anni ne ha fatte più di quante una intera scuola di guide alpine in mezzo secolo. Ha scalato tutti i Quattromila delle Alpi (sono 82…); ha sciato in solitaria nei deserti di neve della Groenlandia orientale, in lande che non avevano mai visto neanche l’impronta di una scarpa Innuit.

    A poco più di vent’anni ha guidato per oltre dodici mesi una spedizione scientifica governativa del British Antarctic Survey. E un paio di anni fa con un amico ha attraversato tutto il massiccio del Monte Bianco in 32 ore invece che in sette giorni.

    Ben è nato in Gran Bretagna, e la cosa non ci meraviglia: quel Paese riesce a tirare fuori uomini che mettono insieme spirito di avventura, cultura, sensibilità estetica e rigore manageriale in un impasto dal quale sono nati tipi come James Cook, David Livingstone, Henry Shackleton, Robert Falcon Scott…

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/03/20181005-Rochefort-Arete-mid-9888_web_1200-2.jpg” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Archivio Ben Tibetts

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″] 

    Nell’outdoor quest’uomo ci è nato, con la madre che gestiva una fattoria biologica e  il padre selvicoltore e quindi non stupisce che già da ragazzino abbia iniziato a frequentare palestre di arrampicata e a temprarsi sulle cime dei Munro. Più insolito è che, contemporaneamente, abbia iniziato a studiare le cosiddette Belle Arti a Edimburgo, prima come pittore e poi come fotografo.

    Ecco la seconda parte della vita di Ben Tibbetts (come se non bastasse la prima): un grande fotografo di montagna, di avventure, di paesaggi.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/03/Zinalrothorn-3000-scaled.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © Ben Tibbetts. Cresta Nord al Zinalrothorn 

    [/et_pb_text][et_pb_text _builder_version=”4.0.7″]

    L’estate scorsa è uscito un suo libro, Alpenglow, the Finest Climbs on the 4000m Peaks of the Alps, un coffee table book di 320 pagine che riassume molto bene il personaggio: fotografie di montagne (ma soprattutto di uomini che arrampicano montagne) di una bellezza accecante e, insieme, descrizioni tecniche delle vie, dei livelli di difficoltà, scritte da chi quelle cose non se le è fatte raccontare ma le ha imparate in presa diretta.  

    Per scrivere questo libro non si è  arrampicato  solo su alcune delle cime più importanti, ma ha trascorso quasi 9 mesi anche ad arrampicarsi fra scaffali di archivi e biblioteche per ricostruire la storia di queste vie.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/03/Grunhorn_topo_2200.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″]

    photo © ​Grunhorn in una illustrazione tratta dal libro Alpenglow

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

     

    Il libro ci è arrivato dalle mani di Alessandra, con dedica dell’autore a lei (wow!), che lo ha conosciuto al Banff Mountain Film Festival in Canada, lo scorso autunno. Lo abbiamo sfogliato prima con avidità, poi con grande piacere, poi ancora con  curiosità, perchè quelle immagini ci sembravano avere una cifra particolare, un sapore che le allontanava dalla maggior parte delle altre foto di montagna. Ma cosa? Sorseggiando il terzo bicchiere di vino ci siamo arrivati. Ben Tibbetts ama l’avventura, l’adrenalina del rischio calcolato, ma non le narrazioni eroiche, romantiche del rapporto dell’uomo con la montagna. Per lui le grandi cime sono ambienti familiari, amichevoli. Non luoghi da conquistare o l’occasione di una sfida estrema con se stessi ma un posto dove spassarsela, un paesaggio che riverbera il piacere di vivere e non le ombre di oscuri dialoghi con se stessi. Se ci abbiamo beccato abbiamo voluto chiederlo direttamente a lui.

    Ben, in Alpenglow le montagne che fotografi sono giganti immensi, potenti. Ma sono giganti gentili, da rispettare ma di cui non aver paura. Nei tuoi scatti sembra che le montagne ti accolgano con simpatia dentro la loro immensità piuttosto che ostacolarti e far sentire la loro incommensurabile distanza da tutto ciò che è umano. È un modo di raccontare per immagini il tuo rapporto con le cime?

    Il mio rapporto con la montagna è maturato mentre diventavo adulto, e con la pratica acquisivo sempre più esperienza. Da ragazzo sono stato “spavaldo” e per questo ho corso molti rischi e sfiorato diversi “incidenti”. Adesso so che il rispetto per la montagna è anche rispetto per se stessi.

    Esiste una relazione fra il tuo occhio fotografico e la mappa mentale delle vie d’alta quota che stai per percorrere? O invece è il tuo sguardo di alpinista che influenza il tuo modo di fotografare?

    I percorsi dei miei viaggi e delle mie arrampicate sono di fatto subordinati al “quando“ e al “come“ potrei ottenere foto stimolanti e belle. Ho speso giornate intere alla ricerca della luce giusta, o ad aspettare il momento preciso in cui avrebbe illuminato una particolare vetta, e spesso, quella vetta, la scalo più volte fino ad ottenere esattamente la foto che mi sono immaginato.

    L’occasione di intervistarti è troppo ghiotta per non farti un paio di  domande completamente fuori traccia (ma non resistiamo): quali sono i libri di montagna che più hai amato?

    Im extremen Fels di Pause Winkler è stato il primo libro di foto e storie interessanti che mi ha ispirato e continua a farlo.
    Anche Himalaya Alpine Style di A. Fanshawe e S. Venables è per me un libro di riferimento, anche se penso rimarrà un punto di riferimento ideale… perché non penso di avere  lo stomaco per ripetere personalmente molte di quelle vie estreme himalayane.

    [/et_pb_text][et_pb_image src=”https://itacatheoutdoorcommunity.it/wp-content/uploads/2020/03/Alpenglow_Cover_v7_2048px.jpg” admin_label=”Immagine” _builder_version=”4.0.7″][/et_pb_image][et_pb_text admin_label=”Crediti immagine” module_class=”image-credits” _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″]

    photo © Ben Tibbetts. Cresta Kuffner al Mont Maudit, cover libro Alpenglow

    [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]