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  • Sea Sheperd, un movimento a difesa dei mari

    Sea Sheperd, un movimento a difesa dei mari

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    Partner storico di Ocean Film Festival in Italia, Sea Shepherd è un’organizzazione internazionale senza fini di lucro, la cui missione è fermare la distruzione dell’habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani del mondo intero, al fine di conservare e proteggere l’ecosistema.

    Da più di quarant’anni Sea Shepherd pratica la tattica dell’azione diretta per investigare, documentare e agire quando è necessario mostrare al mondo e impedire le attività illegali in alto mare. Sea Shepherd agisce per assicurarne la sopravvivenza per le generazioni future, grazie alla Flotta di Nettuno, composta da 12 navi e con la dedizione di migliaia di volontari.

    Per approfondire la conoscenza di questa importante realtà, vi riportiamo l’intervista a Enrico Salierno, membro del Consiglio di Amministrazione di Sea Shepherd Italia.

    Che cos’è Sea Shepherd? Come la si potrebbe raccontare a una persona che sente questo nome per la prima volta?

    Sea Shepherd vuol dire letteralmente “Pastore del Mare”; Il nostro gregge sono le creature marine, dal plancton alle balene più grandi, inclusi i loro habitat. Sea Shepherd si prende cura della loro conservazione e protezione per garantire il futuro degli ecosistemi oceanici, dai quali dipende la sopravvivenza delle specie che abitano la terra ferma e della stessa razza umana. Sea Shepherd è un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro la cui caratteristica specifica e distintiva è l’utilizzo di innovative tattiche di azione diretta per investigare, documentare e agire per fermare le attività illegali in alto mare.

    Sea Shepherd è nata nel 1977. Qual era l’emergenza allora, che ha spinto Paul Watson a fondare un’organizzazione come questa? E quali sono oggi le emergenze che rendono la vostra presenza importante per il nostro pianeta?

    Il Capitano Paul Watson ha fondato Sea Shepherd nel 1977 per dare una risposta efficace e determinata alle problematiche che minacciavano la fauna marina nel suo complesso, collegate al sovra sfruttamento delle diverse specie e alla carenza o insufficienza di regolamentazioni adeguate; Paul Watson è uno dei massimi esponenti dell’attivismo ambientalista moderno e la sua visione interventista basata sull’ “azione”, diametralmente opposta alla visione di mera protesta/denuncia tipica dell’ambientalismo ortodosso, è fondamento e giustificazione primaria della nascita di Sea Shepherd. Le emergenze ambientali degli anni ’70 erano già molte e riguardavano specie marine e di terra. Paul si è occupato di entrambe nella prima fase del suo attivismo, ma il massiccio sfruttamento su scala industriale della fauna marina, che già dagli anni ’30 aveva ridotto sull’orlo dell’estinzione molte specie di cetacei, tra i quali megattere, balene grigie, balene franche e capodogli, ha portato Paul Watson a una netta scelta di campo. Un episodio in particolare ha segnato questa scelta e il futuro di Paul: era il giugno del ’75 e Paul Watson si trovava con altri tre attivisti su un gommone, a circa 96 Km dalla costa della California, per opporsi alla caccia alle balene condotta dalle baleniere sovietiche. Un branco di meravigliosi capodogli era davanti a loro, la baleniera russa dopo aver ucciso una delle femmine del branco, spara un arpione esplosivo nella testa del grande maschio: “Il capodoglio ha sollevato la testa fuori dall’acqua proprio accanto alla nostra barca, con un’inclinazione che avrebbe portato il suo corpo a schiantarsi su di noi. Acqua salata gelida e sangue fumante ci si riversavano addosso. Ho visto allora il suo occhio davanti a me, così vicino da riflettermici dentro. Ed è stato in quel momento che è accaduto qualcosa, e la mia vita da allora non è stata più la stessa [..]Ecco, in quel singolo occhio ho visto intelligenza, e ho sentito che riusciva a capire, che la balena capiva che stavamo tentando di fare qualcosa. E, improvvisamente, sono stato testimone dello sforzo incredibile del capodoglio di fermare la sua caduta su di noi: i suoi muscoli serrati e l’angolazione del suo corpo era cambiata, così da cominciare ad affondare indietro nel mare anziché schiantarsi su di noi, sommergendoci. Avevo davanti il suo occhio mentre veniva risucchiato nel profondo blu del mare, fino a sparire e sapevo che sarei stato l’ultima cosa che avrebbe visto prima di morire”. Paul Watson ha visto in quell’occhio intelligenza, coscienza e compassione: “Da quel giorno ho dedicato la mia vita a difendere le balene dai progetti di morte della mia stessa specie. Quella balena aveva scelto di risparmiare la mia vita e io in cambio ho scelto di dedicare la mia vita stessa a proteggere tutte le balene dalla specie umana.”

    L’IWT nel 1986 ha imposto una moratoria sulla caccia ai grandi cetacei e il 31 marzo 2014 le attività di baleneria scientifica della flotta giapponese sono state dichiarate illegali. Oggi le piaghe che affliggono il mare sono ancora molte: la pesca industriale delle specie ittiche più richieste, la pesca illegale diffusa in tutto il mondo che minaccia le specie di apice, l’inquinamento chimico e da plastica, i test sismici, militari e le piattaforme off-shore per l’estrazione di gas o petrolio, sono le attuali minacce alla sopravvivenza della biodiversità e degli ecosistemi marini. Sea Shepherd negli anni è cresciuta e si è trasformata in un movimento globale che continua quotidianamente a lottare e ad agire direttamente per affrontare e fermare queste minacce.

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    photo © Sea Shepherd

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    So che per scelte interne non avete sedi operative. Come è strutturata quindi l’organizzazione sia a livello globale che italiano (suppongo rispecchi la stessa “geometria” organizzativa) e di quali numeri parliamo in termini di persone coinvolte?

    Le uniche sedi operative di Sea Shepherd sono: il Quartier Generale di Sea Shepherd USA a Friday Harbor, nello Stato di Washington, prima sede dell’Organizzazione dalla sua nascita nel 1977. Dopo gli attacchi legali da parte del Giappone al capitolo statunitense e a Paul Watson, Sea Shepherd ha stabilito una nuova sede operativa in Australia, a Williamstown, Melbourne,  per gestire le campagne antartiche e ospitare la flotta di Sea Shepherd. L’Organizzazione nel frattempo è cresciuta in tutto il mondo, sono nati nuovi capitoli e nuove campagne per la difesa dei nostri Oceani e delle varie specie. Sea Shepherd si è trasformata in un vero e proprio movimento globale e oggi Sea Shepherd Global ha il proprio Quartier Generale ad Amsterdam, in Olanda, che coordina tutti i capitoli europei dell’Organizzazione: inoltre, ha un ufficio stabile nelle Isole Galapagos, esempio di una virtuosa ed efficace collaborazione tra un’Organizzazione ambientalista e le autorità locali per la difesa di uno dei più importanti ecosistemi al mondo: il Parco Nazionale delle Isole Galapagos.

    Queste sedi rispondono a esigenze collegate alla gestione e alla vita dell’Organizzazione a livello globale. Come politica generale, Sea Shepherd ha scelto di basare le proprie attività sul volontariato puro e di non avere sedi di rappresentanza ovunque nel mondo per rispettare e ottimizzare le donazioni dei suoi sostenitori, unica forma di sostegno economico dell’Organizzazione; chi dona a Sea Shepherd sa che il denaro verrà impiegato per la manutenzione delle navi, per le campagne in corso o per le campagne a venire, per l’acquisto di materiali tecnici e attrezzature professionali per gli equipaggi e per tutto ciò che serve a salvare la vita dei nostri clienti (la fauna marina e i suoi habitat) e non per pagare affitti o stipendi.

    La struttura dell’Organizzazione è piramidale sia a livello globale che locale: da quando Paul Watson, a seguito dell’attacco legale giapponese, ha dovuto dimettersi dalla Presidenza, il Capitano Alex Cornelissen, CEO di Sea Shepherd Global, è il leader di Sea Shepherd. Il Capitano Peter Hammarstedt e la Presidente di Sea Shepherd Francia, Lamya Essemlali, fanno parte, assieme al Capitano Cornelissen, del Consiglio Direttivo di Sea Shepherd. A livello locale la struttura è la stessa e deve ovviamente rispettare le forme legali associative dello Stato di appartenenza. Il capitolo italiano dell’Organizzazione è strutturato come ONLUS,

    Sea Shepherd Italia ONLUS ha il suo Presidente (Coordinatore nazionale), ha un Consiglio Direttivo e soci tesserati. La distribuzione geografica dei volontari in Italia è strutturata in Coordinamenti di zona, con un Coordinatore che organizza le attività a livello locale. Inoltre esistono dei Dipartimenti che provvedono alla gestione quotidiana dell’associazione: Dipartimento Media (rapporti con la stampa), Dipartimento Social (gestione Social Network), Dipartimento Translate (gestione traduzioni), Dipartimento Supporter (gestione dei sostenitori e donatori), Dipartimento Scuole (gestione rapporti con le scuole) etc  Difficile fornire una valutazione numerica del numero dei volontari attivi a livello globale in una Organizzazione in costante crescita. In Italia per il momento contiamo circa un centinaio di volontari attivi.

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    photo © Sea Shepherd

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    In valore percentuale, nelle vostre attività (ma anche in un contesto più generale) che peso daresti alle azioni dirette sul campo piuttosto che alle campagne di advocacy e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica? Sono importanti allo stesso modo?

    Sea Shepherd è nata al servizio dell’azione diretta sul campo ed è parte fondamentale e imprescindibile della mission e dello “spirito” dell’Organizzazione; L’azione fa la differenza perché consente di ottenere risultati immediati in termini di vite salvate e di mancato guadagno per i bracconieri. Sea Shepherd misura i suoi successi proprio sulla base del numero di vite salvate e quindi di vita marina “conservata”; dieci anni di campagne antartiche hanno salvato la vita a più di 5000 balene e questo dato oggettivo ha di per sé un valore assoluto come successo in termini strettamente ambientalisti, al di là di qualsiasi altra conquista processuale successiva, copertura mediatica del tema o protesta pubblica in strada contro la baleneria. Questo non significa affatto che l’informazione e la sensibilizzazione abbiano un valore minore o residuale, significa semplicemente che l’azione diretta è imprescindibile per raggiungere risultati concreti e che l’informazione mediatica e la sensibilizzazione del pubblico attraverso tutti i media e social media a disposizione moltiplica la propria efficacia quando, oltre alla conoscenza del problema specifico, diffonde il messaggio e l’esempio dell’azione per combattere e risolvere il problema stesso. Paul Watson ricorda spesso un concetto importante: ciò che fa davvero la differenza non è l’azione dei governi, non sono le grandi organizzazioni, ma è la passione dei singoli individui. Questo significa che quando ognuno di noi viene a conoscenza di un determinato problema può sempre fare qualcosa per diventare parte della soluzione di quel problema.

    Sea Shepherd, assieme all’azione diretta, considera la documentazione foto/video un’altra “arma” fondamentale al servizio della propria mission; ogni campagna dell’Organizzazione, sia in mare che a terra, è documentata e ripresa da un Team Media di volontari e/o professionisti. In questo modo Sea Shepherd diffonde la conoscenza delle varie problematiche e delle proprie azioni di contrasto tra il pubblico, garantendo informazione, trasparenza e verifica immediata dei risultati. In questo modo le campagne sul campo diventano immediatamente anche campagne mediatiche che raggiungono il pubblico e lo rendono consapevole e informato. Whale Wars (Guerra alle Baleniere) ad esempio, il docu-reality girato da Animal Planet a bordo delle navi di Sea Shepherd durante le campagne antartiche, si è rivelato un veicolo molto efficace per la conoscenza della baleneria illegale condotta dalla flotta giapponese nel Santuario dei Cetacei in Oceano del Sud.

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    photo © Sea Shepherd

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    Ricollegandoci alla domanda sopra, credi che le persone siano davvero consapevoli di quello che gli succede intorno? Qual’è la vostra idea di inclusione sociale su questi temi? Ho paura che tirando le somme vinca sempre la logica “not in my backyard”…

    Purtroppo c’è molta pigrizia nel guardarsi attorno e soffermarsi sui problemi che affliggono il nostro Pianeta, anche se questi problemi sono direttamente connessi con il nostro futuro e quello dei nostri figli. Ognuno è concentrato sulla propria vita e sui suoi bisogni immediati e molti si dimenticano della priorità che tutti abbiamo in comune, indipendentemente dal nostro livello sociale, dal luogo in cui viviamo, dal tipo di cultura che abbiamo etc etc. La priorità assoluta è che tutti viviamo sullo stesso Pianeta e che la nostra vita e il nostro futuro dipendono dalla salute dello stesso Pianeta, la cui superficie è occupata per la maggior parte dall’acqua, o meglio, dagli Oceani. “Se gli Oceani muoiono, moriamo anche noi”, Paul Watson.

    Quello che possiamo fare per ricordare alle persone questa priorità è focalizzare l’attenzione del pubblico con testimonianze, immagini, documentazioni, esempi di azione efficaci e soprattutto mostrare i risultati ottenuti. Molte persone ad esempio sono tendenzialmente interessate a informarsi sui problemi ambientali ma a volte si scoraggiano perché su un piano generale è difficile orientarsi su chi stia facendo cosa e quali siano i progressi o i risultati ottenuti. Per questo Sea Shepherd mostra chiaramente e in tempo reale ciò che sta facendo, dove lo sta facendo, perché lo sta facendo attraverso il suo sito italiano e i siti internazionali, le sue pagine Facebook e Social Network e invia costantemente ai media comunicati stampa sulle proprie campagne e aggiornamenti documentati da materiale foto/video. Inoltre ogni capitolo di Sea Shepherd nel mondo organizza eventi sul territorio per incontrare direttamente il pubblico e dare informazioni sulle campagne in corso e sulle attività generali dell’Organizzazione a livello locale e internazionale. Alla base dell’informazione ci sono le stesse caratteristiche che guidano dal giorno della sua fondazione le attività di Sea Shepherd: determinazione e passione. Questo è ciò che arriva al cuore delle persone e ciò che stimola il loro interesse, la loro riflessione e dà loro motivazione per continuare a interessarsi e rimanere al nostro fianco, spesso anche come volontari.

    Come si compone la vostra flotta di navi e come si svolge il lavoro a bordo?

    Sea Shepherd ha una flotta composta da 8 navi e una flotta di 6 piccole imbarcazioni. Le navi di dimensioni più grandi hanno in dotazione un totale di 8 gommoni a chiglia rigida. Sea Shepherd ha a disposizione anche dei droni utilizza per attività di sorveglianza e documentazione e un elicottero. Le navi sono molto spartane e la disciplina a bordo è molto rigida. Ai volontari di bordo vengono assegnate mansioni corrispondenti o più vicine possibile alle loro competenze o specializzazioni. I dipartimenti in cui si suddivide la vita di bordo e le relative mansioni sono 4: Deck, marinai semplici; Bridge, ponte di comando; Galley, cucina; Engine,sala macchine.

    Ogni mattina i volontari di ogni settore partecipano a un briefing con i loro superiori dove vengono distribuiti i compiti da svolgere durante la giornata, istruzioni varie, informazioni, turni di lavoro per i settori che devono rimanere attivi 24 ore su 24 (come la sala macchine o il ponte di comando quando c’è una campagna in corso). Durante il mese che precede l’inizio di una campagna, tutto l’equipaggio partecipa a una serie di esercitazioni necessarie alla sicurezza in nave (antincendio, abbandono nave, allarme generico, controllo del danno, etc..) e a esercitazioni di carattere prettamente operativo specifiche per la missione, tra le quali la messa in acqua dei gommoni in diverse condizioni metereologiche. Le campagne in mare di Sea Shepherd generalmente durano vari mesi. In aree geografiche vicine alla costa è possibile occasionalmente effettuare un’alternanza o una sostituzione parziale dell’equipaggio, mentre in zone remote come l’Antartide gli equipaggi rimangono a bordo anche per 4 mesi consecutivi senza poter scendere a terra.

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    photo © Sea Shepherd

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    Vedete, dalla vostra, un’attenzione maggiore provenire da una certa “scena” musicale piuttosto che da altre? Forse per una questione storica, la scena hardcore/punk è più attenta di altre a temi quali animalismo o veganesimo. Voi con chi avete modo di rapportarvi e in che modo?

    Molti artisti in generale hanno deciso nel tempo di sostenere Sea Shepherd. Attori, registi, anchor man, pittori, musicisti e gruppi musicali. Il mondo dell’arte è il mondo della libera espressione, della creatività e anche della sensibilità e la natura è spesso fonte di ispirazione diretta o indiretta per gli artisti provenienti da qualsiasi settore. Nel settore musicale le band che hanno deciso spontaneamente di supportare Sea Shepherd abbracciano i generi più diversi. Molti gruppi del panorama musicale rock sostengono Sea Shepherd, incluso l’hard core/punk, ed è probabile che questo sia collegato all’atteggiamento critico che questi artisti hanno spesso nei confronti dello Status Quo.

    L’attivismo di Sea Shepherd basato sull’azione diretta è, quindi, considerato un valora aggiunto nell’ottica del cambiamento della società. In Italia ad esempio abbiamo i Carved (melodic death metal), i Linea77 (alternative metal), i To Kill (hardcore), gli Helia (metalcore), i King Mastino (garage rock), i Klogr (alternative rock/metal) e i For Perfect Killers (alternative rock). Ma abbiamo anche band e musicisti che provengono da generi completamente diversi come Stefano Ianne (compositore polistrumentista), gli Anima Caribe (roots reggae dub), i Cotton Candy (pop elettronico), Luca Bassanese (cantautore folk), gli Ottodix (elettro pop) e altri. A livello internazionale il sostegno a Sea Shepherd è ugualmente trasversale: partiamo dai Red Hot Chili Peppers (funk rock), Aerosmith (hard rock), Smashing Pumpkins (alternative rock), Metallica (heavy metal), Nickelback (rock), Jhon Butler (rock), Architects (metalcore), Mötley Crüe (heavy metal), Gojira (heavy metal), per arrivare poi a Xavier Rudd (cantautore polistrumentista folk), a Ysanne (violinista, compositrice), Chris Reitz (violinista), Jamie McDell (country pop), Louis Gaston (folk), gli Odezenne (hip-hop), gli Ska-P (ska-punk), i Tryo (reggae) e molti altri. La diversità è sempre una ricchezza e il sostegno di tutti questi artisti ci offre la grande opportunità di raggiungere un vasto pubblico, che include diverse fasce di età, estrazioni sociali e culture.

    A Sea Shepherd stanno soprattutto a cuore i giovani, perché sono gli adulti di domani e perché il futuro è loro. La musica è uno strumento potente per veicolare un messaggio importante come quello della conservazione marina e molti artisti riconoscono alla base della filosofia di Sea Shepherd le stesse motivazioni e “dinamiche” proprie della loro arte: passione, determinazione e azione. Questo è ciò che unisce mondi apparentemente così diversi.

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    photo © Sea Shepherd

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  • From 0 to 0:  il giro di una vita

    From 0 to 0: il giro di una vita

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    di Ercole Giammarco

     

    Andrea Lanfri ha 36 anni, ed è un alpinista di razza. Ma va anche in bici, e corre. Lo sport è da sempre il modo di abitare il suo desiderio. Qualche hanno fa ha inventato un format bellissimo: partire dal livello del mare, salire in cima a una montagna, e poi scendere dall’altra parte, fino al livello del mare, from 0 to 0, appunto, usando la bici e la corsa nelle tappe di avvicinamento e il trekking/arrampicata per salire in cima.

    Facile se si parte dal mare Ligure, si scala una montagna dell’Appennino, e si scende dall’altra parte. Se si tratta di una montagna alpina, o himalaiana, il discorso si fa decisamente più complicato.

    La prima tappa di quel tour prevedeva di scalare il monte Pisanino, la cima più alta delle Alpi Apuane, un tributo alla montagna dove Andrea ha iniziato a prendere confidenza con l’ambiente montano, da ragazzino, e dove ha imparato la fatica dell’ascesa, la bellezza del confronto con le cime, e la sfida che ogni via ti lancia. Poi ha continuato con l’Etna (37km in bici, 21km a piedi, 37km di corsa), con il Monte Rosa (220km in bici, 37km di corsa, 220km in bici). E ancora: il Gran Sasso (nella versione coast to coast, dal mar Adriatico al Mar Tirreno per un totale di 330km), l’Everest (si, l’Everest) e, l’ultima, il Kilimangiaro, il 21 agosto di quest’anno. Qui potete approfondire i particolari di tutte queste imprese.

    From 0 to 0 è un modo straordinario di togliere l’alpinismo dalla magnifica ossessione di raggiungere la cima, e di inscriverlo in un contesto più ampio, anche spiritualmente, che ha a che fare non solo con l’ascesa, ma col viaggio, con un percorso che nella sua dimensione circolare dà un senso compiuto ed armonico all’impresa. Ognuna di queste tappe, oltre che un’ascesa, è una metafora della vita. Si parte da 0, a 0 si ritorna, ma in mezzo c’è tanta roba.

    Su Itaca On Demand è disponibile il bel documentario dell’edizione 0 di questo format, quella del monte Pisanino.

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    photo © Ilaria Cariello 

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    Stavo dimenticando di scrivere che Andrea Lanfri questi viaggi fantastici li ha pensati e realizzati dopo un “intoppo” (lo chiama cosi): nel 2015, a 29 anni, una meningite fulminante con sepsi meningococcica gli ha portato via entrambe le gambe, e sette dita delle mani.

    “Lo sport mi ha salvato la vita due volte: mi ha dato un fisico integro per superare la batosta, e poi lo slancio per tornare a una vita normale”.

    Ma lo sport gli aveva anche insegnato un metodo, lo stesso metodo che fa la differenza fra chi nella vita ce la fa, e chi no.

    “Le protesi non sono esattamente un paio di scarpe: sacrificio, allenamento, tenacia, concentrazione, pazienza sono ingredienti indispensabili per sognare di fare l’impossibile con delle stecche di fibra di carbonio al posto delle gambe, prima, e realizzare quel sogno, poi. Sono gli stessi ingredienti che lo sport mi aveva messo a disposizione, e che ho utilizzato quando più ne ho avuto bisogno. Ma lo sport mi ha anche insegnato ad accettare quello che non si può cambiare, ed andare avanti”.

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    photo © Ilaria Cariello

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    Andrea non parla mai della sua malattia, e ho capito che è una strategia precisa: la sottovaluta (“un intoppo…”), per non rimanerne schiacciato, e per riuscire invece a schiacciarla. Ma una domanda non potevo non fargliela, anche se relativa all’”Intoppo”.

    Cosa ti ha dato la tua malattia?

    “Ha modificato la mia scala di valori: prima lavoravo come un matto, avevo un’impresa di impianti elettrici. Dopo la malattia ho deciso di lavorare meno, godere di più di questa vita, che è meravigliosa, è stupenda, e dare più spazio alle mie passioni, che sarebbe un peccato tradire”.

    Ma l’insegnamento più alto che mi ha trasmesso Andrea è che per superare gli ostacoli che la vita ti pone davanti è necessario ridimensionarli, qualunque sia la loro mole, che è l’unico modo per trovare la forza di rimboccarsi le maniche per superarli. Perché anche un elefante può essere mangiato. Boccone dopo boccone.

    “Una sfida, anche una sfida impossibile, si vince con i piccoli passi, perché sono loro la materia prima dei grandi passi”. 

    Grazie, Andrea.

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    photo © Ilaria Cariello

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  • La voce del silenzio

    La voce del silenzio

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    di Ercole Giammarco

    “La grande visione sistemica del mondo
    ci aiuta a riconoscere la nostra ‘immersione’ nella natura,
    supera la nostra alienazione dal resto della creazione,
    e modifica il modo in cui noi possiamo fare esperienza di noi stessi
    attraverso un processo di identificazione in continua espansione”.

    Arne Naess, da “Ecology, community, lifestyle”

     

    Across Emptiness è un breve documentario che descrive un’attraversata delle valli dolomitiche d’inverno, con sci e snowboard, durante il secondo lockdown. Disponibile in esclusiva streaming su Itaca on Demand.

    Luca Albrisi, 40 anni, milanese, da venti anni emigrato in Val di Peio e poi in Val di Sole, in Trentino, è l’autore di questo cortometraggio.
    “Il documentario è nato con l’obiettivo di esplorare ambienti non antropizzati per capire come preservare il loro ‘vuoto’ di uomini e arginare l’antropizzazione intensiva di altre aree montane, il loro ‘troppo pieno’. Poi la pandemia e il lockdown hanno dato un senso diverso a quello che la macchina da presa si trovava davanti: è stato naturale documentare cosa resta della montagna quando quel pieno artificiale viene a mancare, e quali sono le prospettive future di questo modello di sviluppo economico: valli e monti diventati ‘non luoghi’, la solitudine quasi distopica che si avverte quando i turisti vanno via, gli impianti si fermano, le piste restano vuote…”, spiega Luca al telefono.

    È un racconto che, insieme alle atmosfere che ha saputo creare, pone delle domande precise su alcuni temi centrali legati all’ambiente alpino (peraltro facilmente estensibili in altri contesti).

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    photo © Elisa Bessega Film, Across Emptiness

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    Le Dolomiti, come buona parte delle montagne dell’arco alpino, negli ultimi decenni sono state oggetto di uno sfruttamento intensivo da “monocultura” sciistica.
    Impianti di risalita, piste, sistemi di innevamento artificiale hanno cambiato i paesaggi, gli abitanti hanno perso il loro legame con tradizionali economie montane che respiravano in sintonia con l’ambiente naturale, le valli hanno subito le ferite orribili dell’edilizia speculativa e del consumo indiscriminato del suolo.

    Il risultato è la trasformazione di molte località turistiche di montagna in “non luoghi”, cioè in posti che hanno perso completamente la loro forza identitaria, il legame con tradizioni e culture autoctone: insomma quelle cose che rendono un luogo diverso da un pezzo di territorio.

    “Non-lieu” è un concetto inventato da un grande sociologo francese, Marc Augè. Lo applica ai grandi centri commerciali, agli outlet, alle sale d’aspetto… spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane. È il correlativo oggettivo spaziale dello spaesamento esistenziale che oggi viviamo, della grande solitudine che sentiamo mentre siamo insieme a tante persone, mentre scriviamo sui social davanti a un pubblico pressochè infinito che ci lascia comunque dannatamente soli.

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    photo © Elisa Bessega Film, Across Emptiness

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    Luca l’ho sentito al telefono e abbiamo fatto due chiacchiere. Mi ha colpito la sua gentilezza (rimango sempre tonificato nell’incontrare un essere umano gentile, non so voi ma io non ne trovo più tanti in giro) e la chiarezza delle idee che si è fatto su una serie di argomenti centrali per il nostro futuro, ma ormai anche per il nostro presente.

    Non sono idee mainstream, anzi, diciamocelo, sono idee piuttosto radicali, ma il modo in cui le argomenta è pacato, privo di punte polemiche. Insomma quello che ci si aspettava da uno scambio di idee prima dell’avvento delle risse in diretta in tv e dalla violenza che ha reso i social (almeno secondo me) una palestra di non-pensiero (questa non è di Marc Augè).

    Le riflessioni che nascono dalle immagini e dai bei testi del documentario sono state al centro della nostra telefonata.

    Il pensiero di Luca è semplice: non solo lo sfruttamento intensivo del turismo sciistico ha ucciso l’anima della montagna e dei suoi abitanti, ma questo paradigma economico non ha futuro, perché la mancanza di neve è un fatto ormai cronico e perché la carenza di acqua e la guerra in corso per usarla è già un fatto, di cui si parla ancora troppo poco (…è il tema di un prossimo progetto di Luca).

    Ma la riflessione di Luca non si ferma qui, né corre il rischio di assestarsi sulle posizioni astratte e poco concrete di tanto ambientalismo: la soluzione non è tornare alla vita nei boschi teorizzata da Henry David Thoreau, ma si trova in un equilibrio: fra preservazione dell’ambiente montano, modernizzazione e sviluppo economico che non si ponga contro le tradizionali economie rurali, ma proceda insieme a loro.

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    photo © Elisa Bessega Film, Across Emptiness

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    Dietro questo paradigma pieno di buon senso si cela un approccio filosofico che pone l’essere umano in un contesto che non è “altro da lui”, ma di cui è parte.

    È la presa di coscienza che l’uomo non è al centro della natura, ma è parte di essa, e che preservarla vuol dire anche preservare la specie umana; è la presa di coscienza che l’individuo è parte di una comunità, che rappresenta la sua identità più profonda e la più bella possibilità di riscatto esistenziale. Luca me lo ha detto con maggiore capacità di sintesi: ”non ci può essere sostenibilità ambientale senza sostenibilità sociale”.

    La prima cosa ce la dice Arne Næss, filosofo (e, non a caso, alpinista), uno dei padri del pensiero ecologista moderno. La seconda ce la dice Papa Francesco, a cui è chiaro che l’individualismo esasperato dei nostri anni ci rende profondamente infelici, oltre a fare danni enormi.
    Come far stare cosi tanta roba dentro un video di 17 minuti? Luca Albrisi ci è riuscito, e ci è riuscito alla grande.

    p.s. Se vi interessa approfondire come cambia la prospettiva dell’esperienza di montagna, seguendo questi principi, per chi, come noi, ama immergersi nel suo ambiente naturale, andate su www.theoutdoormanifesto.org. Troverete un “manifesto” redatto da Luca e dai suoi amici. E’ tanta roba.

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    photo © Elisa Bessega Film, Across Emptiness

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  • Un uomo in fuga

    Un uomo in fuga

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    di Ercole Giammarco

    “E la vita nei boschi sarebbe una fuga?
    Fuga è il nome che le persone incagliate
    nelle secche dell’abitudine
    danno allo slancio vitale.”

    Sylvain Tesson

     

    Sogni di Grande Nord, il recente docu-film pubblicato in streaming su itacaondemand.it, è il racconto di un viaggio dalle cime delle Alpi a quelle dell’Alaska. Ne è protagonista, oltre che sceneggiatore e regista, Paolo Cognetti: una buona occasione quindi per parlare di uno dei migliori giovani scrittori italiani.

    Paolo Cognetti è diventato famoso vincendo lo Strega 5 anni fa con un suo romanzo breve (o racconto lungo), Le otto montagne, tradotto poi in tutto il mondo per la buona ragione che a quel giovane scrittore, che aveva al suo attivo già un paio di romanzi e un paio di raccolte di racconti, era uscita fuori una storia perfetta. Per l’asciuttezza della lingua, la capacità di descrivere quello che la montagna nasconde più di quello che manifesta, e di disegnare personaggi indimenticabili con due tratti di matita e scarnissimi dialoghi.

    Basterebbe questo per giustificare il suo successo, ma Cognetti è anche un personaggio perfetto per i media perché di montagna non ha solo scritto: lui in montagna ci è andato a vivere, in una baita di legno in mezzo al nulla di una valle secondaria della Val d’Aosta, fuggendo da una città che lo strangolava con il suo cemento, i suoi ritmi stressanti, le richieste ossessive di performance calcolate solo col metro di un conto corrente bancario.

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    photo © Samarcanda Film, Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord

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    Fuggendo, appunto…ed è la fuga il filo che unisce tutta la produzione di questo scrittore.

    In genere si scrive mossi da due diverse pulsioni: per il sacrosanto desiderio di essere Altrove, o al contrario per il bisogno di restare fermi e confrontarsi con se stessi.

    L’autore de Le otto montagne (qualche mese fa è uscito col suo nuovo romanzo, La felicità del lupo di cui la cosa più riuscita è senz’altro il titolo) è un scrittore del primo tipo, in continua fuga, una fuga che è un rifiuto radicale del cosiddetto mondo normale, fatto di un mutuo per la casa, di un capo ingombrante, di una famiglia, di sovrastrutture che nascondono il fondo limpido della vita, visibile se solo fosse possibile viverla più autenticamente. E allora si parte per un viaggio, e magari si sceglie lo spazio dove ogni utopia è possibile: la Natura selvaggia, e la solitudine.

    Per citare due Maestri dichiarati di Cognetti, sono le stesse pulsioni che hanno portato Jack London a cercare l’oro nel grande Nord, e poi a girare il mondo su un veliero, o quelle di Ernest Hemingway, che nel suo tentativo di “vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni” è passato dalla pesca dei pesci gatto nei laghi del Michigan alla guerra civile spagnola, dalla boxe alla caccia al leone. Per entrambi questi scrittori la fine del viaggio è stato il fondo di un bicchiere.

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    photo © Samarcanda Film, Paolo Cognetti e Nicola Magrin. Sogni di Grande Nord

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Penso sia anche una questione anagrafica: quando si è giovani si cerca il senso della vita fuori di se stessi. Poi si cresce, e un senso provi a cercarlo (avventura di gran lunga più vertiginosa, e complicata) dentro di te.

    Ma Paolo Cognetti ha appena quarant’anni, e fa parte di quelle anime inquiete che domandano alla Natura il senso del loro stare al mondo, e non si accorgono ancora che la Natura è silenziosa, non risponde, e si limita a rimandare le eco delle nostre domande.

    “Non dovete biasimarmi se parlo alle stelle”, scrive Henry David Thoerau (altro punto di riferimento centrale di Cognetti).

    Ma le stelle non rispondono, perché “la natura ama nascondersi”. Lo ha scritto, duemila e cinquecento anni prima, Eraclito.

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    Le otto montagne; La felicità del lupo, Einaudi; Illustrazioni cover by Nicola Magrin

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  • L’anima nell’Oceano, l’Oceano nell’anima

    L’anima nell’Oceano, l’Oceano nell’anima

    [et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_row _builder_version=”4.0.2″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.2″][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    di Ercole Giammarco

    “Non c’è niente di misterioso
    per un marinaio se non il mare stesso,
    che è padrone della sua esistenza
    e imperscrutabile come il destino”

    Joseph Conrad

     

    Il Vendée Globe è la regata più tosta del mondo: il giro del globo, in solitaria, percorrendo tutti gli oceani e attraversando Capo di Buona Speranza, Capo Horn e Capo Leeuwin (che solo a scriverli tutti e tre insieme vengono i brividi).

    Un solo italiano ha partecipato a questa regata, e l’ha portata a termine nel 2020: si chiama Giancarlo Pedote, ha quarantasette anni, una laurea in filosofia, prima istruttore di windsurf, poi si è innamorato della vela, e dal 2007 della navigazione in solitaria ha fatto la sua vita.

    Rizzoli ha appena pubblicato il diario di questa avventura, di questi 80 giorni alle prese con l’ “Everest degli Oceani”, come i velisti chiamano la Vendée Globe. Si intitola L’anima nell’Oceano, i miei 80 giorni al Vendée Globe.

    La prima cosa che colpisce è che è scritto molto bene, cosa non scontata per gli autori che non sono professionisti della scrittura ed è un buon segno rispetto alla qualità del libro nel suo complesso se è vero, come scriveva qualcuno che “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” Ludwig Wittgenstein.

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    photo © Alea

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Poi è un libro di formazione, esemplare per chi nella vita o nel lavoro “vuole farcela”: la vittoria che può nascere solo dal sacrificio, l’accettazione dei propri limiti, cadere per rialzarsi, la mostruosa fatica di guardare dentro di noi senza mai abbassare lo sguardo, la speranza come memoria del futuro… insomma tutto quell’armamentario di riflessioni e metafore che farebbero felice un coach aziendale. E non mi meraviglierebbe che Pedote sia già stato invitato da qualche amministratore delegato a spiegare ai suoi manager come bisogna muoversi in azienda, che è un oceano meno romantico, ma non meno ostile di quello acquatico.

    Ma soprattutto L’anima nell’Oceano è un libro che parla di un uomo consapevole che nella vita non è mai possibile essere soli, anche quando si naviga in solitaria per ottanta giorni nelle acque più pericolose della Terra.

    È questa la chiave di lettura che mi ha più colpito, anche se si legge fra le righe, quasi in filigrana. C’è, in questo grande marinaio, la consapevolezza istintiva che la sua forza individuale si è accesa e si è espressa in modo straordinario solo perché è entrata in contatto con la forza degli altri, della Comunità di cui è parte: la comunità di chi lo ama, la comunità del team che lo ha sostenuto e allenato, della squadra tecnica, degli sponsor, dei genitori che lo hanno educato.

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    photo © Martina Orsini

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    È indicativo l’incipit del libro: la partenza è messa a rischio dal Covid, e lui, che praticamente è un super eroe, indossa la mascherina, mantiene le distanze di sicurezza: si attiene alle regole prescritte dalla Comunità, per il bene della Comunità…

    Questo bel volume (peraltro corredato di foto fantastiche) poteva anche intitolarsi L’Oceano nell’anima, perché parla di un’anima che è capace di contenere dentro la sua individualità tutto il mondo di cui è e non può non essere parte.

    A Giancarlo Pedote è molto chiaro, e fra le righe del suo libro ce lo spiega benissimo, che si vince sempre insieme, anche quando la vittoria consiste nell’attraversare tutti gli oceani in barca a vela, da soli. Che fa la differenza fra un grande narcisista (e francamente non ce ne sarebbe servito uno in più) e una grande personalità.

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    L’anima nell’Oceano, i miei 80 giorni al Vendée Globe, Mondadori Electa a marchio Rizzoli;
    photo © Christophe Breschi per ritratto Giancarlo Pedote

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  • La verità estatica di Nomad: sulle orme di Bruce Chatwin

    La verità estatica di Nomad: sulle orme di Bruce Chatwin

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    di Alessandro Gogna

     

    Per fare un film sul grande scrittore inglese Bruce Chatwin era necessario che il regista avesse le stesse passioni e la medesima capacità artistica. E se aggiungete anche che i due avrebbero dovuto, per un esito ancora migliore, essere amici, allora avete trovato il nome del predestinato: Werner Herzog.

    Secondo l’Internet Movie Database (IMBd), Werner Herzog ha diretto 71 film. Nessuno pretende di averli visti tutti, ma forse non sarebbe male farlo. Tra questi non potremo mai dimenticare capolavori come Fitzcarraldo o Aguirre, furore di Dio. Non tutti i lavori di Herzog sono opere d’arte. Grido di Pietra, per esempio, è un po’ traballante: un plot strampalato e uno spettacolo senza base solida o visione unitaria. Ma, detto questo, occorre aggiungere che mai Herzog, nella sua carriera ha firmato un film in cui non si fosse impegnato, non solo negli accorgimenti tecnici da regista, ma anche e soprattutto nel cercare di raccontare una storia con un proprio valore, tentando quindi ogni strada per dimostrarne la validità: fino al punto da indurre lo spettatore a modificare il proprio atteggiamento di fronte a fatti e storie apparentemente lontane dalla sua sensibilità. Questo è il potere del cinema di Herzog.

    La scrittura di Chatwin è tesa alla verità profonda, nella consapevolezza che esiste una differenza tra il fatto e la verità. Herzog traduce visivamente questo differente modo di guardare e raccontare: per lui è la “verità estatica”, Qualcosa di molto superiore alla verità semplice (la “verità da contabili”), perché trasformata dall’emergere delle componenti nascoste che le sono inerenti, la fantasia, la poesia, il mistero. Che sono entrambi gli autori, così affini, a portare brillantemente alla luce.

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    Nomad – In cammino con Bruce Chatwin

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    Herzog si era ispirato al romanzo di Chatwin Il viceré di Ouidah per realizzare il film dell’avventura allucinante di Cobra verde, interpretato da Klaus Kinski (1987). Invece Nomad: in the Footsteps of Bruce Chatwin è uno dei documentari più accattivanti di Herzog, dove più appare evidente la sua volontà di raccontare una realtà di fatti che esprimano un senso, dunque la verità intima.

    In questo tributo all’amico defunto, Chatwin appare quello che era, uno scrittore di viaggi, giornalista, avventuriero e romanziere britannico particolarmente affascinato dal tema dell’inquietudine umana. Chatwin pensava che l’umanità fosse programmata per essere una specie migratrice (nomade, appunto) e che i grandi suoi problemi fossero iniziati proprio quando il nomadismo cedette il posto al vivere stabilmente in un luogo. Ebbe la ventura di viaggiare in un mondo ancora non invaso dai turisti, e i resoconti dei suoi viaggi sono capolavori che rimarranno nel tempo, come In Patagonia (1977) o Le vie dei canti (1987) o ancora Che ci faccio qui? (1989).

    Leggendo Chatwin ci si rende conto di quanto la nostra cultura abbia poco valorizzato la figura del viaggiatore. Siamo pieni, ebbri di figure di esploratori, ce ne siamo nutriti fino da piccoli e ancora non abbiamo smesso. L’esploratore è legato alla conquista, già solo per il fatto che percorrere un territorio sconosciuto è come appropriarsene, anche in nome di una pretesa civiltà superiore. Il viaggiatore invece si muove in un terreno che riconosce essere degli altri, ma del quale vuole assimilare l’essenza. Essere appunto, non avere. Essere, anche se questo significasse “essere conquistati”, cioè il contrario di “conquistare”. E, alla base, la convinzione che “il mondo si rivela a coloro che viaggiano a piedi”.

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    Nomad – In cammino con Bruce Chatwin

    [/et_pb_text][et_pb_text admin_label=”Testo” _builder_version=”4.0.7″]

    Elemento portante, sia di Chatwin che di Herzog, è sempre la natura estrema, ostile, primordiale: «luogo dove la natura non è ancora completa… un luogo dove Dio, se esiste, ha creato con rabbia… anche le stelle nel cielo appaiono in confusione (Herzog, a proposito della foresta amazzonica, durante la lavorazione di Fitzcarraldo).

    In questo documentario ritroviamo le atmosfere crude del deserto di Fata Morgana, della giungla di Aguirre, furore di Dio e Fitzcarraldo, dei ghiacci di Encounters at the End of the World, esempi perfetti di ciò che affascina l’autore: una natura maestosa, dotata di grande bellezza (sottolineata da una fotografia impeccabile) ma anche di un’immensa potenza che può sopraffare l’uomo e che sfugge a ogni senso o regola. La natura selvaggia è la maggiore responsabile dell’idea che Herzog ha del Creato: un mondo non soggetto all’Ordine bensì al Caos.

    Fu durante il periodo in cui viaggiava nell’entroterra australiano, inseparabile dal suo taccuino, che Chatwin incontrò per la prima volta Herzog nel 1983. I due scoprirono subito di essere molto affini, portati a visitare molti degli stessi luoghi, anche se in momenti diversi. Questo iniziò un’amicizia che sarebbe durata fino alla morte di Chatwin nel 1989 (a 49 anni per Aids).

    Nomad: in the Footsteps of Bruce Chatwin è una sorta di pellegrinaggio, articolato in una serie di incontri ispirati dai viaggi dello scrittore. Questi incontri tracciano ed esplorano i temi che tanto lo affascinavano. E sono in maggioranza “personaggi selvaggi, strani sognatori e grandi idee sulla natura dell’esistenza umana“.
    La narrazione del documentario è divisa in otto capitoli, ognuno dedicato a un tema o a idee che si sono evolute nel soggetto dei libri di Chatwin: idee che diventano ritratti in movimento, anche perché di continuo mescolate con i ricordi personali del regista e con dettagli biografici. Herzog tenta di catturare lo spirito del suo amico attraverso scorci di archivi di scrittura di Chatwin, ma ci sono anche interviste con Elizabeth, la vedova di Chatwin, e con il biografo Nicholas Shakespeare. La ricostruzione visiva del “paesaggio della sua anima” include gli straordinari scenari di certi luoghi ma anche la confidenza che ci fa Shakespeare, quando ricorda che Chatwin soleva dire di “non aver mai raccontato mezze verità, bensì solo verità più una mezza”…

    Proprio per la sua natura di documentario c’è il rischio che Nomad possa essere in alcuni ambienti considerato a priori come uno sforzo minore, poco più che l’ansia del regista di ripagare un debito metaforico con uno dei protagonisti delle sue ispirazioni. Personalmente mi auguro che questo non succeda, perché in questo documentario c’è tutto il cinema di Herzog: la grande dimensione, l’ambizione, i momenti di straordinaria bellezza visiva, i brani di umorismo graffiante sono intimamente connessi a tutto ciò che rimarrà da discutere dopo la proiezione.

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    Nomad – In cammino con Bruce Chatwin

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  • Wafaa Amer. Ho scelto di essere libera

    Wafaa Amer. Ho scelto di essere libera

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    di Alessandro Gogna

     

    Wafaa Amer nasce il 18 novembre 1996 nel villaggio di Aghur, in Egitto. Fino ad 8 anni viene cresciuta dai nonni assieme alle sue sorelle, poiché i suoi genitori si erano già trasferiti in Italia. A 9 anni Wafaa raggiunge i genitori nel Bel Paese dove si confronta e cresce in un mondo totalmente diverso rispetto a quello della sua infanzia. Impara una nuova lingua, si approccia ad una cultura differente, più aperta per una donna della sue età, e conosce per la prima volta l’arrampicata.
    A 15 anni infatti, grazie alla generosità del padre di un’amica che le paga il suo primo corso, comincia a praticare questo nuovo sport, che in breve tempo muta in una forma di libertà pura. Hura, come la chiamano in Egitto.
    Per Wafaa però, praticare sport non è semplice come per gli altri coetanei: per via delle sue origini e della sua religione il padre non approva certe influenze della cultura occidentale nelle sue scelte di vita, e Wafaa si trova costretta ad andare in palestra di nascosto per allenarsi.
    Ha grinta e talento e basta poco tempo affinché gli allenamenti sfocino nelle prime competizioni e le prime vittorie non tardano ad arrivare. Frequentando altre persone al di fuori della sua famiglia, Wafaa comincia a cambiare, a capire che esistono modi alternativi di vivere, nuovi modi di interpretare la libertà, che sono però incompatibili con la tradizione musulmana.
    Sono questi gli anni più difficili per Wafaa. Le differenze tra la sua vita e le sue radici sono talmente forti da suscitarle un durissimo contrasto interiore. La possibilità di vivere una vita diversa rispetto a quella che aveva conosciuto fino a quel momento, la costringe ad allontanarsi dalla sua famiglia, dove ormai il gap religioso e culturale è incolmabile e la disapprovazione nei suoi confronti si è fatta insopportabile.

    All’età di 18 anni si prospetta lo scenario di ritornare in Egitto per continuare la sua vita lì, come tradizione impone. Per Wafaa è ormai impensabile abbandonare la vita che si è costruita da sola fino a quel momento, lasciare la palestra, le prese, i compagni che le fanno sicura, gli amici, e per questo decide di trasferirsi dagli amici di Finale Ligure, dove trova una nuova famiglia, supporto e comprensione. Ci vogliono due anni per trovare una sistemazione e un lavoro vero e proprio, ma finalmente, e non senza fatica, Wafaa trova la libertà che stava cercando. È il periodo in cui scopre l’arrampicata su roccia e, con essa, una nuova dimensione di equilibrio. Lo si vede nel suo sorriso e da come si muove sulla roccia. Nel Finalese riesce a salire tiri impegnativi come Radical Chic (il primo 8a finalese, a Monte Cucco) e la più famosa Hyaena, storico tiro del celebre Andrea Gallo, firmando la seconda salita femminile. In questi anni Wafaa consolida le sue nuove radici in Liguria trasferendosi presso la fattoria sociale “Il Bandito e la Principessa”. Oggi, all’età di venticinque anni, Wafaa continua la sua vita a Finale Ligure, dividendosi tra passione e lavoro, liberamente, scegliendo ogni giorno chi vuole essere.

    Come eri da piccola?

    Ero simile alla più piccola delle mie sorelle e completamente diversa dalla più grande. Loro comunque rispettavano le regole, erano ubbidienti, più pacate. Io ero iperattiva, non stavo mai a casa. O ero con mio nonno nelle nostre piantagioni (o prodotti li andavamo a vendere al mercato) oppure giocavo con i miei cugini, maschi, in particolare con Ahmed. Questo era proibito. La mamma mi aveva detto che le femmine non possono uscire con i maschi, a meno che non siano uniti in matrimonio. Quindi neppure con i cugini, perché comunque in Egitto si fanno purtroppo ancora matrimoni tra cugini, anche se non proprio “primi”. Con il mio comportamento dunque ero una ribelle, anche se non me ne rendevo conto. Ero piccolina, magra, con tanti capelli “sparati” come adesso.

    Circostanze in cui hai cominciato ad arrampicare, curiosità.

    Nei nostri campi, in Egitto, c’era una palma molto alta e sempre carica di datteri. Passavo molto tempo a guardarla fino a che un giorno il nonno non mi ha detto “Cosa fai ancora lì, perché non sali?”. Non pensavo fosse possibile, ma con il suo incitamento lo feci la prima volta e poi tante altre ancora.

    In Italia, a scuola, venni a sapere di un “corso di arrampicata”. Io, pur ricordando le mie salite sulla palma, non riuscivo neppure a capire su cosa si arrampicasse. Poi una mia amica e suo padre mi hanno pagato il corso. Fu una grande emozione entrare in palestra e vedere i muri con tutte quelle prese colorate… un nuovo parco giochi! È stato davvero coinvolgente, tra l’altro un istruttore mi diceva che ero davvero forte. Mi propose anche di frequentare la palestra qualche pomeriggio, grazie alla tessera scolastica. Per me, non abituata a ricevere nessun tipo di complimenti, senza amicizie perché da poco in Italia, fu l’aprirsi di un nuovo mondo, dove avevo l’impressione nessuno facesse distinzione di razza, di lingua e di età. Tutti hanno incominciato a darmi una mano, io ero sempre nel divieto di farlo, ma l’aiuto che mi davano era molto più forte di qualunque proibizione.

    Quando hai capito che le donne possono fare le stesse cose degli uomini, a volte anche meglio?

    Subito, appena entrata in quella palestra. Abituata a vivere dove donne e uomini mai possono stare assieme, dove occorre deviare dalla propria strada se si vede che occorre passare vicino a qualche uomo, dove apertamente si evita di uscire se non strettamente necessario. Vidi uomini e donne assieme nello stesso genere di attività… Mi fu naturale pensare “ma allora possiamo fare le stesse cose”. Iniziò lì il contrasto interiore: imparavo questo nuovo modo di vivere e capivo il grande contrasto con le mie radici. Mille domande e mille sensi di colpa. Quindi ho compreso la nostra uguaglianza, pressoché integrale, solo negli spogliatoi per cambiarci era conservata la diversità. Poi, solo tempo dopo, ho realizzato che talvolta possiamo fare meglio degli uomini. Ma questo non è così importante: era l’uguaglianza che mi stava rendendo una persona più aperta.

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    Wafaa Amer

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    Quanto ritieni l’arrampicata possa contare nell’ambito della vita in generale?

    Parlando del mio caso, certamente molto, per lo stile di vita, per l’allargamento dei miei orizzonti. Anche in un caso come quello di Sara Grippo l’arrampicata è stata ed è importante. In generale, spostare i propri limiti è certo terapeutico. Penso che risolvere con fatica e applicazione i piccoli nostri problemi di arrampicata o di boulder aiuti in generale a risolvere con maggiore facilità le difficoltà che ci oppone la vita. Arrampicare ti insegna a pensare che ce la puoi fare, che c’è sempre una soluzione.

    Quanto è stata utile l’arrampicata nel tuo processo di integrazione in Italia?

    Per natura sono sempre stata aperta, lo dimostra anche ciò che ho detto prima sulla mia spontaneità a giocare e a fare nuove amicizie. Ma anche l’arrampicata, in Italia e con problemi di lingua, mi ha aiutata a socializzare. Quando uscivo con gli amici, sempre di nascosto, era grazie alla comune attività dell’arrampicata. Ho imparato a uscire con una mia amica per una pizza assieme, oppure per una visita al centro commerciale. Tutte “prime volte” che mi hanno aiutata tantissimo a integrarmi. Grazie alle amicizie sento di essere pienamente a mio agio in questo paese.

    Quanto è stata utile l’arrampicata nella tua ricerca della libertà e relativo doloroso distacco dal padre?

    Inizialmente tutte le estati tornavamo in Egitto per andare a trovare i nonni. E lì ho ulteriormente realizzato quanta differenza ci fosse con il mio nuovo mondo, anche se questo non era del tutto libero, avevo ancora parecchi vincoli, non solo per ciò che riguardava gli orari di rientro.
    Ma la quantità di regole che avevo in Egitto non era più sopportabile. In più un giorno ho sentito che mio padre diceva che io sarei dovuta tornare in Egitto per sempre, “per portare avanti la mia vita di donna egiziana, sposarmi, ecc.”. La mia prima reazione non fu quella di pensare alla perdita di libertà (magari quel problema era solo inconscio): fu invece quella di pensare con terrore alla perdita dell’arrampicata e degli amici. Senza di quello non riuscivo neppure a immaginare di poter vivere. Era così pesante quella prospettiva che ho preso la decisione di staccarmi dalla famiglia. Sì, è stato doloroso. Dapprima è stato un distacco totale, poi però ha vinto la nostra unità. Pur non avendo rapporti con mio papà, fermo nella sua rigida posizione, da parte di mamma, sorelle e fratellini c’è grande solidarietà con me e con la mia passione, nella quale non c’è proprio nulla di male. Addirittura mi hanno “coperta” con un sacco di bugie quando andavo a fare le gare. Con quel distacco, e quindi grazie alla disciplina dell’arrampicata, ho riacquisito la mia libertà.

    Come sei riuscita a far accettare alla tua famiglia quello che sei oggi?

    Anche mia madre era del tutto contraria alla mia fuoriuscita. Una donna non può andarsene di casa se non è sposata. In realtà l’ho costretta all’accettazione del dato di fatto, non ho chiesto il permesso. Però mi ha sempre aiutata, quando ero fuori metteva i cuscini nel letto per simulare che io stessi dormendo, oppure diceva che stavo studiando. Mio fratello mi gettava dalla finestra il pigiama, così potevo cambiarmi prima di entrare in casa. In definitiva mio padre soltanto non ha mai accettato il mio stile di vita.

    Nei primi tempi come hai fatto a mantenerti?
    Prima di andare via di casa ho venduto tutti i miei premi. Avevo intenzione di andare ad Arco a fare le gare giovanili. Volevo fare bene, come in precedenza, per poter essere convocata nella squadra nazionale. Ho vissuto un mese nell’ansia di non saper come comunicare a mio padre questa decisione. Mi aiutava potergli dire che mi sarei potuta pagare le spese grazie a quella vendita. Poi lo sentii mentre diceva che mi avrebbe rispedita in Egitto, quindi presi la mia decisione definitiva: non più i soli tre giorni per fare le gare, ma via per sempre. Ad Arco non andai e fu un grosso dispiacere. Quell’anno era l’ultima occasione che avevo di poter gareggiare under 20: preferii usare quei pochi soldi nell’attesa di trovarmi un primo lavoretto in un ristorante. Poi altri lavoretti in altri ristoranti, poi per due anni in un campeggio, finché non sono riuscita a sistemarmi.

    Una o due imprese che pensi davvero essenziali per la tua esperienza.

    La mia impresa “più grande”, se così si può dire, è stata quella di andarmene di casa, andando contro la mia famiglia e la mia cultura. Penso d’essere stata davvero coraggiosa. Solo così ho potuto aiutare mia madre quando poi si è separata da mio padre. Ma poi, e questa è cosa recentissima, sono fiera del progetto sociale che ho condotto in Pakistan. Allo stesso modo in cui io ero stata aiutata da ragazzina da chi ha creduto in me e da chi mi ha regalato i primi materiali, in Pakistan ho potuto esporre alle mie coetanee la mia esperienza, mostrando come una disciplina come l’arrampicata possa essere davvero utile per incamminarsi verso la propria libertà. Ho mostrato loro come costruirsi un pannello, le ho portate a scalare. Un grosso lavoro, con bellissimi risultati.

    Gare o prestazioni su roccia. Cosa preferisci? Dove preferiresti lasciare una tua impronta?

    Premetto che per me la roccia non è prestazione. So che la domanda non era intesa in questo senso, ma spesso sono costretta a precisarlo con le persone che invece pensano solo in chiave di prestazione. Non ho mai pensato “vado su roccia per fare l’impresa”, e questo lo dimostra l’intera mia storia. Amo entrambe le discipline allo stesso modo. Devo però dire che nelle competizioni il livello si è alzato tantissimo: dovendo lavorare e assentarmi per gli eventi cui mi invitano, non posso allenarmi come vorrei e come sarebbe necessario. Sono stata dunque costretta a lasciare quell’attività.

    Quali sono i tuoi limiti attuali? Pensi di poter ulteriormente progredire?

    Il mio percorso di arrampicata è strettamente legato al concetto di libertà, dunque i limiti sono solo una questione di percezione. Penso perciò che sì, posso ancora progredire, chi s’impegna può farlo. Se mi metto in testa di fare un 9b, certo che lo scopro come limite. Ma se mi alleno duramente, se riporto su pannello tutti i movimenti necessari, alla fine penso di poterlo fare. Beh, magari 9b… no. Però è solo un esempio per dire come la penso.

    Come pensi di proseguire il tuo percorso atletico e professionale?
    Semplicemente continuando a fare le cose che amo fare. Cioè portando avanti i miei molti progetti, anche se oggi è difficile farlo, soprattutto per me che non sono molto brava a organizzarmi le cose… Beh, un sogno l’avrei, ma è un po’ complicato e poi non vorrei per ora renderlo pubblico.

    Come ti vedi da qui a 10 anni? Qual è il più grande obiettivo che vorresti raggiungere? 

    Dieci anni? Mi viene paura… da “bimba” che sono forse ho paura di diventare grande… Però mi è sempre piaciuto disegnare. Magari tra dieci anni sarò diventata modellista, magari disegnerò per dei marchi, anche sportivi. Oppure chissà, magari potrò avere un negozio di abbigliamento.

    Quali sono oggi i tuoi sponsor e cosa ritieni di poter dare loro di te stessa

    Attualmente i miei sponsor sono due, La Sportiva e Petzl. Ho accettato le loro proposte perché mi piace dare il messaggio della ricerca della propria libertà tramite il superamento di alcuni limiti, culturali o sportivi. E mi piace alimentare i sogni di qualcuno.

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    photo © Jiuliana Livigni, Wafaa Amer, La Sportiva

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    Perché hai scelto proprio Finale Ligure?

    Ci sono finita un po’ per caso, non l’ho scelto. Magari è stato Finale a scegliere me… Ora che me ne sono innamorata, non andrei ad abitare in altri luoghi. Sto cercando casa qui. Quando ho lasciato la famiglia, degli amici mi hanno portato nell’azienda agricola e sociale “Il bandito e la Principessa”. Lì ci sono rimasta per un po’, a continuare il mio percorso di crescita.

    Ti piace abitare al mare? Come lo vedi rispetto alla roccia?

    Finale mi piace proprio perché ha roccia e mare. Mi sono innamorata anche del mare. Quando ero ancora piccola, mio padre decise di portarci un giorno al mare. E, guarda caso, andammo proprio a Finale! Ma non vedemmo neppure la spiaggia, non ricordo perché. L’episodio mi è tornato in mente d’improvviso, dopo che mi ero già trasferita là. Forse nulla avviene per caso. Non trascorre mai molto tempo in spiaggia, sono più portata all’azione. Ma mi piace guardare il mare lungo l’intera giornata, fino ai colori del tramonto. Soprattutto d’inverno, o quando l’acqua è agitata e burrascosa. O quando piove.

    Cosa pensi dell’orrore di Saman Abbas?
    Sapere di quella notizia di cronaca è stato uno choc. Ho voluto parlarne con mia madre, ma non voglio riferire le sue opinioni. Ci sono rimasta male. E’ veramente brutto che cose del genere accadano. E’ successo anche nel mio villaggio, tutti sanno che una donna è stata uccisa dal padre perché non è arrivata vergine al matrimonio. Sono episodi che non mi appartengono, ma fanno parte della mia cultura. Sarò limitata, ma evito il più possibile di interessarmene, perché mi fa molto male. Non sono d’accordo con ciò che succede quando il genitore crede che tutto gli sia dovuto dal figlio perché a questi ha dato la vita. E non parliamo quando si tratta di una figlia… Chi viene ad abitare in un paese occidentale deve integrarsi e non può non riconoscere l’oscenità di queste tradizioni.

    Hai trovato anche un amore? (se preferisci, non rispondere)

    Certo che ho conosciuto l’amore. Sono stata con un ragazzo che mi ha trasmesso tanto, sia in arrampicata che nella vita di tutti i giorni. Sì, non era l’amore della vita, infatti è finito, però a lui devo veramente molto. Poi ho avuto un altro fidanzato… ma adesso non ci penso, perché ho tante cose per la testa, non voglio mettere, come dite voi, “troppa carne sul fuoco”. Perciò non voglio fare troppa confusione…

    Qual è la tua più spiccata qualità?

    Grinta e determinazione.

    Qual è il tuo difetto più grosso (se ritieni di averne…)

    Sono troppo buona, mi fido sempre delle persone e spesso ne rimango delusa. Questo mi fa soffrire, dunque ci provo a essere un po’ meno ingenua. Non so se è giusto, ma devo farlo.

    Sei sensibile ai complimenti?

    Sì, sono molto empatica ed emotivamente abbastanza fragile: quando qualcuno mi fa un complimento sincero, mi emoziono subito.

    Ritieni di essere generosa?

    Una delle cose che mi piace molto della nostra cultura, scritta nel Corano, è la generosità. Sono crescita quindi con l’idea che è importante aiutare il prossimo, anche se non si è ricchi o benestanti. Se puoi dare una mano, fallo. Senza pensare e senza andare a dirlo poi. Non vantarti d’aver fatto dell’elemosina. Se te ne vanti, il tuo bell’atto scompare di fronte al tuo stesso orgoglio. Ed è vero che ho aiutato delle persone, dunque sì, credo di essere molto generosa, nelle mie possibilità.

    In definitiva, ti ritieni felice?

    Nessuna risposta, non so se per dimenticanza o per scelta. Abbiamo preferito non indagare.

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    photo © Jiuliana Livigni, Wafaa Amer, Banff Mountain Film Festival 

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  • La maestra silenziosa

    La maestra silenziosa

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    di Ercole Giammarco

    La maestra silenziosa (che è la montagna, ma anche un po’ l’autrice).

    Guardando la foto di Petra in copertina avrei dovuto capirlo, si vedono solo gli occhi, che brillano di luce ed entusiasmo: per la bellezza della vita che la montagna sa trasferire, insieme all’amore, meglio di ogni altra cosa al mondo.

    Petra lo ha appreso percorrendo in lungo e in largo le sue Dolomiti e ha voluto scriverne per condividere questa verità con chi non ne è stato ancora illuminato. Il suo libro nasce da un desiderio sano, generoso (e commovente, per uno che come me non ha più vent’anni) di fare proselitismo.

    Il libro di Petra Cola, La maestra silenziosa edito Mondadori Electa a marchio Rizzoli descrive le emozioni che le regala la montagna (la maestra silenziosa) da quando, ragazzina, ci andava col padre (che se ne è andato troppo presto, ma è ancora lì, nei tramonti rosa in alta quota “e nel suo silenzio, che accoglie il pensiero di mio padre, e lo abbraccia”); suggerisce alcuni fra gli itinerari più belli delle Dolomiti (e quindi del mondo); spiega cosa la spinge a svegliarsi alle cinque del mattino, mettersi in spalla 15 chili di zaino e camminare “fin quando ce n’è” (cit. da Certe notti, Luciano Ligabue).

    E nel suo scrivere è evidente che l’autrice è animata da due cose, due cose sole: una passione invincibile e l’invincibile desiderio di trasferire quella passione a tutto il mondo.

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    Petra Cola, La Sardegna in van

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    ​Perché per Petra la montagna non è solo una cornucopia di Bellezza, ma è qualcosa di più, ed è sorprendente che una persona cosi giovane lo abbia capito in modo così preciso. A Petra la montagna ha insegnato una volta per tutte le vette della dimensione spirituale, quella ragione dello stare al mondo che supera le nostre esistenze inserendole in un disegno più grande, ma allo stesso regala loro un senso invincibile.

    “Andare in Montagna è un cammino interiore che insegna a relativizzare il quotidiano, a guardarlo dall’alto”. “Davanti a certi paesaggi, conquistati col sudore, a volte con la paura, improvvisamente senti che i jeans griffati, lo smartphone nuovo, l’automobile figa sono elementi residuali di una vita che merita di essere vissuta più pienamente, più autenticamente”.

    Niente male per una ragazza di 25 anni che, in più, è anche una influencer, cioè maneggia da professionista i nuovi media che sembrano pensati per insegnare alle giovani generazioni, e non solo a quelle, i non valori del consumo, della superficialità, del godimento immediato che ti lascia orfano del desiderio.

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    Petra Cola, lungo la via per Punta di Finale

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    Ascoltando Petra al telefono mi è venuto in mente Il monte analogo, scritto da René Daumail, un viaggio simbolico verso la cima di un monte a cui non si arriverà mai.

    Il narratore, a un certo punto, scrive: “Tieni l’occhio fisso sulla via della cima, ma non dimenticare di guardare ai tuoi piedi. L’ultimo passo dipende dal primo. Non credere d’essere arrivato solo perché scorgi la cima. Sorveglia i tuoi piedi, assicura il tuo prossimo passo, ma che questo non ti distragga dal fine più alto”.

    Daumail non rivela quale sia “il fine più alto”.

    Petra Cola, a venticinque anni, penso lo abbia capito.

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    La maestra silenziosa, Mondadori Electa a marchio Rizzoli

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  • Uomo libero, tu amerai il mare

    Uomo libero, tu amerai il mare

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    di Ercole Giammarco

    “Homme libre, toujours tu chériras la mer”

    Charles Baudelaire

     

    Gli antichi greci attribuivano a ogni specie di albero un profilo psicologico, un carattere antropomorfo. Con la loro straordinaria sensibilità pagana nel leggere la natura avevano anticipato di duemila anni i risultati della ricerca scientifica sulla psicologia delle piante (le piante sentono, ricordano, soffrono, gioiscono).

    Se dovessi paragonare Marco a un albero non avrei dubbi: un ulivo. Come un ulivo Marco è scavato dal vento, come un ulivo ha il corpo nodoso scolpito dagli elementi più estremi della natura. E ha imparato a resistere a tutto, come il legno d’ulivo. E’ anche di poche, pochissime parole (non che una betulla chiacchieri di più, ma mi viene da dire che una betulla, se potesse parlare, sarebbe sicuramente più loquace di un ulivo).

    Marco prende il largo nel 1980, a 20 anni, perché era arrivato il momento di prendere il largo.

    “Un Sangermani di trenta metri, nuovo di pacca, da portare a New York partendo da Levanto, dove era stato appena varato. Quel legno era una favola”. Una favola è l’espressione che preferisce. Una favola è L’idiota di Dostoevskij, una favola la schiacciata toscana del panettiere sotto casa, una favola mangiare salmone affumicato innaffiato di vodka.

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    Marco Castagneri

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    Si imbarca a vent’anni e continua ad andare per mare, ininterrottamente, per i successivi 14 facendo delivery per velieri per conto di miliardari portandoli da un posto all’altro del mondo.

    Ha navigato in lungo e in largo l’Oceano Pacifico, L’Oceano Indiano: l’Atlantico lo ha attraversato almeno 15 volte. Galapagos, Thaiti, Perth, Vanuatu per me sono nomi fiabeschi, per lui altrettanti “posti dove è stato a lavorare”.

    I piedi di Marco sono rimasti quelli dei marinai che vanno scalzi dieci mesi all’anno: larghi, quasi prensili, uno strumenti di lavoro. I tatuaggi maori non glie li ha fatti un tatuatore hipster di Milano, ma un Maori vero, che ha deciso di scrivergli sulla pelle la sua vita, dopo averla ascoltata per una settimana, in Nuova Zelanda. E il suo corpo racconta davvero la sua vita: nell’85 una cima che entra improvvisamente in tensione gli trancia tre dita: era sulla barca di Bill Koch, uno degli uomini più ricchi del mondo. Due dita gliele ricuciono, una no. Per i miei figli, e per tutti i bambini che guardavano affascinati quel piccolo moncherino, il dito era stato mangiato da uno squalo bianco, durante un combattimento a mani nude. Allo squalo bianco però, continua la leggenda, quello spuntino costò caro.

    I miei figli, diventati grandi, non hanno mai chiesto a Marco come effettivamente fossero andate le cose: dopo aver scoperto che Babbo Natale non esiste non si sono sentiti di affrontare un secondo trauma.

    Della vita pazzesca che ha avuto ti rendi conto per accenni vaghi, spesso casuali: c’è un film con Nicolas Cage, e lui bofonchia che ci ha passato una settimana portandogli la barca da un capo all’altro del mondo. Senti un pezzo dei Rolling Stones e ti dice en passant che Keith Richards era simpaticissimo, ma suo padre “era una favola”, soprattutto dopo la terza birra.

    Nel 1998 Bertelli lo fa entrare nello shore team di Luna Rossa, e si trasferisce in Nuova Zelanda per tre anni. Lavora dietro le quinte, soprattutto sulla messa a punto di quella barca che compirà il miracolo di vincere la Louis Vuitton.

    In Nuova Zelanda non è andato solo, ma con Majla, che aveva conosciuto e di cui si era innamorato a diciassette anni, che ritrova per caso in un aeroporto, quasi vent’anni dopo. Con lei si sposa, arrivano i figli, e Marco, con Majla, attracca a San Donato in Collina, un borgo a sud di Firenze. Alterna il delivery di barche alla gestione di un b&b in una torre trecentesca dove  ospitano turisti da tutto il mondo che dopo una settimana a Firenze vogliono visitare la meravigliosa campagna alle sue porte. Dormono nei piccoli appartamenti ricavati dalla torre, ma partecipano anche a lezioni di cucina (tagliatelle, paste ripiene…) e i risultati della scuola di cucina li mangiano a cena.

    Vedere Marco cucinare è una favola: cucina per venti persone e quando ha finito la cucina sembra non sia stata mai utilizzata: “se devi cucinare in barca e non metti in ordine mentre cucini, è un problema (non ha usato esattamente questa espressione ndr). Poi, ti resta l’abitudine”. Non parlo della qualità della sua cucina perché è più bravo di me, e non lo sopporto.

    Ora Marco non va più per mare, ma non ha smesso di viaggiare negli oceani che lo hanno scolpito come un albero di ulivo (scusate, non riesco a smettere). Adesso sono oceani fatti di terra. E’ diventato un campione di Rogaining, che non è una marca di cibo per gatti, ma l’acronimo di Rugged Outdoor Activity Involving Navigation and Endurance. Funziona cosi: arrivi in un posto selvaggio e possibilmente molto inospitale (può essere indifferentemente il deserto australiano, un altopiano in Lettonia, una montagna dei Pirenei) con poco cibo e una carta topografica, e inizi una specie di caccia al tesoro dormendo all’aperto se c’è tempo di dormire, camminando anche per due giorni filati in mezzo alla natura selvaggia. In posti, diciamo cosi, dove il cellulare non prende. Non è uno sport diffusissimo. Chiedetevi perché.

    Marco non ha voglia di raccontare le sue storie. Non gli serve, gli basta averle vissute. E non si chiede perché abbia avuto una vita cosi. Semplicemente ne aveva bisogno, e l’ha vissuta. E’ una persona vera, la persona più autentica che io conosca. Niente di lui è inautentico: né i suoi tatuaggi, né la sua faccia, né le sue poche parole, e neanche il modo brusco con cui ti riempie il bicchiere.

    Forse perché è vissuto libero, sempre.

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  • Climbing, i grandi solisti dell’arrampicata

    Climbing, i grandi solisti dell’arrampicata

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    di Alessandro Gogna

     

    La dea ex machina di questo attuale e ponderoso libro è Julie Ellison, climber e scrittrice americana di successo. “Penso che mi piacerebbe scrivere un libro”, è la frase che butta là al suo fidanzato alla fine del maggio 2019, durante una pausa caffè nel camper posteggiato all’ombra di alcuni pini della californiana Sierra, alla fine di un lungo viaggio di arrampicata e subito dopo aver finito di scrivere un articolo per la rivista Outdoor. Voleva “una specie di grande progetto su cui potersi concentrare per diversi mesi”.

    Qualche tempo dopo è contattata dalla redazione di Gestalten, una prestigiosa casa editrice di Berlino, ben nota per le sue pubblicazioni di grande rilievo e qualità. Per tutte valga The New Mediterranean, Homes and Interiors Under the Southern Sun, curato da Robert Klanten e Andrea Servert, rispettivamente CEO ed editor in capo di Gestalten. Questa volta la coppia di affermati editori internazionali voleva che la Ellison realizzasse un libro sull’arrampicata.

    Il primo passo è stato mappare i diversi tipi di contenuti e il modo in cui avrebbero interagito tra loro. Persone, location, attrezzatura, cultura, saggi e storia rientrano nelle categorie di bouldering, arrampicata sportiva, trad e alpinismo. Julie Ellison propone 75 temi diversi e include immagini di esempio, motivando il perché ciascuno sarebbe stato pertinente. “Come per tutto ciò che riguarda l’arrampicata, anche qui la sfida più grande è stata fare in modo che chiunque prendesse in mano il libro fosse interessato e coinvolto, che fosse un veterano di 20 anni di questo sport o che non avesse mai scalato un giorno in vita sua. Era anche importante rendere tutti i contenuti “evergreen”, vale a dire rilevanti (e non obsoleti) anche tra un decennio”. Costituito il team, viene finalizzato l’elenco degli argomenti: le stories da 75 sono ridotte a 43.

    Dopo aver scritto diversi capitoli dal passegger sit del suo van durante i vari viaggi, sempre per andare ad arrampicare, la Ellison raccoglie il meglio della sua fotografia di arrampicata e mette in contatto il team editoriale con altri fotografi che ritiene tra i più validi. Il lavoro di selezione iconografica, curata da Eszter Kalmár e Mario Udzenija, è in effetti impressionante.

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    First Ascent, Makatea, Charlotte Durif

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    Cliffhanger: New Climbing Culture & Adventures è stato pubblicato nel giugno 2020 in tedesco e in inglese, già avendo previsto per l’anno dopo le edizioni francese e quella italiana con il titolo Climbing. I grandi solisti dell’arrampicata per i tipi di Mondadori Electa a marchio Rizzoli, in effetti comparse puntualmente nel giugno 2021. Alla fine, con il volume stampato di fresco, Julie ne è orgogliosa: “Tenere il pesante volume tra le mani è una delle emozioni più gratificanti per me come scrittrice e fotografa, e l’aver completato l’opera è stato uno dei più grandi successi della mia carriera”.

    Il libro è suddiviso in quattro grandi parti, appunto bouldering, arrampicata sportiva, trad e alpinismo. Climbing è composto da 292 pagine di immagini straordinarie e storie approfondite che mettono in risalto persone, luoghi e cultura dell’arrampicata attuale.

    La formazione personale dell’autrice (giovane, americana, climber ma non mountaineer) e, con tutta probabilità anche i proponimenti editoriali di Gestalten, mentre hanno permesso la realizzazione di un’opera che copre alla grande un sensibile vuoto attuale e va incontro all’effettiva domanda del giovane appassionato medio, non hanno reso possibile il suo inserimento nel continuum di ormai quasi 250 anni di storia. Il che non è necessariamente un male, e guardate che lo dice un vecchio alpinista… A volte è necessario spezzare con la tradizione, a volte occorre rispettare chi giudica ammuffiti determinati comportamenti e tralascia perfino gli agganci più essenziali.

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    Alex Megos

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    Sono fatti molto bene i capitoli dedicati alla diversa attrezzatura necessaria per le quattro discipline. Finalmente troviamo esaurienti spiegazioni di come si deve cadere, sia sui massi assistiti dagli spotter, sia quando si fanno grandi voli in falesia. Troviamo le presentazioni delle location più “in” del momento: per il bouldering, dalla storica Fontainebleau alle sudafricane Rocklands, da Bishop (USA) a Virgin Gorda (Isole Vergini britanniche); per la sportiva il tedesco Frankenjura, il messicano El Potrero Chico, le francesi Gole del Verdon, alcune falesie spagnole, ma anche la Thailandia e la cinese valle del fiume Getu; per il trad, ecco la canadese Squamish, la statunitense Indian Creek, il Wadi Rum in Giordania; infine per l’alpinismo si parla un po’ di Chamonix e della Patagonia.

    Esaurienti e innovativi sono anche i capitoli dedicati all’allenamento, all’assicurazione al primo di cordata, ai nodi, alla sostenibilità e al rispetto dell’ambiente.

    Decisamente originali sono la “Guida per il climber alla vita in camper”, la trattazione dell’arrampicata adattiva (quella dei portatori di handicap), “Dietro le quinte dell’arrampicata su big wall” e quello intitolato “Come l’arrampicata può contribuire alla ricostruzione di un’isola”.
    Una nota di merito va alla traduzione italiana a cura di Mara Dompé: è accuratissima. Se tutte le traduzioni fossero come questa, molte edizioni italiane di libri famosi sarebbero certo migliori di quello che sono.

    Buona lettura e buon viaggio!

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    Climbing, I grandi solisti dell’arrampicata, Mondadori Electa a marchio Rizzoli

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